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L’Italia al Lavoro, la Piccola e media impresa come modello

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Sono infinite le disquisizioni sulla Piccola e media impresa italiana, le cosiddette PMI, al centro del recente progetto multicanale L’Italia al Lavoro. promosso dalla casa editrice ESTE e dalla sua rivista Persone&Conoscenze. Si deve diffidare di quasi tutte le parole spese da società di consulenza e istituzioni finanziarie. Tutti, salvo eccezioni, vogliono insegnare alla Piccola e media impresa come dovrebbe essere, quasi dimenticando che si tratta in molti casi di aziende di successo.

Si dice che la Piccola e media impresa dovrebbe darsi come obiettivo la crescita, e si dice che non sa ben gestire il passaggio generazionale. Ma società di consulenza e istituzioni finanziarie non si mostrano in realtà interessate a capire come la Piccola e media impresa funziona, come esiste. Si vuole colpevolizzare la Piccola e media impresa, proprio perché resiste ai modelli imposti dall’esterno.

I piccoli imprenditori creano ricchezza ‘a modo loro’, fuori dagli schemi precostituiti. E questo può sollevare la perplessità di quanti –istituzioni, giornalisti, politici, centri di ricerca, fornitori di software, consulenti, business school– cercano di ridurla a categorie: ‘ognuno a suo modo’ vuol dire anche che ogni imprenditore crea un mondo diverso da ogni altro, e quindi ogni Piccola e media impresa ha un proprio modello.

La Piccola e media impresa resta la principale risorsa del nostro Paese, eppure proprio per questo suo scostarsi dai modelli è avversata e criticata, e costretta a operare in un contesto ostile.

È ostile il quadro normativo, burocratico, fiscale. Si propongono forme di finanziamento e di credito che, anziché rinforzare la potenzialità dell’impresa, la indeboliscono, perché il sostegno è subordinato all’adeguamento dell’impresa a standard globali, quando invece la forza della Piccola e media impresa italiana sta nel discostarsi da questi standard.

Chi è privo delle capacità che contraddistinguono il vero imprenditore, chi non sa costruire mondi e ha quindi bisogno, per operare, di contesti garantiti e di regole tese a limitare la libertà soggettiva, non sarà in grado di capire la ‘piccola impresa’ e cercherà di ricondurla al proprio modello di sviluppo, alla propria visione del mondo. 

Tappe Italia al lavoro ESTE

Identità e mondo creato

Ogni piccola industria è un mondo, un mondo creato dell’imprenditore a propria immagine e somiglianza. L’imprenditore è il creatore che si identifica con la sua creazione. Non è certo solo ‘lavoro’ il suo, ‘pane guadagnato con il sudore della fronte’. È anche ozio, gioco, piacere, occupazione creativa e costruttiva del tempo di vita visto nel suo insieme. È realizzazione di sé, misurata non solo in denaro.

Tempo ben speso non solo per sé, ma anche per gli altri. È così che la piccola impresa, la creazione, rispecchia e oggettiva le conoscenze, il carattere, gli atteggiamenti del creatore.

A differenza del manager che controlla e subordina a disegni esterni, il piccolo imprenditore non riesce a distinguere il lavoro dal divertimento, e fonda la propria strategia sulla propria visione del mondo. L’imprenditore si aggira nel suo mondo, lo osserva, lo crea e ricrea giorno dopo giorno. L’imprenditore, in quanto soggetto, lega all’impresa non solo il tempo di lavoro, ma tutto il tempo; non solo la realizzazione professionale, ma la propria affermazione, in senso complessivo.

L’imprenditore sceglie di fare partecipare alla creazione del suo mondo persone in qualche modo simili a lui. Così, o le conoscenze, il carattere, gli atteggiamenti delle persone che lavorano nell’impresa sono coerenti con conoscenze, carattere e atteggiamenti dell’imprenditore, o le persone sono espulse.

E questo vale tanto per familiari –fratelli, figli, mogli– quanto per i collaboratori. La divisione dei compiti, dei ruoli, del lavoro, è possibile, ma solo se l’identificazione è sentita, e realizzata quotidianamente nei fatti.

