Speciale Coaching – Dallo sport al mondo aziendale: i segreti del buon coach

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di Daniela Rimicci

Raggiungere obiettivi sfidanti, evolversi, realizzarsi. Tutta questione di dedizione costante: un allenamento quotidiano, un appuntamento con noi stessi… Bisogna essere artefici del proprio cambiamento, partendo dalla consapevolezza delle nostre capacità. È un impegno, è fatica. E non basta allenarsi: bisogna crederci e avere dei buoni preparatori. Nel lavoro, nella vita, tutti abbiamo un coach, un modello, un esempio. 

Il coach è una figura chiave: nello sport, nel lavoro, nella vita. Un prezioso punto di riferimento, supporto nel percorso di valorizzazione delle nostre potenzialità. Quale il suo ruolo? Quali i suoi segreti? Come può fare la differenza sulla nostra preparazione e sulle nostre performance? Che impatto ha sull’organizzazione? Ci siamo confrontati con diversi attori nel mondo coaching che ogni giorno ‘allenano’ le persone a diventare ‘campioni’… 

Fai della tua passione il tuo lavoro: non lavorerai neanche un giorno

Luciano Gamez
Luciano Gamez
Personal Coach e fondatore di
Fighting Concept System

Luciano Gamez, fondatore dell’associazione sportiva Fighting Concept System, preparatore atletico, Life Coach e maestro di discipline marziali, tecniche di combattimento e difesa personale, ci racconta qual è il suo approccio, i ‘segreti’ con cui allena clienti, allievi e atleti professionisti: “Confucio diceva: fai della tua passione il tuo lavoro e non dovrai lavorare neanche un giorno. È uno stile di vita, per me. Il ‘trucco’ che cerco di trasmettere a chi ha scelto di seguirmi. Le ‘chiavi’ su cui lavoro: costanza; formazione e preparazione tecnica; consapevolezza di ciò che si fa e del perché si fa; pretendere dal formatore l’eccellenza, ricercare sempre cose e persone nuove con spirito critico. Per gli allievi è importante avere accanto un coach, il cui ruolo è quello di supporto nella ricerca della propria motivazione, uno sprone, un ‘consigliere’. Poi, però, ognuno deve ‘giocare la sua partita’. L’impatto del coach è rilevante, se l’attività è ben gestita e lo ‘spirito’ della persona è ricettivo: i risultati sulle performance arrivano. Entrambi, coach e allievo, sono concentrati su obiettivi ben chiari e lavorano insieme per raggiungerli. Si può anche ‘invertire la rotta’ insieme, io sono sempre ‘in ascolto’… Un maestro aiuta la persona a trovare fiducia in se stessa e a renderla consapevole dei propri punti di forza e debolezza su cui lavorare e da valorizzare. Con impegno e dedizione, e il supporto di un coach, la persona è spronata a mantenere disciplina per raggiungere i propri obiettivi. Il ‘segreto’ è coinvolgere l’individuo. Il coach può fare anche la differenza dopo un risultato negativo: a quel punto si può lavorare per ribaltare il risultato, con un allenamento programmato. Il coach è un aiuto. Non può, però, compiere scelte per conto dell’allievo. La sua presenza è importante come punto di vista diverso, impulso per far emergere le criticità e lavorarci. Come coach la vittoria più grande è vedere i miei allievi conquistare i loro piccoli grandi traguardi. Cerco di trasmettere ai miei studenti che l’allenamento e la gara non devono portare a una ‘medaglietta’ ma a una vittoria interiore dal valore inestimabile: insegno loro a volere l’eccellenza, ma anche ad accettare i propri limiti… Seguo persone spesso pigre e incostanti nello sport, e a volte nella vita: il primo successo è quando bussano alla mia porta. Ogni obiettivo che l’allievo raggiunge è, anche, un mio traguardo e stimolo per nuove sfide da vincere insieme. Faccio del mio meglio per preparare la persona affinché si auto-motivi e trovi la sua strada. Alcuni arrivano da me con la ‘fame del primo posto’ da raggiungere a tutti i costi. Pericoloso: un ‘gioco’ insano che rischia far commettere cose spiacevoli, scorrette, verso se stessi e gli avversari. In questi casi il ruolo del coach è determinante per aiutare la persona a incanalare le energie positive a favore di una competizione sana per il corpo e la mente. E, quindi, essere vincenti. Con o senza medaglia. I rapporti con le persone che mi hanno scelto si fondano sull’empatia. Di alcuni sono allenatore fisico, di altri il maestro − e Coach ‘mentale’− di arti marziali. Pur mantenendo comunque il mio ruolo di coach con l’autorevolezza e la fiducia che cerco di conquistare, faccio il mio mestiere come un ‘compagno di allenamento’.

