Tag: Lauro Venturi

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Libro – di Lauro Venturi –

La storia che Lauro Venturi ci racconta in Romanzo reale è un affresco dell’Italia di oggi, quella della crisi economica. E forse di quella di domani. Con tutte le sue contraddizioni e sfaccettature, con gli egoismi e le ingiustizie che sembrano sempre prevalere e i piccoli eroismi quotidiani di chi lavora e fatica ad arrivare alla fine del mese.
C’è qui l’Italia, ma anche l’“altra Italia”, troppo spesso invisibile e sottaciuta. Il paese dei furbi, dei cinici, dei super ricchi, degli arrampicatori e quello del popolo, della “gente comune”, del mondo del lavoro e delle professioni, della resistenza morale di chi trova semplicemente naturale vivere secondo valori e principi di onestà e rettitudine. C’è qui l’Italia dei faccendieri e quella del volontariato. C’è l’Italia di Enrico e quella di Libero, quella di Samantha e quella di Sara, i personaggi del romanzo che rappresentano mondi che convivono quasi senza sfiorarsi. Inutile dire che Venturi sceglie di stare dalla parte dei vinti, dei sommersi, degli umiliati e offesi, ma soprattutto dei giusti. Leggi tutto >

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Lauro Venturi, autore di ”Romanzo  reale”, ci parla del suo libro e del perché ha deciso di scrivere questa storia.
Un romanzo molto attuale, che racconta le vicende di un operaio specializzato – simbolo della passione “del fare”  e del valore del lavoro “vero”  – che si intrecciano con quelle di un imprenditore senza scrupoli che vive di espedienti e amicizie “pericolose”.
In un 2013 che si prospetta così duro per il mondo del lavoro, una  lettura  per  lasciarci alle spalle il pessimismo degli ultimi tempi  e darci invece uno stimolo per agire e affrontare positivamente anche  i momenti più difficili. Leggi tutto >

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L’educazione sentimentale del manager – di Lauro Venturi – 

L’altra settimana, come di consueto, ho preso il treno per tornarmene a casa dopo la solita settimana di lavoro. Quasi meccanicamente salgo sulla carrozza e cerco il mio posto: eccolo, 8 A (qualcuno mi spiega perché hanno cambiato la numerazione?).
Una signora giovanile ed elegante, che occupa il sedile davanti al mio, mi sorride e mi dice: “Ma lei, scusi, è Lauro Venturi?”. Rispondo di sì e, poiché la mia comunicazione non verbale deve avere trasmesso molto velocemente il messaggio che non mi ricordavo di quel viso, la signora gentilmente mi ricorda di essere un’imprenditrice che aveva partecipato, tanti anni prima, a diversi corsi di formazione, ai quali intervenivo come docente. A quel punto i neuroni iniziano a connettersi e mi viene in mente sia il nome dell’azienda sia del socio della signora, con il quale avevo colloquiato con più frequenza.
Ricordo un’azienda con circa venti dipendenti, leader nei servizi per la modellistica dell’abbigliamento, molto attenta a instaurare rapporti di partnership con i propri clienti, le principali e blasonate firme della moda.
Sì, perché anche questi colossi, quando trovano un’azienda seria e competente, che progetta e realizza modelli, fa sviluppi taglia, piazzamenti, taglio di campionari e confezione prototipi, beh, se la tengono ben stretta. Della signora e del suo socio mi ricordo anche l’attenzione che mettevano alla formazione propria e dei collaboratori, unitamente al monitoraggio continuo della tecnologia. Competenza, motivazione e adeguate tecnologie per garantire al cliente la soluzione a ogni problema di progettazione e industrializzazione del prodotto moda. Perché, care lettrici e cari lettori, vi racconto tutto questo? Perché l’azienda in oggetto è ubicata in quel territorio noto come ‘bassa modenese’, che a fine maggio è stato duramente colpito dal terremoto. L’azienda stava proprio nel paesino epicentro della seconda scossa del 29 maggio, quello andato su tutti i telegiornali perché il Papa vi ha fatto visita per rendere omaggio al sacerdote rimasto ucciso sotto le macerie della chiesa, mentre andava a prelevare la statua della Madonna che doveva essere portata in processione. Il capannone è ovviamente inagibile ma la signora, con una naturalezza impressionante, mentre il treno scorre nelle campagne della Val Padana, mi dice che in poco più di un mese hanno ripreso l’attività. Sono riusciti a salvare i server e le altre tecnologie e le hanno ubicate in un capannone di Carpi, distante poco più di dieci chilometri. In poco più di un mese, senza chiedere a niente a nessuno! Certo, adesso i soci stanno valutando l’investimento necessario per rimettere in sesto l’edificio seriamente ferito dalle scosse telluriche. Certo, sperano che un po’ di aiuto economico prima o poi arrivi. “Sa, Venturi, per me dovrebbero davvero darci una mano, perché in questo modo poi noi glieli restituiamo quei soldi, con l’occupazione, le tasse che paghiamo…”. Verità disarmante. Proprio perché si tratta di concetti semplici e quasi ovvi, il rischio è che non vengano valorizzati o tenuti nella debita considerazione. Quanto vale in termini di PIL o di spread l’insieme di tanti piccoli imprenditori che hanno riavviato l’attività tirandosi su le maniche, con quel misto di orgoglio, di ostinata energia, di visione e di realismo che caratterizza la gente della nostra terra?
Quanto vale questo saper tenere insieme la concretezza delle mani con l’intelligenza del cervello e la passione del cuore?
Tantissimo!
Allora è indispensabile che lo Stato dimostri a queste imprese che le considera una ricchezza preziosa, per il benessere economico e sociale di tutti. È indispensabile che lo Stato dimostri che questa volta si può ricostruire senza finire nelle fauci di faccendieri ignobili che si fregano le mani quando apprendono che c’è stato il terremoto, pensando ai loro loschi affari che lievitano sulle salme ancora calde di chi ha lasciato la pelle sotto le macerie. C’è l’Italia dei furbetti e dei delinquenti, ma c’è anche l’Italia delle persone per bene. Soprattutto adesso che ci chiedono sacrifici draconiani, la politica e le istituzioni devono dimostrarci che sanno premiare la seconda, e colpire duramente la prima. È prima di tutto un fatto di civiltà. Leggi tutto >

