Tag: musica

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di Mauro De Martini

Ricordo un intervento dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, che risale agli Anni 90, in cui il prelato dichiarava: “La Chiesa non è una democrazia”.
È un’affermazione che, apparentemente, potrebbe sembrare banale. Il papa ‘dovrebbe’ essere il capo supremo della Chiesa cattolica. Ma lo sappiamo bene che gli affari degli umani non sono mai così semplici.
In ogni caso, al di là dei riferimenti alla Chiesa, nella mia testa iniziai a farmi domande sulle forme di governo delle aziende. La stessa affermazione di Ratzinger possiamo farla per le nostre realtà organizzative, che ‘non sono democrazie’. Per quanto i management team, gli incontri di staff, le riunioni dei gruppi di lavoro rappresentino un momento fondamentale nell’operare scelte, spesso la decisione è in mano a pochi, se non pochissimi. Ma, continuava l’ex cardinale, “chi ha qui propriamente il diritto di prendere le decisioni? Su quale base ciò avviene? Nella democrazia politica a questa domanda si risponde con il sistema della rappresentanza: nelle elezioni i singoli scelgono i loro rappresentanti i quali prendono le decisioni per loro”.
La Chiesa si confronta con il compito di capire con quale ‘legittimità’ una sola persona possa, e debba –in un certo senso– prendere posizioni che hanno un’influenza non solo sulle scelte di comportamento, ma addirittura su dimensioni intime dei fedeli. Anche a noi, ‘semplici organizzativi’, spetta un compito analogo. Perché le nostre strutture non sono democratiche?
Vorrei rispondere a questa domanda senza problematizzare eccessivamente, mantenendomi a un livello d’immediatezza intuitiva. Per quanto riguarda la Chiesa è presto detto. Il capo è espressione dell’autorità di Dio. Il potere della Chiesa è gerarchico e nasce da un’emanazione del potere divino (anche etimologicamente). Nelle nostre organizzazioni invece il potere del capo ha una dimensione funzionale. È utile per qualche motivo. La differenza tra la legittimazione di derivazione divina e quella umana è abbastanza evidente. Ciò che mi interessa, però, mettendo da parte la Chiesa e i suoi fenomeni, è capire che cosa significhi ‘essere capi’ e che conseguenze abbia il modo d’essere capi sulle organizzazioni.
La musica, come al solito, mi viene in aiuto. Prendo spunto da un episodio recente. Nella mia ‘seconda vita’mi capita di cantare per vari gruppi corali. Dovendomi preparare per un evento, ho partecipato a una sessione di prove. Lo stesso coro, espressione di varie ensemble, viene diretto per alcuni brani da un direttore e per altri da un secondo direttore. Entrambi i conduttori non hanno mai lavorato con tutto il coro nel suo complesso. Durante la prova il primo direttore ha dato subito l’idea di essere tecnicamente molto competente. Ha espresso con chiarezza i propri obiettivi, ha specificato quali sarebbero stati i propri gesti, la sua modalità di comunicare l’interpretazione espressiva e il ritmo. Il suo atteggiamento, tuttavia, è stato piuttosto freddo e distante: niente sorrisi e sguardo duro. Dopo la spiegazione abbiamo iniziato a cantare. Al primo errore del coro questi ha alzato la voce, manifestando insofferenza e rabbia, rimbrottando i coristi come se avesse a che fare con dei bambini.
Mi guardavo attorno. Molti erano infastiditi. La domanda che aleggiava silenziosa era: “Ma chi è questo qui per trattarci così male?”. Le prove sono proseguite, in un clima di timore. Il ‘suono’ del coro era complessivamente brutto, la performance un po’ meccanica.
Al passaggio del testimone si è presentato il secondo direttore, sorridente, con sguardo bonario. Due battute spiritose e via, si canta. Mi sono reso conto che il secondo direttore aveva un approccio poco chiaro nei gesti e nelle indicazioni di tempo, lasciando correre qualche imprecisione. Ma, potete crederci, il coro cantava globalmente meglio rispetto a prima. Il suono era gradevole, il risultato d’insieme era apprezzabile, nonostante i brani fossero allo stesso livello dei precedenti, per difficoltà.
Pensandoci, mi sono reso conto dell’errore commesso dal primo direttore, che lì per lì non avevo focalizzato, forse perché assuefatto al contesto. Il primo direttore aveva cominciato a dirigere senza creare la giusta relazione con le persone che gli stavano davanti. Forse pensava che per fondare la legittimità della sua leadership sarebbe stata sufficiente la competenza tecnica. Ora non voglio banalizzare. Non bastano le pacche sulle spalle per far andar bene un’azienda e tutti lo sanno. Però spesso le organizzazioni rispecchiano i propri vertici. Quindi, a meno d’essere stati designati direttamente da Dio –o, forse, anche in questo caso– non possiamo esimerci dal riflettere profondamente su che tipo di capo desideriamo essere. Leggi tutto >

