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|rubrica| L’equilibrio dei sogni

Published on 29 giugno 2015

Chiara Lupi

In queste settimane parliamo di Jobs Act in un ciclo di eventi sul territorio. Un po’ una sfida organizzare un convegno sulla riforma del lavoro… tutti ne parlano, i dibattiti si moltiplicano e, nella maggior parte dei casi, ognuno tenta di far valere le proprie ragioni incurante delle motivazioni altrui. Forse è arrivato il momento di cambiare prospettiva. Nella tappa di Modena un relatore ci sorprende con delle ‘cartoline dal futuro’. Guido Caselli, direttore del Centro Studi Unioncamere dell’Emilia Romagna apre la sua riflessione facendoci ragionare sulle contrapposizioni. E per questo si affida a Italo Calvino e alla sua Zenobia, inutile stabilire se classificarla tra le città felici o tra le infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere la città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati. Tradotto, dobbiamo ostinatamente ambire a un modello insostenibile o abbiamo il dovere di immaginare un contesto che consente ai nostri desideri di prendere forma?

Se parliamo di lavoro, continuiamo con un insana pervicacia a formare persone che saranno pronte per svolgere mansioni che il mercato avrà cancellato o vogliamo ammettere che internet è invisibile intorno a noi e sta stravolgendo alcuni paradigmi? Dai mezzi, agricoli e non, che si guidano da soli, alle potenzialità delle stampanti 3D che consentono di costruire una casa in 20 ore, se parliamo di lavoro non possiamo escludere dal dibattito questi temi. La partita dell’innovazione, che oggi sta stravolgendo il modo di produrre, di relazionarsi e di accedere alle conoscenze, impone che si parli di lavoro partendo da prospettive diverse. Che non possono prescindere dalle esigenze delle imprese, che hanno bisogno di flessibilità nell’utilizzo delle competenze per essere flessibili loro stesse verso il mercato.

Il nostro ecosistema sta cambiando e non possiamo che adeguarci. E potremo farlo con successo se sapremo valorizzare le nostre competenze distintive, se sapremo far crescere i nostri sistemi territoriali locali creando valore per le persone e per la società e se sapremo cogliere le opportunità che il mondo continua a offrire. Ma per cogliere le opportunità le persone dovranno iniziare a parlare di lavoro utilizzando anche termini differenti. Noi tutti, ribadisce Cetti Galante, Amministratore Delegato di Intoo, dobbiamo iniziare a parlare di occupabilità, e immaginare un percorso all’interno del quale spendere un bagaglio di competenze, in un sistema orientato alla ricollocazione. Il posto di lavoro, così come lo abbiamo inteso fino a ora, il sistema non lo riesce più a garantire con la medesima continuità. Non si tratta di immaginare un futuro che verrà, ma un presente che si è già disvelato ai nostri occhi. Sta a noi trovare nuovi, faticosi, equilibri. Nella ricerca di nuovi equilibri sarebbe pericoloso ignorare dove sta andando il mondo. Giulio Sapelli ha cercato di darci la sua visione al nostro Convivio di Persone&Conoscenze che si è tenuto il 21 maggio. Il mondo si va divertebrando – sostiene – e alcuni equilibri oggi sono in pericolo.

Gli Stati Uniti e l’Inghilterra stanno iniziando a viaggiare su binari non più paralleli, con quali conseguenze? Chi comanderà nel mediterraneo? Chi si ergerà a garante della stabilità internazionale?

All’evidente disimpegno nordamericano in Europa si accompagna la decrescita economica del nostro continente; ci dobbiamo confrontare con una crescita a frattali, con grandi diseguaglianze quindi e alti tassi di variabilità. Questi i temi che Giulio Sapelli pone all’attenzione. Per ora gli interrogativi restano senza risposta. Anche se, forse, qualche cambio all’orizzonte si lascia intravedere. Se nel 2016 Hillary Clinton vincerà le elezioni in Usa i capi di stato di sesso femminile saranno 23, un numero mai raggiunto prima d’ora. Ma, al di là del numero, il cambio all’orizzonte è sostanziale. Queste donne al comando hanno il coraggio di esprimere stili di leadership personali, non sentono la necessità di ispirarsi a modelli maschili. Pensiamo a Cristine Lagarde o a Dilma Roussef. Lo sguardo femminile con il quale queste donne sapranno affrontare i grandi temi del nostro presente, dal lavoro agli assetti internazionali, porterà un cambiamento?

Anche a questo interrogativo non c’è risposta. Ma, dopo secoli di potere maschile incontrastato, riequilibrare il modo di vedere il mondo con uno sguardo differente credo sia urgente. Magari contribuendo a creare contesti dove possono prendere forma i desideri di tanti e non dove si realizzano con facilità solo i sogni di alcuni.

 
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