David Hemery
David Hemery, medaglia d’oro nei 400 hs alle Olimpiadi del Messico

Questo è il mio ‘essere maestro’. Il coach deve essere un buon allenatore prima di tutto con se stesso per poter poi trasferire alle persone energia positiva. Dopo sta all’allievo fidarsi, mettersi in gioco, crederci. I risultati solitamente arrivano ‘a valanga’. E l’allievo è sempre più motivato e rende molto più delle previsioni stabilite insieme. Durante l’allenamento a volte ‘interferisco’ nella sfera psicologica o emotiva. Sta a me capire ‘che giorno è’. Senza essere pedante, solitamente il coachee si apre nei miei confronti ed esprime i suoi ‘segreti’ da solo al momento giusto. Con soggetti ‘difficili’ sono particolarmente motivato… Il cliente privato spesso è un manager d’azienda, che si pone come se fossi un suo sottoposto. Nel mio studio, però, non ci sono dipendenti. Qui viene per ascoltare il mio punto di vista, se lo vuole. Non mi piace guadagnare senza fare nulla o allenare come dice qualcun altro. La disciplina è il primo fondamento delle arti marziali, le regole sono chiare per tutti. Cerco di far capire come stanno le cose in modo rispettoso. Anche questo deve caratterizzare un buon coach. Per quanto riguarda il coaching con i ragazzi l’obiettivo è di mettersi in gioco in prima persona insieme a loro, un do ut des vicendevole per crescere sempre di più. È, per me, un circolo virtuoso. La soddisfazione più grande è sentirmi un formatore: essere in grado di capire e valorizzare le potenzialità di credono chi non crede di averle, conquistando la sua fiducia e dandone a mia volta. La cosa bella è costatare risultati spesso più elevati del previsto: ci sorprendiamo a vicenda. Non cambierei il mio mestiere con nessun altro”. 

Complementare alla formazione classica, il coaching fa la differenza

Loretta Chiusoli
Loretta Chiusoli
Hr Director
Crif

L’Hr Director di CRIF, Loretta Chiusoli, vive il mondo ‘coaching’ da un altro punto di vista. Come direttore del personale è chiamata ad affidarsi a figure esterne all’azienda esperte delle dinamiche aziendali quanto di quelle ‘umane’. “È persona che utilizza metodologie finalizzate a svolgere un processo basato su tre step: definizione di un obiettivo di cambiamento/miglioramento, pianificazione e gestione di un percorso, verifica dei risultati raggiunti sul campo. È importante considerare l’ipotesi di rivolgersi a un coach quando si vuole offrire alle persone l’opportunità di un confronto molto ‘ravvicinato’ che spesso consente loro di parlare dei ‘non detti’ e dei vissuti che difficilmente si condividono in modo esplicito in un contesto aziendale. Pertanto il coaching consente di convogliare in un percorso strutturato frustrazioni/difficoltà che altrimenti possono protrarsi nel tempo con conseguenze quali peggioramento della performance e forte disaffezione verso l’azienda fino all’abbandono dell’azienda. Nella mia esperienza il coaching (l’utilizzo di un coach) si è dimostrato efficace in fase di sviluppo di un nuovo manager come esperienza unica di accelerazione dell’apprendimento. Con il percorso di coaching il neo manager può approfondire aspetti teorici e capire rapidamente come mettere in pratica tecniche apprese, aggiustare il tiro rispetto a nuovi comportamenti e dinamiche. Oppure quando il manager esperto si trova ad affrontare ripetutamente situazioni frustranti o di stallo, poco motivanti e con scarsi risultati, che da solo non riesce a risolvere. Il coach ha principalmente due compiti: fare emergere i non detti e le difficoltà ricorrenti non esplicitate, supportare il manager nell’analisi dei non detti seguendo una metodologia specifica molto orientata all’analisi di fatti concreti e dinamiche quotidiane aziendali (quindi situazioni reali e molto specifiche). È importante valutare questa modalità di sostegno perché offre un percorso di ascolto e supporto personalizzato a persone che hanno la necessità di accrescere la propria efficacia e perché, a differenza della formazione classica, aiuta a raggiungere risultati migliori in tempi più ristretti e concentrati.

