Tag: ascolto

Ascoltare il clima per modificarlo

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“Taci”, punto! È la proposta di D’Annunzio ne La pioggia nel pineto. Peraltro, mi è sempre sembrata piuttosto perentoria. Forse era un invito che rivolgeva a se stesso, prima che al lettore, visto che in quanto a parlare, non si è mai tirato indietro. In ogni caso, è un’indicazione volta a favorire un contesto di attenzione e di ascolto, per poter assaporare il clima. Solo nel silenzio si può udire il suono della pioggia che cade “sui nostri vestimenti leggieri”. Leggi tutto >

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A cura di Nicola Catania, Daniela De Pasquale, Maria Rosaria Nico, Domenico Scordino

Che ruolo ha un Direttore del Personale nel mondo delle banche? Che differenze si registrano con altri contesti organizzativi? Ce ne parla un professionista delle Risorse umane che ha operato in società italiane e multinazionali durante un percorso professionale che l’ha portato anche all’estero, dove ha potuto sperimentare un diverso modo di lavorare: i cambiamenti, le novità e le differenze costituiscono una grande ricchezza e contribuiscono alla crescita professionale e personale. Un’intervista ad Antonio Rinetti ci aiuta a mettere in luce alcuni aspetti di una professione che ha dovuto tenere il passo con i cambiamenti portati dalla crisi economica. Leggi tutto >

Forme d’incontro

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Risonanze musicali – di Mauro De Martini –

Non molto tempo fa mi è capitato un episodio che ritengo interessante. Per un po’ sono stato in dubbio se raccontarlo attraverso questa pagina, perché non desidero centrare l’attenzione su un giudizio. Tuttavia la fiducia nei lettori della rubrica mi incoraggia. Così vado avanti, lasciando da parte i dubbi, e do voce all’esperienza personale. Sono stato convocato per un colloquio da un responsabile della formazione. Dopo i primi convenevoli, il manager inizia a raccontare la situazione aziendale e prosegue ininterrottamente per parecchio tempo. Cerco di fare qualche domanda o riformulare qualche concetto, ma è impossibile intervenire. Vengo immediatamente troncato. Il mio interlocutore prosegue nella sua descrizione. Mi viene presentato un ampio documento dove sono spiegate la vision e la mission dell’azienda. Cerco di intervenire per capire meglio. Ma quando parlo, mi rendo conto che l’altra persona stacca completamente l’attenzione, sembra quasi irritata. A un certo momento, pare giunto il mio turno. Il manager chiede la mia opinione. Apro la bocca e dico due parole. Squilla il suo cellulare. Lui si alza, abbandona il tavolo dell’incontro, e risponde. Rimango in silenzio, fino al termine della lunga telefonata. Il manager ritorna al tavolo. Cerco di riprendere il filo del discorso, ma viene nuovamente interrotto dal cellulare. Altri cinque minuti d’attesa. Terminata anche questa telefonata, ricomincio dall’inizio. Mentre parlo, ho la netta impressione di non essere ascoltato. Infatti, dopo un istante, vengo interrotto. A un tratto, mi arriva un messaggio sms. Prendo il telefono per spegnerlo. Subito il manager mi apostrofa: “Beh, io sto parlando, ma mi ascolti o rispondi ai messaggi?”. Come dicevo, non sono intenzionato a esprimere un giudizio. Chi può dire cosa passasse nell’animo del mio interlocutore? Mi sembrava piuttosto in ansia, forse era quello che gli impediva di centrarsi su ciò che cercavo di dire. Mi interessa invece sottolineare un fenomeno che sembra diffondersi e che, talvolta, riguarda anche me. Ho la netta sensazione che sia sempre più difficile trovare, e mettere in atto, atteggiamenti di ascolto autentico. Non so bene quale sia la causa. Me ne accorgo non perché manchino interlocutori disposti ad ascoltare, ma perché colgo un dilagante bisogno d’espressione. Mi sembra che stia aumentando l’urgenza di affermare se stessi, di posizionarsi rispetto alle affermazioni dell’altro. Sarà forse il frangente di crisi che stiamo attraversando? Siamo spaventati e cerchiamo di riaffermare, come un mantra, le nostre convinzioni, le nostre soluzioni salvifiche? Quando affermo che queste sono percezioni mie, intendo relativizzarle. Il mio osservatorio è piuttosto limitato e condizionato dal mio stato d’animo. Inoltre sono consapevole che il mio palato è molto esigente, forse troppo. La ‘colpa’ sta nella mia esperienza musicale, che mi ha fatto apprezzare il ‘gusto dell’ascolto’ o, per meglio dire, la ‘gioia d’ascoltare’. La musica è la dimensione dell’ascolto. Anzi, sono convinto che la musica sia scritta per essere ascoltata. È vero che c’è la musica per la danza, quella d’ambiente, quella per rilassare e così via. Sono forme in cui l’ascolto non è protagonista. Ma anche oggi, in cui possiamo dire che la musica –cosiddetta– classica non è più l’unica musica, la musica è prevalentemente fatta per essere ascoltata. L’esperienza d’ascolto è stupefacente perché è sempre in dialogo. Ci si apre al mondo di chi l’ha scritta e una parte di noi risuona con quanto viene suonato. Ogni ‘ascoltare’ è anche un ‘ascoltarsi’ –può darsi che qui si annidi una paura–. La musica propone un incontro. La stessa musica viene eseguita da vari interpreti. C’è una struttura che non muta, che mantiene la propria identità, e un’altra che muta, in funzione di chi la esegue. Anzi, ogni nuovo ascolto è arricchito dagli ascolti precedenti. Ogni ascolto è un incontro sorprendente, come ogni persona che conosciamo rappresenta una stupefacente possibilità d’incontro. La musica, poi, chiede di essere ascoltata nuovamente, di essere conosciuta meglio. Più la si ascolta, più la si ama. Ciò nondimeno è importante la ‘forma’ di questo incontro. Un requisito fondamentale è il tempo. In una società in cui ‘non c’è più tempo’, come facciamo ad ascoltare e a incontrare? E per incontrare bisogna mettersi in gioco, porre attenzione a chi e a cosa si ascolta. Perciò credo che la ‘formazione’ prima di essere comunicazione di contenuti, o tentativo di cambiare i comportamenti, sia attenzione alla ‘forma’ dei nostri incontri. Leggi tutto >

