Tag: processi

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FOCUS: STRUMENTI IT PER L’HR

Confrontandoci con alcuni dei maggiori vendor di tecnologie e servizi a supporto delle divisioni Hr sono emerse le esigenze più ‘immediate’ delle direzioni del personale che la tecnologia deve soddisfare, portando un valore aggiunto in un mercato in continua evoluzione.

La parola a ADP

Il quadro economico generale è evidente e secondo Nicola Uva, Business Development Director di ADP Italia, è ormai una realtà consolidata che i direttori Hr vengano considerati dei veri e propri ‘business partner’ all’interno delle organizzazioni: “Sempre più spesso sono chiamati a svolgere una funzione strategica nel board aziendale e viene chiesto loro di supportare lo sviluppo del business contribuendo a ottimizzare processi, risorse e costi. Per questo i direttori RU hanno la necessità di analizzare le prestazioni dei dipendenti ed essere consapevoli dei costi effettivi dei processi Hr.
Nell’attuale crisi economica in cui le aziende non solo non assumono ma spesso si trovano nella condizione di ridurre l’organico, i direttori Hr hanno il difficile compito di motivare i talenti più virtuosi e di trattenerli.
Occorre, dunque, rendere disponibili quegli strumenti che permettano loro di incoraggiare il personale, di farlo crescere e lavorare in un contesto stimolante, anche se il budget a disposizione è limitato”. Leggi tutto >

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Risonanze musicali – di Mauro De Martini –

Le contraddizioni organizzative mi hanno sempre affascinato, non tanto per una disposizione giudicante o per razionalità logica, ma perché manifestano la complessità dell’animo umano e rivelano le intricate dinamiche del ‘vivere insieme’. Incontro una di queste contraddizioni in alcune organizzazioni che iscrivono i propri collaboratori ai corsi sulla creatività. Ad alcuni ho partecipato personalmente. Posso testimoniare che il più delle volte sono molto ben progettati, i formatori sono bravi, preparati, creativi, appunto. Ciò che mi colpisce, tuttavia, è che i corsi sono tenuti presso aziende che non lasciano spazio alcuno alla creatività, che sono normate dai piedi fino alla punta dei capelli, sorvegliano ogni minimo dettaglio e seguono procedure rigidissime, partendo dal come svolgere le mansioni e arrivando al modo di vestire, di rispondere al telefono, di scrivere le e-mail. Le regole sono utili. Sono d’accordo, ma mi domando dove può portare un eccesso di regolamentazione. Se ci domandiamo cosa significhi essere creativi, incontriamo modelli che celebrano un modo di pensare ‘non convenzionale’, ‘divergente’, ‘al di fuori degli schemi’, ma la maggior parte delle organizzazioni richiede rispetto delle convenzioni, delle regole, e soprattutto persone ‘allineate’. Qui sta la contraddizione. Si desiderano persone creative, che mettano a disposizione dell’azienda la loro capacità di innovare, ma la creatività deve essere esercitata in modo convenzionale, molto rispettoso delle norme e delle procedure. In questo periodo s’invocano a gran voce creatività e innovazione, come se possedessero un potere magico o messianico, ma è evidente che stiamo attraversando un momento difficile per la libertà, humus indispensabile per la creatività. Da tempo si assiste a una progressiva, ma inesorabile, regolamentazione di ogni attività umana, e non solo negli ambienti aziendali, ma anche in quelli sociali. Per ogni cosa c’è una nuova regola, una legge, un vincolo. Questa deriva, che mi sembra stia diventando sempre più aggressiva, invece di manifestare un progresso segnala un’involuzione, una rinuncia all’autoregolazione della coscienza individuale, della cultura civile e della responsabilità. I motivi addotti per giustificare il ‘nuovo ordine’ sono ‘la mancanza di risorse’, la necessità del ‘convivere pacifico’, il mantenimento di uno standard qualitativo elevato. Ma se scendiamo sotto la superficie, incontriamo protezione di potere e privilegi, paura del cambiamento, difese di casta. Tutto ciò mi ricorda il periodo della vita in cui il grande Bach, in qualità di Director Musices a Lipsia, si scontrò con il potere religioso e civile della città. Le autorità manifestavano un atteggiamento convenzionale e burocratico, che mal si accordava con il temperamento e il genio creativo del compositore. Nonostante un’immagine che ha resistito per anni, e che rappresentava Bach come vittima, il compositore, ben consapevole del proprio valore, non si sottomise facilmente agli obblighi, spesso vessatori, che il suo ruolo prevedeva. Ne nacque un conflitto fatto di lettere, polemiche, scaramucce, colpi bassi, su questioni apparentemente di poca importanza, ma che puntavano a riportare Bach al rispetto dell’autorità. Bach, in una lunga lettera –‘report’ si direbbe oggi−, fece notare ai suoi capi che gli organici erano inadeguati, sia in termini di numero, che di preparazione musicale. Bach si rendeva conto che queste carenze gli impedivano di esprimere pienamente la sua creatività. Lui puntava a un nuovo linguaggio musicale, più complesso rispetto a quello dei suoi predecessori, che richiedeva competenze maggiori e organici adeguati: “Lo status musices attuale è totalmente diverso: la tecnica è molto più complessa, il gusto si è alquanto modificato, e la vecchia maniera di far musica non suona più confacente alle nostre orecchie, di modo che sarebbe necessario poter disporre di un aiuto più considerevole. Si dovrebbero scegliere soggetti che fossero capaci di applicare il nuovo modo di far musica, al tempo stesso costoro dovrebbero essere in grado di soddisfare il compositore nella realizzazione delle sue musiche: e invece quei pochi beneficia, che semmai avrebbero dovuto essere aumentati, anziché diminuiti, ora sono stati tolti al chorus musicus». La richiesta non venne accolta, anzi, scrive Alberto Basso: “si minimizzavano i risultati musicali e per contro si privilegiavano i doveri di ufficio intesi come supina accettazione dei regolamenti, dei patti scritti e di un certo costume imposto dall’alto”. Nihil sub sole novi! Leggi tutto >