Kocs
La parola coach deriva da Kocs, città dell’Ungheria dove si facevano
le carrozze nel 1500. A fine ‘800 per scherzo gli studenti di Oxford dicevano
che ‘instructor’, ‘trainer’, ‘carries a student through an exam’.

È un’esperienza molto diversa rispetto alla formazione classica. Durante il coaching il manager parte da un proprio obiettivo di miglioramento o da un tema frustrante rispetto al quale si sta ponendo l’obiettivo di cambiare e migliorare. Nella formazione classica si parla di situazioni tipo (case study) che non necessariamente riproducono la situazione specifica del discente. Infine nel coaching il livello di coinvolgimento e messa in discussione del partecipante ha un’intensità non paragonabile con la formazione classica. A mio avviso i ‘segreti’ del buon coach si possono sintetizzare così: ascolto, metodo, capacità di definire un obiettivo chiaro, concreto e specifico di cambiamento da perseguire, capacità di costante allineamento del coach con l’Hr e il capo del coachee. A livello di impatto su preparazione, performance e sull’organizzazione, nella mia esperienza nel 90% dei casi i risultati sono stati evidenti, immediati e significativi L’impatto più concreto è la consapevolezza che matura nel coachee e la possibilità di mettere in atto cambiamenti reali nei comportamenti che portano con sé miglioramenti misurabili nelle performance. Secondo me il trend è quello di continuare e accrescerne l’utilizzo, usare il coaching come percorso complementare alla formazione classica”.

Scegliere il coaching per accettare la sfida e ottenere risultati

Luca Stefano Vanni
Luca Stefano Vanni
Vice President HR and
Organizational Effectiveness
EMEA region NEC Europe

Per Luca Stefano Vanni, Vice President HR and Organizational Effectiveness, EMEA region NEC Europe, il coach è un professionista che aiuta l’individuo a raggiungere una performance migliore. Le sue caratteristiche di base: preparazione specialistica e giuste competenze (ascolto, assertività, leadership personale) per poter accompagnare la persona in un percorso di crescita personale e cambiamento. “I contesti organizzativi sono sempre più complessi, esserne immersi a volte fa sentire l’individuo in balia di tutto ciò che lo circonda, perdendo il senso della prospettiva. È importante in tal senso confrontarsi con qualcuno capace di aiutarci a rifocalizzare gli obiettivi ed elaborare strade a noi accessibili per raggiungere i nostri obiettivi organizzativi e personali. Il coach essendo esterno al contesto organizzativo, guarda la realtà aziendale con obiettività e indirizza la persona solo rispetto ai suoi obiettivi. Il ruolo del coach è quello di instaurare una relazione con il coachee e, attraverso l’ascolto e domande mirate, capire che cosa impedisce all’individuo inserito di raggiungere un obiettivo professionale. Il coach rileva le componenti negative che impediscono alla persona il raggiungimento dell’obiettivo, lo aiuta a riflettere sulle esperienze positive, a riutilizzarle e a servirsi delle proprie risorse per raggiungere il successo. È importante valutare questa modalità di sostegno: il coaching è una forma di supporto tagliata sulle esigenze specifiche dell’individuo in quel particolare momento. Per una risorsa, scegliere un percorso di coaching vuol dire raggiungere il risultato con la propria responsabilità senza spostarla su altri: accettare la sfida. Questa modalità diventa una crescita per l’individuo. La formazione classica ci illustra una teoria, strumenti o suggerimenti che possono essere presi a esempio per migliorare se stessi. Il coaching invece focalizza le potenzialità che la persona mette in campo per raggiungere gli obiettivi con le potenzialità riutilizzabili in altri contesti.
SpecialeCoaching1Il coaching può essere la leva per generare nell’individuo un cambiamento duraturo. Infine, un buon coach deve essere una persona ricca di esperienza e con una buona preparazione specialistica. Deve possedere capacità relazionale, intelligenza sociale, capacità di analisi, saper fare delle domande che possono andare molto in profondità nell’individuo ma senza essere invasivo. È un tema oggetto di dibattito: ritengo che la provenienza da posizioni manageriali in azienda e un po’ di ‘capello grigio’ aiutino a posizionare meglio il coach in contesti meno ricettivi o poco esposti in passato a questa forma di supporto. Vedo un futuro di sviluppo per il coaching. Il cambiamento sempre più veloce degli scenari e la difficoltà di ‘pianificare’ carriere e skill necessarie per il futuro rendono sempre più difficile far emergere le proprie risorse professionali e personali esclusivamente con un mix di esperienze e ‘mattoncini’ formativi ben disegnati. A volte la risposta vincente deriva da comportamenti e teorie che nessuna struttura formativa ha ancora codificato. In certi momenti ci vuole un po’ di magia e il coach può essere l’attivatore di quella magia che ogni individuo ha dentro di sé”.