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Risonanze musicali – di Mauro De Martini –

È molto divertente leggere i manuali di gestione delle ‘Risorse Umane’ o di ‘comportamenti organizzativi’. Tutto funziona perfettamente, in teoria. Scorro le pagine in cui si spiega come selezionare, accogliere, motivare, retribuire, valutare, rilasciare… e sperimento una sensazione di pace e serenità inesorabile. Ogni cosa mi appare come lo sviluppo di un processo necessario, come il ticchettio di un orologio ideale, i cui meccanismi, ben ingranati, funzionano all’unisono per il raggiungimento del fine organizzativo. Poi penso alle aziende reali, che incontro tutti i giorni, e sorrido. Appena si lavora con ‘persone vere’ e non con ‘Risorse Umane’ le cose non quadrano mai. C’è quasi sempre un granello di polvere che inceppa i congegni, il caso strano che nessuna letteratura ha mai documentato. Mi viene in mente l’immagine del tipo che, grattandosi la testa, dice in tono sommesso: “Questa cosa non l’avevo mai vista!”. Non voglio svalutare i manuali, che fanno il loro dovere. Ci spiegano come ‘il migliore dei mondi possibili’ possa trovare la propria completa attuazione. Il loro compito è offrire tecniche che possiamo applicare al bisogno. Quello che mi stupisce nasce invece dall’osservazione della relazione tra i modelli di gestione e l’irriducibilità dell’essere umano alla razionalità dei processi, la parte che segue anche strade diverse, spesso non codificate dalle procedure. Sono interessato a quel lato della persona che, oltre alla ragione, segue ‘la ragione’ delle emozioni e dei sentimenti. Mi pare che questo tema sia ricco di possibilità di ricerca e che le nostre aziende possano concepire nuove antropologie organizzative, in cui l’essere umano sia finalmente pensato in modo integrato, come persona che sente, pensa e agisce. Mi domando se questo interesse per l’unità tra forma, azione e sentimento, così centrale nella mia vita, sia legato, in qualche strano modo, alla mia passione per la musica. La musica è espressiva, ha una forma condivisibile, una struttura formalizzata, comunicativa, non puramente soggettiva –ci sono io, ma c’è anche l’altro–, e agisce, è generativa. La musica è un esempio concreto in cui mi realizzo in modo unitario, come essere umano in relazione. Tutto ciò mi ha portato a riflettere sulle mie motivazioni. Una ragione ha a che fare con la musica come ‘cosa’ che percepisco, come oggetto che cade sotto i miei sensi, e quello che immagino ascoltando. Il materiale percettivo musicale non è completamente neutro dal punto di vista immaginativo. Anche se mi sforzo di ridurlo a realtà neutrale, mi appare sempre dotato di senso. Mi capita di attribuire valori che nascono dall’abitudine a codici che ho appreso dagli ascolti, dalla fruizione di stilemi usati dai compositori con consapevolezza e sapienza quasi culinaria, e dal legame tra la musica e il linguaggio che spesso l’accompagna. Faccio un esempio. Posso descrivere un insieme di note come suoni a differenti altezze. Cosa cambia se le descrivo come una ‘scala di note discendenti’? L’effetto è subito evidente. E che succede se un cantante, su una scala di note discendenti, vocalizza: “Scendo nell’abisso”. E se il cantante è accompagnato da un trombone che farà sentire la sua nota ‘grave’ e ‘dolorosa’ alla fine della scala? Per me, il legame tra immaginare e provare un’emozione o un sentimento è molto forte. La musica è costruita così, per destare emozioni, sentimenti e piacere. La stessa cosa credo capiti a tutti. E la mia conoscenza della struttura influisce sul potere comunicativo che la musica esercita su di me, così come il sapere cosa sto facendo, e perché, incide sulla mia motivazione al fare. Deduco un secondo motivo dall’osservazione di me stesso quando ascolto o faccio musica. Quello che noto è una forma di attesa, di preparazione a qualcosa di bello e di piacevole. Andrò ad ascoltare un concerto, sto per cantare o per suonare. ‘Mi preparo’ e l’anticipazione dispone il mio animo a qualcosa di stupendo che accadrà, affila i miei sensi, mi rende più ricettivo e pronto a vivere l’emozione o il sentimento mosso dalla musica. La musica risponde con una sua proprietà fondamentale. Genera un contesto in cui suoni, frasi, timbri, ritmi ecc. donano senso al tempo che trascorre. Una piccola esistenza sboccia e si dipana all’interno dell’altra esistenza che sto vivendo. Assaporo il piacere atteso prima, come qualcosa di magnifico e compiuto, al dissolversi dell’ultimo accordo, dell’ultima nota, dell’ultima eco. La musica ha avuto un senso. E io sento di aver partecipato, ascoltando, suonando, dirigendo, scrivendo, alla realizzazione di qualcosa di bello. Capisco che ha valore per me, e in quel momento sono felice. Leggi tutto >

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