Autore: Runu

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di Angelo Canaletti

Il Knowledge Management (KM) potrebbe avere la stessa sorte della matematica, dopo l’introduzione della macchina di Turing; in essa è inglobata, risolta e sviluppata. La adoperiamo e non ci accorgiamo che lavora per noi. Che matematici non siamo. La conoscenza è dentro ogni impresa, si sviluppa, contribuisce alla gestione dei processi, eppure non sempre è un asset che fa parte del progetto costitutivo, seminale. A essa non si associa la dovuta energia. L’impresa va osservata. Non per un gusto asettico di stare lì a guardare come girano le cose, tipo gli invidiabili vecchietti immancabili in tutti i lavori stradali, ma per un bisogno ingegneristico fondato. Se si osserva il sistema azienda si possono trarre informazioni sul suo stato e sull’evoluzione dinamica del suo stato, partendo dalla valutazione dei suoi output. Meglio ancora se lo si fa analizzando la coppia input/output.

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Il mercato dell’e-learning è oggi sempre più maturo: 10 anni fa sembrava ancora un miraggio lontano, mentre oggi le aziende si affidano sempre di più a questi strumenti innovativi per occuparsi della formazione delle proprie risorse. Se all’inizio l’inevitabile soluzione per gestire progetti di e‑learning era quella di esternalizzare la formazione, oggi le imprese possono scegliere: continuare a far produrre ad esterni i loro moduli e‑learning oppure investire nella formazione dei loro stessi team per essere in grado, a lungo termine, di internalizzare la produzione della formazione a distanza.

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La scienza può migliorare e salvaguardare la vita umana. È questa la convinzione che guida Diaco Biofarmaucetici, azienda che produce farmaci infusionali in flebo di piccolo e grande volume. Nata a Trieste negli Anni 70, è stata un simbolo per la città. Poi ha attraversato un periodo di crisi, ma nel 2014 è stata rilevata da una nuova proprietà. Oggi vive una fase di rilancio che è partita dalla ricostruzione dello stabilimento e dalla selezione del personale, come ha raccontato Simone Zaggia, HR Manager di Diaco Biofarmaucetici, abbonato a Sviluppo&Organizzazione, da gennaio 2017.

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Del ruolo della Direzione del Personale nella creazione di occupazione si è discusso anche nella seconda tavola rotonda del Convivio di Milano: il Direttore editoriale di Este Chiara Lupi ha raccolto le testimonianze di quattro rappresentati di altrettante società di consulenza e due di aziende.

Secondo Rinaldo Pietro Platti, consulente del lavoro di Chi, cosa, come, professional solutions le Risorse Umane devono diventare più incisive: “Spesso l’HR si trova a dover fare il ragioniere, ossia assecondare le scelte dell’imprenditore per quanto concerne il personale. Questo comporta che il suo Ufficio viene visto come un mero costo aziendale”. A indebolire ancor di più il ruolo HR è la tendenza a ‘delocalizzare’ la gestione delle risorse a società estere: “Spesso gli HR stranieri sono più organizzati e meno costosi, ma se i Direttori italiani sapessero imporsi meglio e gli imprenditori lasciassero loro il giusto spazio, ecco che la gestione delle diventerebbe il motore di un’azienda di successo”.

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