Per ‘tenere insieme’ le diverse visioni del mondo di cui sono portatrici le diverse famiglie professionali, la grande impresa è costretta ad accettare i costi di un pesante apparato burocratico. La piccola impresa, al contrario, considera la burocratizzazione un pericolo grave e un segno di crisi: se la burocrazia esistesse, se la coesione organizzativa fosse frutto di regole esterne a ciò che è considerato ‘vero’ dalle persone, se questo accadesse significherebbe che l’impresa è venuta meno al suo fondamento, e cioè la capacità di reggersi attorno a idee e atteggiamenti condivisi.

La grande impresa –gestita da manager scarsamente identificati, mercenari– è disposta, sull’altare della crescita, a mettere a repentaglio e, alla fine, a rinunciare alla propria identità. All’opposto la piccola impresa, dove l’imprenditore che si identifica totalmente con la propria creazione, è una cultura, un mondo costruito in base a regole e scopi che sono strettamente legati alla figura del fondatore, o del rifondatore. La piccola impresa vive e prospera perché è caratterizzata da una forte omogeneità.

Lavoro e organizzazione

La piccola impresa si fonda su legami interni: legami familiari, legami forti con i dipendenti, che sono innanzitutto collaboratori, persone partecipi di un sapere condiviso. L’impresa funziona perché questi legami –‘vincoli che legano’– esistono e sono vissuti giusti, necessari ed efficaci.

Non basta il contratto di categoria, che viene percepito sia dall’imprenditore sia dal lavoratore come un’entità fredda, spesso lontana dalle esigenze specifiche della piccola impresa. Perché il lavoratore e l’imprenditore, identificati entrambi con la cultura della propria impresa, sentono l’esigenza di interpretare creativamente clausole decise da altri e talvolta ridefinire i rapporti contrattuali stessi.

I princìpi che li guidano necessariamente tengono conto della relazione personale e dell’interesse di un’azienda che, certamente, è una loro creatura, e che l’uno e l’altro hanno contribuito a far crescere.

Il lavoratore –se è identificato con l’azienda– sa –e ha motivo di verificarlo giorno dopo giorno– che la gestione flessibile dell’orario di lavoro, coerente con l’attività produttiva e il mercato di riferimento, e il regime di incentivi legati ai risultati, sono da intendersi come compartecipazione al ruolo dell’imprenditore. Ogni lavoratore, in fondo, è imprenditore di se stesso. E contratta e riorienta giorno dopo giorno la sua relazione con l’organizzazione.

Gli oneri organizzativi –quello che ‘si deve fare’ perché l’impresa prosperi– sono a tutti noti; tutti sanno quello che c’è da fare, perché il sistema funzioni. Il reciproco controllo sociale funziona. Il ciclo produttivo e il mercato di riferimento sono noti a tutti. La conoscenza è diffusa e l’imprenditore sa che l’impresa prospera se si è capaci di utilizzare e rendere condivisi i saperi e le idee di ognuno.

Reazione alle avversità: innovazione

La vita del piccolo imprenditore è vita dura. Lotta quotidianamente per la sopravvivenza. Va avanti e affronta tutto con la forza di volontà, il coraggio, a partire da una motivazione interiore, perché ‘si è portati’ a fare l’imprenditore (da qui spesso l’autodefinizione di persone testarde e cocciute).

L’imprenditore difende la propria identità, ma, ammaestrato dagli eventi, è lontano da ogni forma di delirio di onnipotenza. Sa che il suo ‘mondo creato’ convive con altri mondi, aggressivi e sopraffattori. Se la singola impresa è sopravvissuta, è perché il singolo imprenditore ha saputo lottare; perché è stato capace di non arrendersi di fronte alle avversità.

Esistono avversità ‘esogene’, legate al ciclo economico o a mutamenti sociali: dall’andamento del dollaro alle derive demografiche; dalle strategie comunitarie europee alle rivoluzioni tecnologiche. Esistono avversità intrinsecamente legate allo stretto ambiente competitivo, agli stimoli dello specifico mercato nel quale l’impresa opera. Esistono anche avversità gratuite –norme di legge, politiche fiscali e politiche di incentivo- originate dalla scarsa conoscenza della realtà che sono chiamate a regolamentare e quindi poco rispettose della sua natura.

