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Transizione scuola-lavoro problemi e opportunità

Published on 9 giugno 2016

di Giovanni Masino

La situazione del mercato del lavoro, particolarmente in Italia e per i giovani, è molto preoccupante. Dati e indicatori testimoniano l’insoddisfacente efficacia da parte dei sistemi economici occidentali di valorizzare al meglio il capitale umano. Il problema è, in parte, riconducibile al modo in cui i sistemi di istruzione nella scuola e di inserimento in impresa sono concepiti e progettati. Ma esistono anche esperienze virtuose di transizione scuola-lavoro, vantaggiose per i ragazzi e per le aziende.

La questione relativa alla formazione dei giovani e al loro ingresso nel mondo del lavoro costituisce uno dei problemi principali del nostro Paese. Sono ben noti i numeri disastrosi sulla disoccupazione giovanile. Ma non c’è solo questo. C’è anche il tema della loro qualificazione. L’Italia è in fondo alle classifiche europee relative al numero di giovani laureati, distanziata in modo nettissimo non solo dai migliori Paesi, ma anche dalla media europea. Persino le nostre regioni meglio posizionate in questa classifica, Lombardia ed Emilia Romagna, si collocano nettamente al di sotto della media. Non sorprende, quindi, il numero elevatissimo di giovani inattivi. Il quadro dovrebbe suscitare un vero e proprio allarme nazionale, sociale oltre che economico.
Ma non si tratta solo di ragionare sulle ‘quantità’ relative a occupazione e formazione. C’è anche la questione della loro ‘qualità’, o meglio di quanto i processi formativi siano in grado di rispondere in modo coerente alle esigenze delle imprese e del mondo del lavoro nel suo complesso. È il tema del cosiddetto qualification mismatch e (ancora più importante) dello skill mismatch, ossia la divergenza tra le competenze acquisite dai giovani nel loro percorso formativo e quelle richieste dal mercato del lavoro. Anche su questo i dati evidenziano la posizione di svantaggio dell’Italia. Per conseguenza, le imprese sono costrette a spendere risorse molto significative nella formazione dei neo-assunti.
Siamo dunque costretti in un circolo vizioso. Il problema relativo alla formazione alimenta il problema occupazionale e quest’ultimo, a sua volta, genera demotivazione, abbassamento degli standard e delle ambizioni, anche formative. Come uscire da questa trappola infernale? La risposta non può che essere un mosaico fatto da diversi tasselli.

L’incontro tra domanda e offerta di competenze
Qui proponiamo una breve riflessione su uno dei temi rilevanti, spesso sottovalutato. È la questione della transizione dallo studio al lavoro. Cioè quella parte cruciale della vita dei giovani collocata tra la fase finale dell’esperienza di studio e la ricerca e l’inserimento al lavoro. La sua importanza si sostanzia nella necessità di immaginare un percorso che porti alla migliore corrispondenza possibile tra le capacità, le competenze, le attitudini e le preferenze degli studenti (futuri lavoratori) e le esigenze di capitale umano – manifeste e latenti, espresse e inespresse – da parte delle imprese. È, dunque, un percorso che può fare grande differenza, sia in termini quantitativi (per scovare e far emergere opportunità occupazionali latenti) sia in termini qualitativi (per formare meglio e migliorare il matching tra domanda e offerta di lavoro). Si tratta, in altre parole, di ottimizzare il potenziale del capitale umano nel punto del suo inserimento e utilizzazione, e dunque valorizzare il ruolo dei giovani nelle dinamiche di sviluppo economico.
L’interrogativo cruciale è come fare ciò. La scuola, in particolare l’università, si troverebbe nella posizione perfetta per poter agire in modo efficace e innovativo su questo fronte. Servono, tuttavia, cultura e sensibilità sul tema. Occorrono metodologie appropriate e qualche investimento, ancorché modesto. C’è bisogno di imprese disponibili a sperimentare, del supporto istituzionale e della volontà politica. Servono, in breve, elementi non sempre chiaramente presenti, anzi, spesso palesemente insufficienti.
Il caso dell’Università di Ferrara e del cosiddetto Progetto PIL (Percorsi di Inserimento Lavorativo), con una storia di oltre 15 anni e il coinvolgimento di diverse centinaia di imprese e oltre 1.500 studenti, è un’esperienza importante e di successo. La sua rilevanza non è nei numeri, che sono significativi ma certo non enormi, in quanto riflettono le dimensioni tipiche di una sperimentazione, di una sorta di laboratorio, e non ancora quelli di una iniziativa diffusa e di massa (come peraltro aspira a diventare). L’interesse risiede nella metodologia, che ha portato a risultati di alta qualità, per studenti e imprese.