Creare uno spazio, concentrarsi sull’obiettivo e sull’esplorazione di sé

Claudia Crescenzi
Claudia Crescenzi
fondatrice della società
GrowBP srl

Claudia Crescenzi, fondatrice della società GrowBP srl, autrice del libro Segui il flusso, racconta che il coach è un allenatore, una persona che attraverso un metodo accompagna gli altri a individuare comportamenti efficaci per raggiungere obiettivi prefissati migliorando comportamenti agiti che spesso rallentano o sono di ostacolo. “Il confronto con un coach è importante in quanto porta ad avere una visione allargata e nuova di sé e delle situazioni, maggiore consapevolezza del proprio essere e delle proprie potenzialità di azione. In sostanza il coach permette di acquisire nuove prospettive, vedere e leggere casi e situazioni in modo complementare a quanto la persona ha già analizzato. Il ruolo del coach in questo senso consiste nel creare uno spazio che consenta alla persona di concentrarsi sull’obiettivo e sull’esplorazione di sé per individuare i comportamenti efficaci e accompagnare l’individuo mentre agisce per raggiungere il successo. Valutare questa modalità di sostegno è significativo: è concreta, discreta, flessibile, immediatamente tangibile con una resa dell’investimento elevata e di piena soddisfazione. Rispetto alla formazione tradizionale i risultati sono differenti: il forte orientamento all’azione tipico del coaching porta a risultati concreti, misurabili e immediatamente percepibili in un tempo definito. La persona viene accompagnata nel suo sviluppo individuale e resa autonoma anche per il futuro. Un buon coach crede sempre nelle potenzialità delle persone, si mette al servizio dell’altro. Un coach eccellente ha una serie di qualità umane che continua a sviluppare nel tempo: interesse verso gli altri, ascolto attivo del detto e non detto, capacità di generare cambiamenti, accompagnamento del cliente nella valutazione delle tematiche in una prospettiva ampia, capacità di anteporre l’integrità della persona ai risultati, mantenendo la propria integrità e neutralità con consapevolezza dei propri confini, capacità e dell’importanza di essere autentico. In un mondo che si evolve velocemente, in un mercato dove le regole del gioco cambiano frequentemente, dove l’incertezza e la velocità regnano sovrane, sia le aziende sia gli individui cercano il modo di essere sempre più performanti per affrontare e superare cambiamenti repentini. In questa situazione il coaching supporta l’individuo ad allenare la propria flessibilità per superare gli ostacoli, abbattere le proprie paure limitanti, cogliere l’opportunità in ogni situazione, creare relazioni costruttive e di valore, utilizzare la propria creatività per individuare continuamente nuove strategie di successo. Anziché capire ‘perché’ accadono gli eventi oppure che cosa ‘potevo o non potevo fare’, il focus è su ‘che cosa mi serve per raggiungere l’obiettivo’. È saper creare nuove strategie in velocità. Le principali tematiche su cui lavoriamo noi sono: rafforzamento della leadership di manager che affrontano sostanziali cambi di ruolo; sviluppo/rafforzamento di team per renderli performanti; sviluppo del clima aziendale e modalità relazionale efficace e costruttiva; accompagnamento dell’azienda nella gestione del cambiamento culturale”.