Il punto chiave è che di fronte a qualsiasi avversità –quale sia la sua origine il piccolo imprenditore sa reagire costruttivamente. Sa inventare una risposta creativa, probabilmente diversa da ogni altra, perché radicata su un modello di impresa diverso da ogni altro.

Mentre è opinione diffusa che il piccolo imprenditore non innovi, nella realtà egli innova ogni giorno, inventando soluzioni, assolutamente inattese dagli esperti e dagli osservatori esterni. Sta qui soprattutto la grande capacità di produrre ricchezza della piccola impresa: nella capacità di reagire alle avversità. E paradossalmente si può sostenere che la presenza di avversità –perfino delle avversità gratuite– è virtuosa, perché stimola la reazione creativa, una perenne nascita di nuovi modi di organizzare il lavoro, di produrre, di intendere il prodotto e il servizio, di soddisfare il cliente.

Non si tratta però di porsi come obiettivo la creazione di un contesto dove il piccolo imprenditore possa vivere una ‘vita più tranquilla’. Tranquillo l’imprenditore non starebbe comunque. Non si divertirebbe, non sarebbe se stesso. Dovrebbe rinunciare alla propria vocazione che lo spinge a creare cose nuove e a lottare per difenderle.

Si tratta invece di porsi come obiettivo la costruzione di modelli di rilevazione, di valutazione, di incentivazione in grado di riconoscere e di premiare e di stimolare ulteriormente la più ricca e la più utile delle capacità del piccolo imprenditore. La capacità di innovare.

Oltre i luoghi comuni

È vero che la piccola impresa non sa gestire i passaggi generazionali? Sarebbe un errore vedere questo processo nella prospettiva del mero cambiamento al vertice e sarebbe un errore ancor più grave leggere il fenomeno alla luce degli avvicendamenti alla guida delle grandi imprese.

È che se la piccola impresa è specchio dell’imprenditore, se è stata da lui costruita a propria immagine e somiglianza, non è scontato che fratelli, consorti o figli si rispecchino in quel mondo; non è detto che quel mondo possa efficacemente evolversi per dare spazio alla loro soggettività.

Nella grande impresa i ruoli sono scritti, codificati, nascono prima della persona che li interpreta e continuano a vivere dopo che la persona avrà abbandonato l’azienda. Nella piccola impresa, al contrario, ogni passaggio generazionale non è solo il cambiamento del leader, è una riconfigurazione dell’identità, quasi una nuova fondazione: il mantenere la tradizione del fondatore nella ricostituzione dei ruoli, delle attese, dei bisogni, delle visioni del mondo e del futuro.

Per le stesse considerazioni ci domandiamo se sia vero che la piccola impresa non voglia crescere. La piccola impresa vuole crescere, ma non è disposta a farlo quando il ‘crescere’ significa rinunciare a essere se stessi, significa subire un modello di sviluppo in contraddizione con la propria identità.

Se l’imprenditore ha scelto di essere tale per costruire il proprio mondo, un mondo che è immagine di lui stesso, dei suoi desideri, dei suoi sogni, delle sue conoscenze, non potrà e non vorrà accettare cambiamenti che lo obbligheranno a ‘non essere se stesso’. Se, inoltre, l’impresa è vissuta come cultura, l’imprenditore metterà giustamente in discussione i parametri in base ai quali la ‘crescita’ è misurata.

Solo ogni persona, ogni ‘sistema vivente’ conosce il proprio ‘modello di sviluppo’. Crescere, è una cosa diversa da soggetto a soggetto. Crescere è evolversi a partire dal proprio ‘codice genetico’, crescere è svilupparsi a partire dal proprio progetto e dalla propria idea, crescere è cercare la propria ‘forma perfetta’: questo modello di crescita è cercato e perseguito da ogni piccolo imprenditore.

