Ascoltare il clima per modificarlo

Ascoltare il clima per modificarlo

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“Taci”, punto! È la proposta di D’Annunzio ne La pioggia nel pineto. Peraltro, mi è sempre sembrata piuttosto perentoria. Forse era un invito che rivolgeva a se stesso, prima che al lettore, visto che in quanto a parlare, non si è mai tirato indietro. In ogni caso, è un’indicazione volta a favorire un contesto di attenzione e di ascolto, per poter assaporare il clima. Solo nel silenzio si può udire il suono della pioggia che cade “sui nostri vestimenti leggieri”.

Nelle organizzazioni le persone parlano, si muovono, si scambiano gesti e sguardi. Chi è attento raccoglie le impressioni di come ‘stanno’ le nostre aziende. Non è un compito facile, anche perché, tutti presi dalle urgenze e dalle scadenze, ci possono passare sotto il naso ‘elefanti di disagio’ che, silenziosi come fantasmi, prima o poi fanno danni a cui tocca mettere mano per evitare conseguenze peggiori.

Benvenute le indagini del clima, dunque, che ci consentono di fare il punto della situazione e mettere tra parentesi l’urgenza, per intercettare potenziali criticità che potrebbero causare stress e malessere organizzativo, con l’obiettivo, prima di tutto, di prevenire ed eventualmente eliminare o, quantomeno, contenere i fenomeni negativi.

Rimuginando su queste cose, mi sono interrogato sul significato delle parole che usiamo e su quale relazione possa esserci tra “clima” e “benessere”. Se i termini che utilizziamo per rappresentare la realtà hanno una o più direzioni immaginative che valorizzano le nostre esperienze, allora può diventare interessante sondarne gli effetti sulla nostra visione del mondo.

Certo, non è pratica semplice né scontata. Abitiamo l’epoca dei post, nel mondo ‘post moderno’, ‘post democratico’, ‘post secolare’, ‘post ideologico’ e così via. Secondo la mia prospettiva, nata nel mio piccolo mondo provinciale di ‘nanetto da giardino’, ritengo di vivere nell’epoca del post talk show, in cui le parole sono diventate rumori. Appaiono come piume al vento.

Al contrario, tutti i giorni pronunciamo parole che sono ‘cose’ e hanno un effettivo peso. Per questo vorrei concentrarmi sull’ombra che la parola “clima” proietta sul nostro ambiente lavorativo.

Può darsi che il periodo storico-tecnologico che stiamo attraversando o la costante prospettiva antropocentrica con cui ci coccoliamo da quando ci definiamo “sapiens” ci dia l’illusione di poter controllare il clima. Con le nostre bombolette spray, con i frigoriferi e altre attività umane produciamo gas che, come enormi trapani, possono aver allargato il buco dell’ozono.

Novelli epigoni dello zio Podger –personaggio di Tre uomini in barca del romanzo di Jerome K. Jerome– siamo dei grandi pasticcioni e invece di piantare un chiodo per appendere un quadro, facciamo solo uno squarcio nell’intonaco. Insomma, per bene che ci vada, riusciamo a peggiorare la situazione climatica, ma siamo ben lungi dal poterla controllare.

Guardiamo fuori dalla finestra e desideriamo il sole per goderci le vacanze sotto l’ombrellone. Se il mare è brutto, addio immersione o gita in barca. Il clima non dipende da noi. Mentre il benessere delle nostre organizzazioni dipende da noi, eccome!

Ritengo che il primo rimedio, a valle di qualsiasi indagine di clima organizzativo, sia qualificare le azioni che possiamo intraprendere come ‘dipendenti’ dalla nostra volontà e possibilità. Per fare ciò, dobbiamo combattere una malattia che credo abbia ferocemente attaccato la nostra società: l’ineluttabilità della situazione e la sensazione di mancanza di prospettiva.

Conosco bene questo morbo perché io stesso ne sono affetto. Nasce dall’idea che, se la situazione è quella in cui ci troviamo, non possiamo fare nulla per cambiarla, siamo impotenti perché il contesto globale in cui siamo inseriti è tanto più grande di noi da impedirci ogni occasione di cambiamento.

Invece, chi gestisce persone sa che l’essere umano, più di altri animali, non solo ha la capacità di adattarsi all’ambiente, ma ha anche la capacità di adattare l’ambiente a sé.

È questa, secondo me, una delle possibili strade per il miglioramento del benessere in organizzazione: riaffermare l’orizzonte di possibilità di poter cambiare le cose, per mutare l’ambiente. Questa riappropriazione di senso migliorerà la percezione di autoefficacia e, di conseguenza, il livello di motivazione, senza ricorrere a incentivi economici. Probabilmente è solo il primo passo, ma mi sembra fondamentale per intraprendere un percorso di cambiamento.

E se proprio continua a piovere, per male che vada, con questa nuova disposizione d’animo, possiamo sempre prendere l’ombrello e andare a funghi!

 

Mauro De Martini pubblicherà all’inizio del 2019 il suo nuovo volume Note di formazione.
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