Produttività_welfare

Welfare aziendale per il benessere e la produttività

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Un welfare aziendale strettamente legato alla produttività e alla sostenibilità economica, ambientale e sociale. E che si configura come strumento per (ri)pensare l’economia da cui deriva il benessere dell’intero Paese e non solo dei dipendenti di una singola azienda.
È questa la declinazione proposta da UBI Banca e ribadita in Welfare for people, il secondo rapporto sul welfare occupazionale e aziendale in Italia promosso da ADAPT e dall’Osservatorio UBI Welfare che hanno scelto per la copertina della ricerca la rappresentazione del villaggio di Crespi d’Adda, una delle prime città di fondazione, considerata come esempio virtuoso di welfare.

D’altra parte, il welfare si trova oggi, come spiegato da Letizia Moratti, Presidente del Consiglio di gestione di UBI Banca, ad affrontare nuove sfide sociali, tra cui la decrescita della natalità – i dati Istat indicano che fino al 2060 assisteremo al progressivo invecchiamento della popolazione – l’aumento delle persone inattive (entro il 2050 arriveremo a circa l’80% del totale), l’aumento delle patologie croniche.

Le nuove sfide impongono dunque nuove risposte che in particolare trovano spazio nell’ambito delle relazioni industriali, luogo ideale per il confronto tra le parti sociali. Anche perché il welfare – nella visione di UBI Banca – si lega all’occupazione, in particolare a fronte dei dati allarmanti dell’Eurostat secondo i quali il 12% dei lavoratori è a rischio povertà: è la nuova classe definita dei working poor. È quindi necessaria un’azione di condivisione tra i vari soggetti coinvolti nel welfare in un’ottica di sussidiarietà a dimostrazione che le soluzioni non vanno a sovrapporsi a quelle messe a disposizione dallo Stato, ma puntano a creare nuovi modelli per offrire risposte ai nuovi bisogni.

Un concetto ribadito anche da Michele Tiraboschi di ADAPT, secondo cui è limitante credere il welfare come prassi di responsabilità sociale delle imprese legata alla lungimiranza di imprenditori illuminati che si fanno carico di alcuni temi sui quali c’è un arretramento del Welfare State, la cui crisi non può essere considerata alla base della nuova espansione dei piani di welfare aziendali.

Ecco perché le relazioni industriali devono tornare a occupare un ruolo centrale: la ricerca analizza i singoli casi dei contratti collettivi aziendali, riportandoli nell’ambito dei contratti collettivi di riferimento, focalizzandosi in particolare nel settore Metalmeccanico. Da qui anche la necessità di nuove figure specializzate nella gestione delle relazioni industriali, le cui dinamiche possono risolvere i principali nodi del lavoro.

Proprio per offrire uno strumento concreto, è stato creato un indicatore – messo a disposizione delle parti sociali – che misura e permette di capire quali soluzioni di benessere rispondono a logiche di welfare (è il welfare aziendale propriamente detto e utilizzato per ripensare i modi di produrre) e quali invece vanno verso un semplice abbattimento dei costi (il cosiddetto welfare occupazionale, promosso per i benefici fiscali).

Secondo i dati di ADAPT, infatti, in Italia circa la metà dei piani di welfare è costruito secondo logiche distributive, l’altra metà invece punta a costruire nuovi modi di produrre e di creare valore. L’auspicio è dunque che le imprese possano indirizzarsi verso l’uso attivo-propositivo e intelligente del welfare. Anche perché il rischio è di continuare un trend di crescita di produttività molto limitato.

I dati più recenti dell’Istat indicano che in Italia la produttività del lavoro tra il 2000 e il 2016 è aumentata di appena dello 0,4% a fronte del +15% di Francia, Regno Unito e Spagna e del +18,3% della Germania.
Qualche indicazione che le aziende hanno iniziato a comprendere come il welfare possa agevolare l’aumento di produttività è nella percentuale di conversione in welfare nei contratti analizzati dall’ADAPT: dal 3% del 2016 si è passati al 15% del 2017 fino al 30% del 2018. Insomma, il percorso è ancora lungo, ma qualcosa si è mosso.

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