Smart working, una questione culturale

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Ha da poco compiuto un anno la legge sullo Smart working. Una regolamentazione all’avanguardia in Europa, che vuole favorire il lavoro agile nelle aziende. A regime, i risparmi per l’intera economia, potrebbero arrivare a 13,7 miliardi di euro. Eppure appena il 3% degli italiani lavora da casa in Italia. Di queste tematiche si è parlato il 21 maggio 2018 nella sede romana di Federmanager, durante il convegno Sempre più Smart working.

Viste queste previsioni, i benefici alle aziende, ai lavoratori e le ricadute sociali che già si registrano, il Direttore Generale di Brandid, Michele Armenise, ha spiegato perché non siamo ancora in presenza di un mercato consolidato: “Il ritardo è dovuto alle difficoltà nell’implementare questi sistemi in un’azienda o in un ente pubblico. Fare Smart working implica non soltanto investimenti di natura tecnologica, sull’organizzazione del lavoro, sugli aspetti legali, sindacali e contrattuali, ma soprattutto ci impone in ambito manageriale una rivoluzione culturale e formativa”.

Tanto da chiedere a chi si occupa di organizzazione del lavoro di “ripensare integralmente la modalità con le quali coordinare i nostri addetti con una ridefinizione dei modelli contrattuali, dei piani di welfare e di incentivazioni, e il superamento dello schema del controllo fisico del lavoratore”.

Coinvolgere le PMI nel cambiamento

Michele Dalmazzoni, Collaboration & Industry IoT Leader di Cisco nel Sud Europa, ha ricordato come nel suo caso lo Smart working nasca addirittura nel 1999 con il brevetto del primo IP phone dell’azienda californiana. “La Rete ti dà la possibilità sia di fare tacchi nella riviera del Brenta e di interagire con clienti in tutto il mondo mostrandoli in call, sia, grazie allo Smart working, di collegare dei lavoratori in remoto con degli spazi fisici”. Secondo il manager, queste modalità e l’implementazione delle tecnologie finiscono anche per superare le distanze tra grandi e piccole imprese.

L’Italia ha tante velocità e molte eccellenze, le cosiddette multinazionali tascabili, sono PMI. Così la dimensione non è più un fattore discriminate. Fino a qualche anno fa soltanto i grandi potevano accedere a servizi all’avanguardia. Ma oggi le piccole e medie aziende, attraverso i sistemi cloud e senza dover investire in architetture proprie, possono utilizzare gli stessi strumenti”, ha commentato Dalmazzoni.

Tra gli intervenuti Francesco Vatalaro, Professore Ordinario di Telecomunicazioni dell’Università Tor Vergata di Roma, che ha sottolineato come al di là dei numeri: “è già in atto una rivoluzione. Tutti noi, anche se in una chiave non formalizzata, lavoriamo in maniera smart, cercando di ottimizzare i tempi, i luoghi e le forme di interazione”.

“Il Politecnico di Milano ha calcolato che sono circa 300mila gli addetti che in modo formale hanno scelto il lavoro agile. Ma si potrebbe arrivare ai 5 milioni. Il 36% delle grandi industrie ha avviato iniziative strutturate,  mentre le PMI sono molto indietro, ma il dato più preoccupante riguarda la Pubblica amministrazione dove soltanto il 5% fa Smart working”.

Eppure i risultati già si vedono. “La produttività, ci dice sempre il Politecnico, è cresciuta del 15%, i lavoratori, soltanto sul versante degli spostamenti, hanno visto risparmi nel tempo dedicato al tragitto casa-lavoro pari a 40 ore, per non parlare dei benefici sulle emissioni”. Tutto questo ha permesso alle imprese, grazie a “una migliore gestione dei carichi di lavoro, di garantirsi una maggiore fidelizzazione del lavoratore – non a caso è stato ridotto l’assenteismo – et una maggiore produttività”.

Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager, ha aggiunto che “come firmatari di contratto, non abbiamo aspettato il legislatore e abbiamo incentivato con la figura del temporary manager queste esperienze”. Eleonora Alla, Ricercatrice dell’Università Europea di Roma, ha sottolineato che lo Smart working è uno strumento fondamentale per “l’inclusione dei disabili”, perché concilia “il loro ciclo di vita, i tempi delle cure con gli orari di lavoro”.

Sull’argomento Gianluigi La Salvia, general manager di Argus Vickers, ha voluto sottolineare che “questa modalità permette a noi vertici dell’impresa, che siamo costretti a muoverci in giro per la Gran Bretagna, di lavorare a stretto contatto”.

Secondo Roberto Triola, Responsabile dell’Ufficio Studi di Confindustria Digitale, bisogna educare le PMI, “visto che è difficile, in una realtà di dove lavorano nove dipendenti, suggerire di tenerne due a casa”.

Per Marta Rodriguez, presidente di Value@Work, lo “Smart working funziona soltanto se valorizza le aspettative di vita dei lavoratori”.

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