I fattori che limitano la transizione
Prima di entrare nei dettagli, é bene chiarire che tutte le università agiscono, talvolta anche con grande impegno, in questa direzione. Il problema è che, salvo rare eccezioni, promuovono iniziative (tirocini, career day, ecc.) la cui efficacia è, nel migliore dei casi, limitata. E tale limite deriva dal fatto che raramente si mettono in discussione elementi che, nel mondo dell’università (soprattutto) e nel mondo dell’impresa, tendono a ridurre e a circoscrivere il valore dell’esperienza di transizione. Ne espongo alcuni.
Credo che il problema fondamentale riguardi l’università. I corsi di studio sono tipicamente progettati in un modo che tiene poco conto delle trasformazioni del mondo esterno. Questo riguarda non solo i contenuti, ma anche le metodologie didattiche e valutative, nonché la progettazione dell’architettura curriculare. Esiste una sorta di eccessiva “presunzione di razionalità” per cui logiche di progettazione curriculare nate più di un secolo fa non si sono evolute in modo significativo. Si presume, in altre parole, che i curricula esistenti siano i più adatti a generare sbocchi occupazionali significativi. Oppure, peggio, non ci si preoccupa affatto della questione. Vi sono eccezioni, ovviamente, anche importanti, in relazione ad ambiti e discipline diverse. Ma è innegabile che, in senso generale, la auto-referenzialità della didattica mina, spesso e gravemente, il matching tra competenze e sbocchi lavorativi. Occorre quindi ridurre questa presunzione di razionalità. Occorre mettere in discussione la inevitabilità di questi “canali curriculari predefiniti”, solitamente assai poco flessibili. Occorre, per lo meno, creare le condizioni per favorire incontri ‘improbabili’ tra competenze e opportunità lavorative, cioè al di fuori dei sentieri formativo- occupazionali predefiniti e stereotipati, anche perché sono appunto gli incontri meno usuali a generare maggiore innovazione e valore aggiunto.
La eccessiva presunzione di razionalità riguarda tuttavia anche le aziende, pur se in modo forse minore. Si tratta dell’assunzione che l’impresa abbia una piena consapevolezza dei propri bisogni di competenze e, ancor di più, una conoscenza precisa delle risorse portate dai giovani. Spesso non è così. Il problema riguarda anche la capacità di valutare e selezionare le persone. Sono assai noti i limiti delle tecniche di selezione e reclutamento, anche di quelle più sofisticate. Serve, allora, mettere in discussione anche questa presunzione di razionalità. Serve creare le condizioni affinché le imprese possano ascoltare con maggiore apertura mentale ciò che i giovani laureandi hanno da offrire loro e sperimentare maggiormente nei percorsi di transizione e inserimento. Anche assumendo qualche rischio che, tuttavia, nell’esperienza ferrarese ripaga ampiamente.
Il vero rischio, in realtà, è l’inerzia, è la perpetuazione di logiche sterili, inadatte al contesto e alla velocità dei cambiamenti che osserviamo ovunque.  

Per leggere l’articolo completo (totale battute: 21000 circa – acquista la versione .pdf scrivendo a daniela.bobbiese@este.it (tel. 02.91434419)

 
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