Manager con giacca e camicia strappate

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di Lauro Venturi

Penso che abbiamo sottovalutato il fatto che all’inizio di ottobre il Direttore delle risorse umane di Air France è fuggito a fatica da una folla a dir poco inferocita che lo inseguiva per scaricare su di lui una grande rabbia, esplosa in seguito all’annuncio del taglio di 3mila lavoratori.
Eppure quell’uomo arrampicato sulla rete, con la camicia strappata e lo sguardo atterrito, ha fatto il giro del mondo. Ma si sa, la Rete tanto diffonde e tanto dimentica.
Da un po’ di tempo sento un’aria a dir poco ostile contro l’impresa e chi la dirige. Leggo titoli del tipo “Un miliardo regalato alle imprese”, per commentare un provvedimento di riduzione del costo del lavoro o di incentivi agli investimenti. Ma come si fa a non capire che il lavoro si crea solamente se le imprese prosperano e sono messe in condizione di competere a livello globale? Com’è possibile contrapporre impresa e lavoro, quando la sfida è far vincere la cultura del lavoro vero, a qualsiasi livello, contro quella della finanza speculativa e irresponsabile?
Torno però al nostro manager, aggredito nel quartier generale di Air France, a Roissy, a due passi da Parigi. Su Facebook un giornalista posta questo commento: “Sarebbe così bello vedere ogni giorno strappare giacche e camicie a qualche manager”. Seguono diversi “Mi piace” e qualche commento che rinforza il concetto.
Non ce la faccio e alla sera mi scappa la tastiera: “Poi le aziende le gestiscono i collettivi del popolo, o Landini”. Lo so che il mio ‘bambino ribelle’ a volte dovrebbe star zitto, ma non sempre! L’autore del post mi rimanda la palla: “Lauro Venturi, siamo amici su Facebook, ma non ci conosciamo. Perché si spaventa tanto per una battuta? È un manager?”.
E io: “Certo, e nel 2005 scrissi anche L’educazione sentimentale del manager: ci sono dentro fino al collo”. Si inserisce un’altra persona: “Mah, uno che parla di collettivi del popolo di paure deve averne parecchie”.
Rispondo: “La mia paura è che dalle giacche strappate si arrivi a persone gambizzate, e questo non mi strappa risate”.
Comunque, dicevo, a parte qualche battuta sui social, poi tutto si è spento.
Sempre in quei giorni ho letto una recensione del libro di Michela Marzano Estensione del dominio della manipolazione: dall’azienda alla vita privata.1 Si parla del lavoro che è diventato un fine, un traguardo non solo professionale, ma che include anche il benessere della parte più intima del sé. La valorizzazione del lavoro fa ormai parte della valorizzazione dell’individuo e della sua ricerca di felicità e “il lavoro non è più soltanto un mezzo di sussistenza, non ha più valore strumentale. […] L’individuo diventa schiavo della sua attività e ogni altro spazio di libertà gli è precluso. […] La nuova ideologia capovolge l’ordine dei valori e consacra l’impresa, dispensatrice di lavoro, al rango di istituzione totale, capace di restituire senso alla nostra società”.
Mi ricordo Primo Levi che disse più o meno: amare il proprio lavoro è la migliore approssimazione alla felicità sulla Terra.
Ah, sotto al testo leggo il commento di un ex segretario provinciale della Cgil: “E tutto cominciò con l’utilizzo di termini quali collaboratori, risorse umane…”.
Significa quindi che dobbiamo tornare alla contrapposizione tra padrone e lavoratore? Significa che è sbagliato parlare di realizzazione anche personale nel lavoro e che il mio mantra “orientamento al business e sincero interesse per le persone” è aria fritta?
Non posso accettarlo: 10 anni fa scrissi l’articolo Lavoro felice, ossimoro o binomio possibile?2 e ho continuato a occuparmi del ‘bellessere’ nel posto di lavoro.
Non mi rassegnerò mai e se l’andazzo diventasse quello di una conflittualità perenne, beh, me ne andrò a coltivare un po’ di uva o a fare qualcos’altro. A 60 anni suonati me lo merito.
Ma ho ancora la voglia di essere un buon dirigente attento al business e alle persone, grazie alle quali costruisco risultati concreti. 

1 Marzano M. (2010), Estensione del dominio della manipolazione dall’azienda alla vita privata, Mondadori, Milano.
2 Venturi L. (2004), Lavoro felice, ossimoro o binomio posibile?, Persone&Conoscenze, 10.

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