Forme d’incontro

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Risonanze musicali – di Mauro De Martini –

Non molto tempo fa mi è capitato un episodio che ritengo interessante. Per un po’ sono stato in dubbio se raccontarlo attraverso questa pagina, perché non desidero centrare l’attenzione su un giudizio. Tuttavia la fiducia nei lettori della rubrica mi incoraggia. Così vado avanti, lasciando da parte i dubbi, e do voce all’esperienza personale. Sono stato convocato per un colloquio da un responsabile della formazione. Dopo i primi convenevoli, il manager inizia a raccontare la situazione aziendale e prosegue ininterrottamente per parecchio tempo. Cerco di fare qualche domanda o riformulare qualche concetto, ma è impossibile intervenire. Vengo immediatamente troncato. Il mio interlocutore prosegue nella sua descrizione. Mi viene presentato un ampio documento dove sono spiegate la vision e la mission dell’azienda. Cerco di intervenire per capire meglio. Ma quando parlo, mi rendo conto che l’altra persona stacca completamente l’attenzione, sembra quasi irritata. A un certo momento, pare giunto il mio turno. Il manager chiede la mia opinione. Apro la bocca e dico due parole. Squilla il suo cellulare. Lui si alza, abbandona il tavolo dell’incontro, e risponde. Rimango in silenzio, fino al termine della lunga telefonata. Il manager ritorna al tavolo. Cerco di riprendere il filo del discorso, ma viene nuovamente interrotto dal cellulare. Altri cinque minuti d’attesa. Terminata anche questa telefonata, ricomincio dall’inizio. Mentre parlo, ho la netta impressione di non essere ascoltato. Infatti, dopo un istante, vengo interrotto. A un tratto, mi arriva un messaggio sms. Prendo il telefono per spegnerlo. Subito il manager mi apostrofa: “Beh, io sto parlando, ma mi ascolti o rispondi ai messaggi?”. Come dicevo, non sono intenzionato a esprimere un giudizio. Chi può dire cosa passasse nell’animo del mio interlocutore? Mi sembrava piuttosto in ansia, forse era quello che gli impediva di centrarsi su ciò che cercavo di dire. Mi interessa invece sottolineare un fenomeno che sembra diffondersi e che, talvolta, riguarda anche me. Ho la netta sensazione che sia sempre più difficile trovare, e mettere in atto, atteggiamenti di ascolto autentico. Non so bene quale sia la causa. Me ne accorgo non perché manchino interlocutori disposti ad ascoltare, ma perché colgo un dilagante bisogno d’espressione. Mi sembra che stia aumentando l’urgenza di affermare se stessi, di posizionarsi rispetto alle affermazioni dell’altro. Sarà forse il frangente di crisi che stiamo attraversando? Siamo spaventati e cerchiamo di riaffermare, come un mantra, le nostre convinzioni, le nostre soluzioni salvifiche? Quando affermo che queste sono percezioni mie, intendo relativizzarle. Il mio osservatorio è piuttosto limitato e condizionato dal mio stato d’animo. Inoltre sono consapevole che il mio palato è molto esigente, forse troppo. La ‘colpa’ sta nella mia esperienza musicale, che mi ha fatto apprezzare il ‘gusto dell’ascolto’ o, per meglio dire, la ‘gioia d’ascoltare’. La musica è la dimensione dell’ascolto. Anzi, sono convinto che la musica sia scritta per essere ascoltata. È vero che c’è la musica per la danza, quella d’ambiente, quella per rilassare e così via. Sono forme in cui l’ascolto non è protagonista. Ma anche oggi, in cui possiamo dire che la musica –cosiddetta– classica non è più l’unica musica, la musica è prevalentemente fatta per essere ascoltata. L’esperienza d’ascolto è stupefacente perché è sempre in dialogo. Ci si apre al mondo di chi l’ha scritta e una parte di noi risuona con quanto viene suonato. Ogni ‘ascoltare’ è anche un ‘ascoltarsi’ –può darsi che qui si annidi una paura–. La musica propone un incontro. La stessa musica viene eseguita da vari interpreti. C’è una struttura che non muta, che mantiene la propria identità, e un’altra che muta, in funzione di chi la esegue. Anzi, ogni nuovo ascolto è arricchito dagli ascolti precedenti. Ogni ascolto è un incontro sorprendente, come ogni persona che conosciamo rappresenta una stupefacente possibilità d’incontro. La musica, poi, chiede di essere ascoltata nuovamente, di essere conosciuta meglio. Più la si ascolta, più la si ama. Ciò nondimeno è importante la ‘forma’ di questo incontro. Un requisito fondamentale è il tempo. In una società in cui ‘non c’è più tempo’, come facciamo ad ascoltare e a incontrare? E per incontrare bisogna mettersi in gioco, porre attenzione a chi e a cosa si ascolta. Perciò credo che la ‘formazione’ prima di essere comunicazione di contenuti, o tentativo di cambiare i comportamenti, sia attenzione alla ‘forma’ dei nostri incontri. Leggi tutto >

