Uscita di sicurezza

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Di Pier Luigi Celli

Tanto, poi, bisogna lasciare. La vita, si sa, gira per suo conto, ha le sue confusioni che è impossibile controllare in anticipo; divaga più del necessario e accelera quando meno te lo aspetti. Così, quando arriva il momento, ti trovi sempre fuori tempo.
Nel disordine, ci vorrebbe qualcuno come punto di riferimento; aiuterebbe quando le cose si mettono al brutto. Ma questo lo scopri solo dopo, ed è già tardi.
Hai fatto pulizia di ricordi e di passioni, hai scelto l’essenziale anche nei rapporti. Nel via vai di incontri, ora resta solo chi proprio non poteva farne a meno.
A dimenticare i più, persi per strada, ha contribuito via via la cattiva coscienza del tempo superfluo che hai dovuto sterilizzare, anche perché, alla fine, lo spazio è quello che è: non c’è disponibilità per tutti.
Il peggio, se mai, viene quando ti perdi quelli che sembravano indispensabili e non hai neppure il rimorso del loro distacco, tanto i conti, in un senso o nell’altro, alla fine non tornano quasi mai. E così ora bisogna lasciare.
A pensarci bene non sai neppure se sia quello che ti aspettavi – dovevi pur sentirlo che prima o poi sarebbe accaduto – con tutti gli anni che sono passati a fare altro. E non vale adesso, a consolarti, ricordare che pure qualche volta te lo eri anche detto che alla fine doveva succedere. Quando avviene è tutta un’altra cosa. Comese qualcuno ti stesse colpendo alle spalle. E staccarti ora dal tuo mondo è come tagliarti una parte di te, guardare – con sorpresa? – quello che sei stato e non trovare un aggancio; qualcosa che ti spinge dentro a un panorama che ti è oscuro, e non c’è nessuno che sia lì a darti una mano per sistemare i pezzi che sfumano senza combaciare.
Ti giri intorno e hai l’impressione che tutti, ora, guardino da altra parte. La vita continua, l’organizzazione gira, gli impegni non fanno sconti; bisogna pure che le cose funzionino. Il business non ammette vuoti.
Raccogli le tue carte e ti sorprendi per quante storie, che un tempo ti hanno tormentato, ora sembrano pallide espressioni di problemi senza alcuna importanza.
Leggi anche, distrattamente, corrispondenzedisseminate negli anni, cercando di collegare dei volti alle espressioni, ora ultimative ora accomodanti, riportate in scambi che furono la trama di tutta una vita. Ma non c’è nulla che ti appaia ora così rilevante da poter giustificare gli anni che ci hai perso attorno.
Cresce un misto di rassegnazione e di nausea, quasi che tutti i nodi si ammassassero improvvisamente, con quell’arroganza che richiederebbe un animo diverso, e un tempo meno volatile, per essere presi in considerazione. Forse è proprio il momento giusto per lasciar perdere. Così spegni la luce, dai un’ultima occhiata alla tua stanza ormai vuota di tutto, cavea nuda senza più memorie; e chiudi la porta. Se c’è qualcuno che piange, nella stanza accanto, fai finta di non sentire.

 

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