il valore del femminile nelle organizzazioni

Il valore del femminile nelle organizzazioni

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In questo contesto così profondamente mutato e instabile, di fronte alla precarietà dei progetti di lavoro come dei progetti di vita, ogni distinzione di ruolo o di condizione tra uomini e donne sembra perdere di significato.

Nell’impresa, forse prima e più che nella società e nelle nuove famiglie estese, comincia finalmente a tramontare la percezione di un’identità di genere. Perché al di là di ogni differenza di sesso, età, razza o religione c’è innanzitutto bisogno di identità personale: di individui –uomini o donne– capaci di guidare se stessi e di accogliere l’incertezza e la sfida. Che siano padri e madri insieme nell’agire quotidiano, in famiglia come nel lavoro.

androgino
Una raffigurazione dell’androgino di Platone

Come una potente agenzia di socializzazione, l’impresa è chiamata a formare indistintamente uomini, donne –omosessuali o eterosessuali– alla varianza di ruoli dai confini sempre più incerti, che richiedono competenze del tutto trasversali ai generi.

Competenze che la globalizzazione ha impiantato come un frammento aggiuntivo nel tradizionale Dna professionale: “Apertura mentale”, quale accoglienza di punti di vista disomogenei rispetto alle proprie convinzioni; “Orientamento all’innovazione”, che è l’allenamento al pensiero divergente e alla gestione del cambiamento; “Empatia”, essenziale capacità di stabilire una relazione comunicativa al di là di ogni muro psicologico o culturale e di ogni barriera organizzativa; “Relazionalità”, attitudine permanente allo scambio, alla mediazione, alla negoziazione generativa; “Intelligenza del contesto”, capacità di ‘vedere dentro’ le situazioni e gli ambienti per orientare le azioni e le decisioni.

E la “cura”, che non è competenza in senso stretto, ma abito mentale tessuto sui valori dell’attenzione, della presenza mentale, dell’amore per ciò che si sta facendo. Un set di competenze umane, integrato sulla persona e sulla sua naturale spinta alla crescita, riassumibile nell’unica metacompetenza della leadership personale: quel saper essere fondato sul sé, sull’identità, e perciò sull’anima.

Competenza maschile e femminile insieme, come nell’androgino, l’essere rotondo e completo immaginato da Platone prima della divisione del mondo e dei generi.

In un certo senso l’impresa nell’era della Rete ha bisogno proprio dell’androgino, dal momento che nelle nuove organizzazioni aziendali (penso a Google, a LinkedIn) si rielaborano continuamente i ruoli, il lavoro sugli obiettivi e nei team annulla le differenze di status ed esalta le somiglianze, cambiano le percezioni e le aspettative: maschile non è necessariamente saper decidere e affrontare il rischio; femminile non è necessariamente assistere, accogliere e supportare.

Nel mondo che verrà, maschile e femminile non identificheranno più stereotipi o condizioni, ma competenze organizzative, se non vere e proprie virtù in azione. Oggi persiste ancora un eccesso di ‘maschile’ nel management al potere, ma l’impresa –il ‘fare l’impresa’– richiederà sempre più ciò che Gabriele La Porta identifica come un ‘femminile’ che non appartiene solo alle donne, ma attraversa tutti: “È l’accettazione del diverso, dello straniero, dell’umile, dell’abbandonato, del malato, del reprobo. È la capacità immaginativa, del lasciarsi andare, dell’accogliere e del perdere la posizione acquisita per lanciarsi in altro, del tuffarsi in un diverso mondo e modo di vivere. È anche l’intrigante, il bugiardo, lo svenevole e il malinconico che ci portiamo dentro. Tutte qualità che appartengono a quella parte essenziale del nostro inconscio che Jung ha definito Anima”1.

Fabiola Gianotti
Fabiola Gianotti, direttore generale del CERN di Ginevra

Si confermerà ciò che Fabiola Gianotti, a commento della sua prestigiosa nomina a Direttore Generale del Cern, dichiarò sottolineando gioiosamente che nelle imprese della conoscenza si forgiano professionalità e dimensioni umane straordinarie “senza differenze di sesso, età, nazionalità”: “Qui ci si misura con le capacità che si è in grado di esprimere, e per certi aspetti potrei dire che al Cern la scienza è donna, perché ognuna di noi gode delle stesse opportunità, senza timori, in un confronto di cultura e valori individuali che forse non ha pari altrove. Bisogna solo credere e vivere fino in fondo ciò che abbiamo scelto”2.


Francesco Donato Perillo

Francesco Donato Perillo è formatore manageriale e docente gestione risorse umane, Università Suor Orsola Benincasa.

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