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L’Impresa imperfetta – di Francesco Donato Perillo –

Correva l’anno 1997, e come Calvino nelle sue lezioni americane proponeva le virtù da portare nel nuovo millennio, così dagli Stati Uniti la McKinsey annunciava la nuova era dei talenti, coniando il termine di successo ‘guerra dei talenti’. Il passaggio dall’economia industriale all’economia della conoscenza avrebbe messo l’intangibile al cuore del valore dell’impresa, un nuovo business composto da innovazione e conoscenza alla cui gestione solo i talenti avrebbero potuto provvedere. D’altra parte la grande bolla speculativa dell’Information Technology esplosa a cavallo dei due secoli sembrava sostenere questa visione, di fatto le aziende combattevano per contendersi i migliori, o almeno i buoni laureati in ingegneria elettronica e informatica in un mercato caratterizzato dall’ansia dello ‘skill shortage’ e della ‘retention’ dei neo laureati. Ricordate? Ancora nel 2001 un rapporto McKinsey intitolava: “La guerra dei talenti continuerà e le imprese non sono preparate”, sostenendo che essa avrebbe impegnato “almeno le due prossime decadi”, in quanto le forze che la causano sono profonde e potenti. Siamo dunque ancora in guerra per i talenti, e lo saremo almeno fino al 2020? Ma la realtà sotto i nostri occhi sembra aver decisamente smentito la profezia di Ed Michaels e Helen Handfield-Jones: gli analisti della McKinsey si erano basati su di una previsione demografica che indicava proprio intorno al 2010 la drastica uscita dalle aziende dei baby boomers, dipendenti di età compresa tra i 35 e i 44 anni nel 2000, in cui era inclusa la fascia dei dirigenti/executive. Da qui la necessità di attrezzarsi per tempo per compensare questa emorragia. Certo gli autori non potevano prevedere una crisi che nemmeno gli economisti hanno saputo annunciare, ma è un fatto che negli ultimi anni le direzioni aziendali, almeno in Italia, invece di combattere per rimpiazzare gli executives, abbiano scelto la guerra agli over 50, esodati senza nemmeno troppo badare a spese e a competenze, con l’unico maledetto e concreto obiettivo di ridurre i costi di struttura. Così ai talenti scalpitanti sul mercato del lavoro dell’inizio del millennio si sono sostituite schiere di giovani brillanti precari e di esperti consulenti, interim manager disperatamente pronti ad offrire la propria esperienza per pochi mesi di affitto. Ma la crisi è anche un alibi, e ha comunque cause che non possiamo considerare indipendenti dai comportamenti e dalle scelte del management. Il rapporto McKinsey del 2001 declinava 10 domande ai manager, la cui risposta “no” avrebbe indicato una scoperta vulnerabilità. La prima di queste domande era: “alla valorizzazione dei talenti nella tua organizzazione dai la stessa attenzione che presti ai problemi di budget o di produzione?”. E la seconda incalzava: “investi il 30-40% o più del tuo tempo per allenare il tuo bacino di talenti? Hai fatto del talento il tuo lavoro?”. In quanti possiamo onestamente rispondere “sì”? E così abbiamo attraversato il secolo senza forse porci mai davvero l’obiettivo di costruire una ‘fabbrica dei talenti’, una fabbrica virtuale che è dentro e fuori l’azienda, nell’impresa come nell’Università, un progetto che, come tutti i grandi progetti, è basato su di una mentalità collettiva, un mindset radicato nella cultura sociale come nel modo di fare impresa. Una grande opera, molto più della TAV o del ponte sullo Stretto. Si sono presentati in 80.000 nei mesi scorsi al più grande concorso del Paese. Ottantamila giovani talenti aggrappati al sogno di X Factor. Solo a Bari ad aprile ne erano cinquemila, più che ai test di ammissione a Medicina, più dei questuanti che bloccarono il traffico di Roma per l’inaugurazione del nuovo negozio di Trony. Meno però dei trecentomila che hanno fatto domanda per i 1.995 posti al Comune di Roma. Non è una folla fatua e indistinta, né si partecipa ad una delle tante lotterie con cui la disoccupazione sfida la fortuna. L’anno scorso questi ragazzi erano cinquantamila, avevano studiato, molti avevano fatto il conservatorio o scuola di canto, hanno provato sotto le luci e le telecamere degli studi televisivi a ‘svelare’ il talento che avevano coltivato e che non sapevano a chi altri gridare. È inquietante questa folla che s’ingrossa, come pure l’idea della funzione della televisione come ufficio di collocamento dei talenti. Forse perché la cultura dell’apparire, del successo, della notorietà ha finito per coltivare il seme del talento solo nel canto. Forse perché nelle imprese e nelle organizzazioni non c’è concorso. Il talento non è quello degli spermatozoi, quello dell’uno su mille ce la fa. È altro, ma è una pianta che cresce solo se coltivata con cura e alla luce del sole. Leggi tutto >

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