Gi Group interroga le imprese: il Decreto Lavoro incentiva la buona flessibilità?

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Alla luce delle novità introdotte dal Jobs Act, di cui il Decreto Lavoro da poco convertito in legge costituisce il primo atto, Gi Group in collaborazione con OD&M Consulting ha effettuato un sondaggio su oltre 300 aziende (nel 70% dei casi PMI, appartenenti per il 64% al settore dell’industria e per lo più (70%) situate nel Nord Ovest) per capire come le organizzazioni prevedono di cambiare il ricorso alle tipologie contrattuali nel corso del prossimo anno.

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La maggior parte delle imprese non effettuerà grandi cambiamenti nel ricorso alle diverse forme contrattuali per l’inserimento di nuovo personale.

Tra le aziende che hanno dichiarato invece variazioni, Gi Group segnala un aumento del contratto a tempo determinato (per il 44,4% dei rispondenti), dell’apprendistato (per il 29,3%), dei tirocini (per il 26,6%) e della somministrazione a tempo determinato (per il 24,2%). Si prevede, inoltre, una diminuzione di altre forme contrattuali, come il contratto a progetto e le partite IVA (22,9%) e il contratto a tempo indeterminato (22,9%).

Stefano-Colli-Lanzi3-250x373 “Ci auguriamo che il percorso intrapreso di incentivazione e facilitazione della buona flessibilità venga proseguito e portato a compimento con la Legge Delega mediante l’introduzione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, dove le tutele per il lavoratore in uscita possano crescere in relazione all’anzianità di servizio, con indennità risarcitoria e supporto obbligatorio alla ricollocazione in caso di licenziamento”, commenta Stefano Colli-Lanzi, CEO di Gi Group. “Questo riconsegnerebbe al tempo indeterminato la centralità che gli spetta nelle scelte di assunzione delle aziende, demandando al contratto di somministrazione tramite agenzia la gestione della vera e buona flessibilità. Di conseguenza, auspichiamo, altresì, che tale percorso porti a un utilizzo sempre più ridotto di forme di cattiva flessibilità, come collaborazioni, contratti a progetto, false partite iva, associazioni in partecipazione, ovvero forme contrattuali che in molti casi non fanno altro che mascherare, in modo fraudolento e precarizzante per le persone, rapporti di lavoro stabili.”

 

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