Sentire, pensare, agire

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Risonanze musicali – di Mauro De Martini –

risonanze 77È molto divertente leggere i manuali di gestione delle ‘Risorse Umane’ o di ‘comportamenti organizzativi’. Tutto funziona perfettamente, in teoria. Scorro le pagine in cui si spiega come selezionare, accogliere, motivare, retribuire, valutare, rilasciare… e sperimento una sensazione di pace e serenità inesorabile. Ogni cosa mi appare come lo sviluppo di un processo necessario, come il ticchettio di un orologio ideale, i cui meccanismi, ben ingranati, funzionano all’unisono per il raggiungimento del fine organizzativo. Poi penso alle aziende reali, che incontro tutti i giorni, e sorrido. Appena si lavora con ‘persone vere’ e non con ‘Risorse Umane’ le cose non quadrano mai. C’è quasi sempre un granello di polvere che inceppa i congegni, il caso strano che nessuna letteratura ha mai documentato. Mi viene in mente l’immagine del tipo che, grattandosi la testa, dice in tono sommesso: “Questa cosa non l’avevo mai vista!”. Non voglio svalutare i manuali, che fanno il loro dovere. Ci spiegano come ‘il migliore dei mondi possibili’ possa trovare la propria completa attuazione. Il loro compito è offrire tecniche che possiamo applicare al bisogno. Quello che mi stupisce nasce invece dall’osservazione della relazione tra i modelli di gestione e l’irriducibilità dell’essere umano alla razionalità dei processi, la parte che segue anche strade diverse, spesso non codificate dalle procedure. Sono interessato a quel lato della persona che, oltre alla ragione, segue ‘la ragione’ delle emozioni e dei sentimenti. Mi pare che questo tema sia ricco di possibilità di ricerca e che le nostre aziende possano concepire nuove antropologie organizzative, in cui l’essere umano sia finalmente pensato in modo integrato, come persona che sente, pensa e agisce. Mi domando se questo interesse per l’unità tra forma, azione e sentimento, così centrale nella mia vita, sia legato, in qualche strano modo, alla mia passione per la musica. La musica è espressiva, ha una forma condivisibile, una struttura formalizzata, comunicativa, non puramente soggettiva –ci sono io, ma c’è anche l’altro–, e agisce, è generativa. La musica è un esempio concreto in cui mi realizzo in modo unitario, come essere umano in relazione. Tutto ciò mi ha portato a riflettere sulle mie motivazioni. Una ragione ha a che fare con la musica come ‘cosa’ che percepisco, come oggetto che cade sotto i miei sensi, e quello che immagino ascoltando. Il materiale percettivo musicale non è completamente neutro dal punto di vista immaginativo. Anche se mi sforzo di ridurlo a realtà neutrale, mi appare sempre dotato di senso. Mi capita di attribuire valori che nascono dall’abitudine a codici che ho appreso dagli ascolti, dalla fruizione di stilemi usati dai compositori con consapevolezza e sapienza quasi culinaria, e dal legame tra la musica e il linguaggio che spesso l’accompagna. Faccio un esempio. Posso descrivere un insieme di note come suoni a differenti altezze. Cosa cambia se le descrivo come una ‘scala di note discendenti’? L’effetto è subito evidente. E che succede se un cantante, su una scala di note discendenti, vocalizza: “Scendo nell’abisso”. E se il cantante è accompagnato da un trombone che farà sentire la sua nota ‘grave’ e ‘dolorosa’ alla fine della scala? Per me, il legame tra immaginare e provare un’emozione o un sentimento è molto forte. La musica è costruita così, per destare emozioni, sentimenti e piacere. La stessa cosa credo capiti a tutti. E la mia conoscenza della struttura influisce sul potere comunicativo che la musica esercita su di me, così come il sapere cosa sto facendo, e perché, incide sulla mia motivazione al fare. Deduco un secondo motivo dall’osservazione di me stesso quando ascolto o faccio musica. Quello che noto è una forma di attesa, di preparazione a qualcosa di bello e di piacevole. Andrò ad ascoltare un concerto, sto per cantare o per suonare. ‘Mi preparo’ e l’anticipazione dispone il mio animo a qualcosa di stupendo che accadrà, affila i miei sensi, mi rende più ricettivo e pronto a vivere l’emozione o il sentimento mosso dalla musica. La musica risponde con una sua proprietà fondamentale. Genera un contesto in cui suoni, frasi, timbri, ritmi ecc. donano senso al tempo che trascorre. Una piccola esistenza sboccia e si dipana all’interno dell’altra esistenza che sto vivendo. Assaporo il piacere atteso prima, come qualcosa di magnifico e compiuto, al dissolversi dell’ultimo accordo, dell’ultima nota, dell’ultima eco. La musica ha avuto un senso. E io sento di aver partecipato, ascoltando, suonando, dirigendo, scrivendo, alla realizzazione di qualcosa di bello. Capisco che ha valore per me, e in quel momento sono felice.

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