Aiutare le persone a ‘superare se stesse’

Roberto Ferrario
Roberto Ferrario
Mental Coach dei dirigenti
apicali, certificato ICF,
fondatore di IN Coach
Academy e ISIS Formazione

Roberto Ferrario, mental coach dei dirigenti, ci racconta la sua esperienza come consulente in processi formativi per il management: “Spesso dirigenti e imprenditori si chiedono ‘cosa fa un coach durante le sessioni di coaching?’ La risposta è: il coach agisce come un navi-gatore satellitare ‘intelligente’. Fornisce al pilota le indicazioni stradali per arrivare a destinazione sulla base delle richieste ricevute e controlla anche che non ci siano incongruenze tra ciò che il pilota vuole raggiungere e la strada scelta per arrivare a destinazione. Mi piace anche dire, soprattutto alle aziende familiari, che confrontarsi con un coach è importante quanto avere uno specchio davanti a sé quando ci si pettina. Sulla base della mia esperienza (soprattutto quella condotta in Fiat su oltre 300 quadri e dirigenti ) tra le situazioni aziendali dove non ci si può permettere di presentarsi ‘spettinati’ cito: i colloqui di valutazione, il processo di delega, la motivazione del team, lo sviluppo della leadership, le abilità negoziali. Un coach ha successo soprattutto quando porta una persona a raggiungere risultati che la persona stessa non pensava di poter raggiungere. Ho appreso dai miei allievi e clienti che il punto centrale per arrivare a ottenere questo straordinario risultato è lavorare sulla percezione che la persona ha di se stessa. Le migliaia di ore di coaching condotte (soprattutto quelle a contatto con direttori commerciali e venditori ) mi hanno fatto capire l’enorme portata della seguente affermazione: se non ti vedi come un leader, non sarai mai un leader (nemmeno con i migliori corsi di leadership). Una netta conferma di questa dinamica la sto avendo nel mondo del coaching calcistico. Nel mio ruolo di trainer-coach ICF del primo master per coach dei calciatori professionisti, analizzando le interviste fatte ai calciatori/testimonial del corso ho constatato che nei momenti cruciali della loro carriera emergeva come fattore determinante per il successo lo spostamento del focus da ‘ciò che non riesco a fare’ a ‘chi voglio diventare’. In ogni settore in cui ho visto il coaching in azione, l’effetto prodotto a cascata è sempre stato: personale più efficiente, aumento del fatturato/margine, consolidamento della quota di mercato. Nel contesto economico di oggi un intervento di coaching in azienda non è importante, è essenziale! Responsabilizzazione, questa la parola chiave legata al processo coaching. Più precisamente il coaching in azienda oggi permette di sviluppare quella preziosissima abilità che definisco ‘intelligenza situazionale’, ovvero l’abilità di saper leggere e adattarsi in tempo reale al continuo mutare del contesto. E le donne in questo hanno decisamente una marcia in più. Soprattutto negli ultimi tre anni ho constatato salti di qualità notevoli nelle organizzazioni che hanno investito in questa direzione. Pratica che sto introducendo anche nei livelli apicali della nostra Pubblica Amministrazione.
SpecialeCoaching2La mia esperienza come formatore manageriale per oltre 100 aziende mi porta ad affermare che in ogni organizzazione un connubio estremamente efficace è training più coaching. La formazione stimola e dà risultati soprattutto nel breve periodo, il coaching raccoglie i risultati della formazione e li rende durevoli nel tempo. Il coaching dunque come propulsore del ROI della formazione. La formazione insegna le regole del gioco, il coaching insegna a giocare, il coach eccellente insegna a vincere. Negli oltre 15 anni della mia professione ho constatato che più lavoro su di me come persona, più riesco a essere un bravo coach. Come basi didattiche utilizzo la PNL, le neuroscienze e il pensiero olistico, ma solo se una tecnica funziona su di me la propongo anche ai miei clienti. L’approccio che ritengo debba avere un bravo coach è un mix di quattro atteggiamenti: lo stimolo dell’allenatore per l’atleta, la cura del padre per il figlio, la saggezza di Virgilio per Dante, la passione del tifoso per la propria squadra. Per prima cosa però occorre saper instaurare una relazione di fiducia e solo in un secondo tempo saper usare le tecniche appropriate, che sono fondamentalmente tre: ascoltare attivamente, porre domande potenzianti e fornire feedback che ispirino il cambiamento. Essere coach viene prima del fare coaching: solo così un coach può realmente aiutare una persona a superare se stessa. In ultimo, il segreto per avere successo come coach in azienda è trattare i manager come persone”.

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