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Risonanze musicali – di Mauro De Martini –

È molto divertente leggere i manuali di gestione delle ‘Risorse Umane’ o di ‘comportamenti organizzativi’. Tutto funziona perfettamente, in teoria. Scorro le pagine in cui si spiega come selezionare, accogliere, motivare, retribuire, valutare, rilasciare… e sperimento una sensazione di pace e serenità inesorabile. Ogni cosa mi appare come lo sviluppo di un processo necessario, come il ticchettio di un orologio ideale, i cui meccanismi, ben ingranati, funzionano all’unisono per il raggiungimento del fine organizzativo. Poi penso alle aziende reali, che incontro tutti i giorni, e sorrido. Appena si lavora con ‘persone vere’ e non con ‘Risorse Umane’ le cose non quadrano mai. C’è quasi sempre un granello di polvere che inceppa i congegni, il caso strano che nessuna letteratura ha mai documentato. Mi viene in mente l’immagine del tipo che, grattandosi la testa, dice in tono sommesso: “Questa cosa non l’avevo mai vista!”. Non voglio svalutare i manuali, che fanno il loro dovere. Ci spiegano come ‘il migliore dei mondi possibili’ possa trovare la propria completa attuazione. Il loro compito è offrire tecniche che possiamo applicare al bisogno. Quello che mi stupisce nasce invece dall’osservazione della relazione tra i modelli di gestione e l’irriducibilità dell’essere umano alla razionalità dei processi, la parte che segue anche strade diverse, spesso non codificate dalle procedure. Sono interessato a quel lato della persona che, oltre alla ragione, segue ‘la ragione’ delle emozioni e dei sentimenti. Mi pare che questo tema sia ricco di possibilità di ricerca e che le nostre aziende possano concepire nuove antropologie organizzative, in cui l’essere umano sia finalmente pensato in modo integrato, come persona che sente, pensa e agisce. Mi domando se questo interesse per l’unità tra forma, azione e sentimento, così centrale nella mia vita, sia legato, in qualche strano modo, alla mia passione per la musica. La musica è espressiva, ha una forma condivisibile, una struttura formalizzata, comunicativa, non puramente soggettiva –ci sono io, ma c’è anche l’altro–, e agisce, è generativa. La musica è un esempio concreto in cui mi realizzo in modo unitario, come essere umano in relazione. Tutto ciò mi ha portato a riflettere sulle mie motivazioni. Una ragione ha a che fare con la musica come ‘cosa’ che percepisco, come oggetto che cade sotto i miei sensi, e quello che immagino ascoltando. Il materiale percettivo musicale non è completamente neutro dal punto di vista immaginativo. Anche se mi sforzo di ridurlo a realtà neutrale, mi appare sempre dotato di senso. Mi capita di attribuire valori che nascono dall’abitudine a codici che ho appreso dagli ascolti, dalla fruizione di stilemi usati dai compositori con consapevolezza e sapienza quasi culinaria, e dal legame tra la musica e il linguaggio che spesso l’accompagna. Faccio un esempio. Posso descrivere un insieme di note come suoni a differenti altezze. Cosa cambia se le descrivo come una ‘scala di note discendenti’? L’effetto è subito evidente. E che succede se un cantante, su una scala di note discendenti, vocalizza: “Scendo nell’abisso”. E se il cantante è accompagnato da un trombone che farà sentire la sua nota ‘grave’ e ‘dolorosa’ alla fine della scala? Per me, il legame tra immaginare e provare un’emozione o un sentimento è molto forte. La musica è costruita così, per destare emozioni, sentimenti e piacere. La stessa cosa credo capiti a tutti. E la mia conoscenza della struttura influisce sul potere comunicativo che la musica esercita su di me, così come il sapere cosa sto facendo, e perché, incide sulla mia motivazione al fare. Deduco un secondo motivo dall’osservazione di me stesso quando ascolto o faccio musica. Quello che noto è una forma di attesa, di preparazione a qualcosa di bello e di piacevole. Andrò ad ascoltare un concerto, sto per cantare o per suonare. ‘Mi preparo’ e l’anticipazione dispone il mio animo a qualcosa di stupendo che accadrà, affila i miei sensi, mi rende più ricettivo e pronto a vivere l’emozione o il sentimento mosso dalla musica. La musica risponde con una sua proprietà fondamentale. Genera un contesto in cui suoni, frasi, timbri, ritmi ecc. donano senso al tempo che trascorre. Una piccola esistenza sboccia e si dipana all’interno dell’altra esistenza che sto vivendo. Assaporo il piacere atteso prima, come qualcosa di magnifico e compiuto, al dissolversi dell’ultimo accordo, dell’ultima nota, dell’ultima eco. La musica ha avuto un senso. E io sento di aver partecipato, ascoltando, suonando, dirigendo, scrivendo, alla realizzazione di qualcosa di bello. Capisco che ha valore per me, e in quel momento sono felice. Leggi tutto >

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