Ma se ‘crescere’ significa adeguarsi a modelli imposti dall’esterno, modelli frutto di politiche statali o anche modelli discesi da norme stabilite a livello internazionale, modelli che annacquano l’identità culturale dell’impresa, la allontanano dalla sua idea fondante; se crescere significa sminuire il legame vitale tra il progetto soggettivo dell’imprenditore e la sua oggettivazione in organizzazione produttiva; se crescere significa perdere il controllo e la visione complessiva; se crescere significa tutto questo, la piccola impresa non potrà e non saprà crescere.

Perché all’imprenditore questa crescita non interessa. Perché per l’imprenditore questa crescita non è soggettivamente accettabile. Perché, l’esperienza lo insegna, i risultati di un simile adeguamento sarebbero peggiori del mantenere una dimensione non ‘ideale’, ma almeno ‘sentita’ da coloro che all’impresa partecipano. A tutto si può rinunciare, ma non alla propria identità.

Invece di sancire a priori che la piccola impresa sia incapace di ‘crescere’, si dovrebbe accettare l’idea che la piccola impresa non si vive come piccola, ma come impresa che non rinuncia a essere se stessa, e che spontaneamente cerca le proprie dimensioni ideali.

Raccontare, ascoltare, imparare

Applicare alla piccola impresa i modelli di sviluppo pensati per le grandi aziende non giova al comparto industriale nel suo complesso, quando si tratti di distribuire risorse pubbliche a sostegno del sistema Paese. Premiare, attraverso finanziamenti e agevolazioni, chi ‘dimostra’ di muoversi secondo gli schemi riconosciuti in sede politica, costringere l’originalità di un modello affascinante, quanto imprevedibile, dentro il solco di quanto scritto nei ‘sacri testi’, sottrae le risorse ai veri artefici dello sviluppo, frenandolo.

Più che da insegnare, c’è da osservare e imparare. Si deve ridare la parola all’imprenditore, perché ci racconti come pensa e come crea ricchezza e come lavora. Dal racconto degli imprenditori emerge una descrizione del mondo.

Solo ascoltando rispettosamente si può comprendere cosa fare per sostenere la Piccola e media impresa, irrinunciabile fonte di ricchezza del sistema economico italiano. Ascoltando il piccolo e medio imprenditore, inoltre, si potranno imparare cose importantissime, utili a portare alla luce un modello italiano, pratico e efficace, per governare e guidare le organizzazioni. Un modello alternativo al management standard che si studia nelle business school, modello che appare sempre più inadeguato anche alla guida delle grandi imprese.

Ultimo, ma non ultimo, la Piccola e media impresa è anche un mercato ricco per i fornitori di servizi. Servizi, consulenza, ricerche, hardware e software sono necessari. Ma i servizi dovranno essere ritagliati su misura per le ‘sue’ esigenze della singola impresa.

Per avviare una relazione economica proficua per entrambe le parti, i fornitori dovranno avvicinarsi alle specifiche caratteristiche di modi di fare impresa che smentiscono previsioni e scenari. Grandemente utile sarà dunque per i fornitori ascoltare le storie d’impresa, le storie della propria impresa, che gli imprenditori italiani sanno così bene raccontare.


Francesco Varanini

Francesco Varanini ha lavorato per quattro anni in America Latina come antropologo. Quindi per quasi quindici anni presso una grande azienda, dove ha ricoperto posizioni di responsabilità nell’area del personale, dell’organizzazione, dell’Information Technology e del marketing. Successivamente è stato co-fondatore e amministratore delegato del settimanale Internazionale. Da oltre 20 anni è consulente e formatore, si occupa in particolar modo di cambiamento culturale e tecnologico. Ha insegnato per dodici anni presso il corso di laurea in Informatica Umanistica dell’Università di Pisa. Attualmente tiene cicli di seminari presso l’Università di Udine. Nel 2004, presso la casa editrice Este, ha fondato la rivista Persone & Conoscenze, che tuttora dirige. Tra i suoi libri, ricordiamo Romanzi per i manager, Il Principe di Condé (edizione Este), Macchine per pensare.

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