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di Lauro Venturi

Nella precedente rubrica promettevo alle lettrici e ai lettori di approfondire l’affermazione “Per me, l’individualismo che caratterizza l’imprenditoria molecolare è un punto di forza”.
Senza quell’individualismo, chi glielo faceva fare a questi artigiani, a questi piccoli imprenditori, di tenere botta con tempi di pagamento impossibili, una burocrazia soffocante che si porta via alcuni mesi del loro lavoro, banche che pongono condizioni a dir poco esose? Hanno tenuto botta perché la loro impresa è la loro vita. Si può anche irridere a quest’affermazione, ma è così: dietro a quest’imprenditoria diffusa, non ci stanno freddi analisti finanziari che sui resoconti del ‘quarter’ decidono se continuare o no a rimanere in quel determinato Paese.
Ci sono persone che nella loro azienda ripongono il progetto di vita d’intere famiglie. Poi ci stupiamo, con ipocrita incredulità, se il capitale aziendale e familiare in queste strutture sono troppo mescolati, quando –da sempre– le banche le hanno affidate in base a un virtuale consolidato tra patrimoni aziendali e personali. L’imprenditoria diffusa, come il turismo, sarebbero il nostro petrolio; solamente che ci divertiamo a ignorarlo e, a volte, a metterne a rischio l’esistenza con fiammiferi superficiali e intrisi di pregiudizio. Senza fare tanti giri di parole: è ancora predominante una ‘cultura industrialista’ che parte dalle università e arriva alla politica, passando per i mezzi di comunicazione. Partiamo dalle università. Queste leggono le Pmi con modelli astratti, in gran parte derivati da altre realtà.
Alla luce dei fatti le aziende micro e piccole non si possono però interpretare con questi modelli e, invece di cambiarli, si dice che sono le Pmi a essere sbagliate. Basti pensare al tormentone della crescita: abbiamo aziende troppo piccole! Che cavolo vuole dire quest’affermazione? Supponiamo che la taglia media delle aziende italiane sia di dieci addetti: se per magia triplicassero la loro dimensione, forse che un’azienda di trenta ha le carte in regola per competere sui mercati internazionali, sviluppare una sistematica attività di ricerca e innovazione, approvvigionarsi con facilità al mercato finanziario? Suvvia, non scherziamo! E la politica? A parole tutti sono a favore della microimprenditorialità, ma nei fatti sonnecchiano ancora nel dialogo tra Governo – Confindustria e Sindacati. Anzi, avverto una sorta di fastidio verso queste realtà, un approccio svalutante e astratto. C’è anche il problema che, per affrontare le micro e piccole imprese, non è possibile attivare il contatto diretto, come invece si può fare con gli industriali che frequentano i talk show.
Bisogna passare dalle loro associazioni, e questo alla politica non piace. Terminata, e per fortuna, la fase in cui le associazioni erano collaterali, e spesso passive, alla politica, adesso quest’ultima vede i loro dirigenti come competitor che possono scalfire il castello della casta. Mi rendo conto della rozzezza dell’analisi, non è mio intento sviluppare qui l’argomento, che però non voglio tralasciare perché credo che in un prossimo futuro sarà territorio fertile per nuove sperimentazioni di relazione tra politica e imprese. Sui mezzi di comunicazione basta solo dire che fanno un tutt’uno tra Confindustria e il mondo delle imprese. Adesso, con l’avvento di Rete Imprese Italia, che raggruppa le organizzazioni leader dell’artigianato e del commercio, non hanno nemmeno l’alibi dell’eccessiva frammentazione, ma continuano a sottostimare il ruolo della micro e piccola imprenditorialità. È cattiveria dire che la causa può essere nel fatto che le Pmi e le loro associazioni non possono tenere a libro paga troppi giornalisti? Auspico che, invece di sognare un mondo di grandi industrie che non c’è, ci si rimbocchi le maniche per individuare concreti strumenti di sviluppo per la nostra imprenditoria diffusa, grazie alla quale su circa dieci cittadini uno decide ogni mattina di giocarsi la propria partita. Perché possa vincerla, deve risvegliarsi una forte cultura del lavoro, aiutata da associazioni imprenditoriali rinnovate, intese come costruzioni comuni d’idee, di speranze, di rabbie e di progetti. Leggi tutto >

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