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Risonanze musicali – di Mauro De Martini –

È molto divertente leggere i manuali di gestione delle ‘Risorse Umane’ o di ‘comportamenti organizzativi’. Tutto funziona perfettamente, in teoria. Scorro le pagine in cui si spiega come selezionare, accogliere, motivare, retribuire, valutare, rilasciare… e sperimento una sensazione di pace e serenità inesorabile. Ogni cosa mi appare come lo sviluppo di un processo necessario, come il ticchettio di un orologio ideale, i cui meccanismi, ben ingranati, funzionano all’unisono per il raggiungimento del fine organizzativo. Poi penso alle aziende reali, che incontro tutti i giorni, e sorrido. Appena si lavora con ‘persone vere’ e non con ‘Risorse Umane’ le cose non quadrano mai. C’è quasi sempre un granello di polvere che inceppa i congegni, il caso strano che nessuna letteratura ha mai documentato. Mi viene in mente l’immagine del tipo che, grattandosi la testa, dice in tono sommesso: “Questa cosa non l’avevo mai vista!”. Non voglio svalutare i manuali, che fanno il loro dovere. Ci spiegano come ‘il migliore dei mondi possibili’ possa trovare la propria completa attuazione. Il loro compito è offrire tecniche che possiamo applicare al bisogno. Quello che mi stupisce nasce invece dall’osservazione della relazione tra i modelli di gestione e l’irriducibilità dell’essere umano alla razionalità dei processi, la parte che segue anche strade diverse, spesso non codificate dalle procedure. Sono interessato a quel lato della persona che, oltre alla ragione, segue ‘la ragione’ delle emozioni e dei sentimenti. Mi pare che questo tema sia ricco di possibilità di ricerca e che le nostre aziende possano concepire nuove antropologie organizzative, in cui l’essere umano sia finalmente pensato in modo integrato, come persona che sente, pensa e agisce. Mi domando se questo interesse per l’unità tra forma, azione e sentimento, così centrale nella mia vita, sia legato, in qualche strano modo, alla mia passione per la musica. La musica è espressiva, ha una forma condivisibile, una struttura formalizzata, comunicativa, non puramente soggettiva –ci sono io, ma c’è anche l’altro–, e agisce, è generativa. La musica è un esempio concreto in cui mi realizzo in modo unitario, come essere umano in relazione. Tutto ciò mi ha portato a riflettere sulle mie motivazioni. Una ragione ha a che fare con la musica come ‘cosa’ che percepisco, come oggetto che cade sotto i miei sensi, e quello che immagino ascoltando. Il materiale percettivo musicale non è completamente neutro dal punto di vista immaginativo. Anche se mi sforzo di ridurlo a realtà neutrale, mi appare sempre dotato di senso. Mi capita di attribuire valori che nascono dall’abitudine a codici che ho appreso dagli ascolti, dalla fruizione di stilemi usati dai compositori con consapevolezza e sapienza quasi culinaria, e dal legame tra la musica e il linguaggio che spesso l’accompagna. Faccio un esempio. Posso descrivere un insieme di note come suoni a differenti altezze. Cosa cambia se le descrivo come una ‘scala di note discendenti’? L’effetto è subito evidente. E che succede se un cantante, su una scala di note discendenti, vocalizza: “Scendo nell’abisso”. E se il cantante è accompagnato da un trombone che farà sentire la sua nota ‘grave’ e ‘dolorosa’ alla fine della scala? Per me, il legame tra immaginare e provare un’emozione o un sentimento è molto forte. La musica è costruita così, per destare emozioni, sentimenti e piacere. La stessa cosa credo capiti a tutti. E la mia conoscenza della struttura influisce sul potere comunicativo che la musica esercita su di me, così come il sapere cosa sto facendo, e perché, incide sulla mia motivazione al fare. Deduco un secondo motivo dall’osservazione di me stesso quando ascolto o faccio musica. Quello che noto è una forma di attesa, di preparazione a qualcosa di bello e di piacevole. Andrò ad ascoltare un concerto, sto per cantare o per suonare. ‘Mi preparo’ e l’anticipazione dispone il mio animo a qualcosa di stupendo che accadrà, affila i miei sensi, mi rende più ricettivo e pronto a vivere l’emozione o il sentimento mosso dalla musica. La musica risponde con una sua proprietà fondamentale. Genera un contesto in cui suoni, frasi, timbri, ritmi ecc. donano senso al tempo che trascorre. Una piccola esistenza sboccia e si dipana all’interno dell’altra esistenza che sto vivendo. Assaporo il piacere atteso prima, come qualcosa di magnifico e compiuto, al dissolversi dell’ultimo accordo, dell’ultima nota, dell’ultima eco. La musica ha avuto un senso. E io sento di aver partecipato, ascoltando, suonando, dirigendo, scrivendo, alla realizzazione di qualcosa di bello. Capisco che ha valore per me, e in quel momento sono felice. Leggi tutto >

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