|rubrica| La bellezza salverà l’Italia

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Piero Trupia

L’Italia ha inculturato il mondo in tre settori vitali e si è imposta nel mercato globale in tre altri essenziali per il sistema produttivo. Abbigliamento, arredamento, alimentazione; automazione, biomedicale, meccanica fine. Il turismo è il convitato di pietra. Nessuno oggi afferma che esso farebbe del nostro paese un popolo di camerieri, ma il concetto di turismo va rinnovato.

Non più il Grand Tour, ma neanche l’odierno viaggio organizzato o il weekend a Venezia per due persone a 300 Ä, né la crociera con soste a terra di sei ore. Un’esperienza vitale in una masseria, in un casale, in un agriturismo, in un palazzo storico. Il suo nome è accoglienza.

Il film La grande Bellezza non dà questa idea. Una Dolce Vita senza la dolce vita, con i monumenti da un lato e i principi, i cardinali e l’intellettuale fallito dall’altra. Se Stendhal disse che i romani vivevano mostrando ai visitatori le mummie degli antenati, nel film di Sorrentino mummificati sono i romani.

Per fare accoglienza ci vuole vivacità, gioia di vivere e poi efficienza amministrativa, per garantire sicurezza e servizi pubblici, insieme all’affidabilità di quelli privati. Ripulire il paese dell’immondizia, del kitsch e dello scempio del bello, come la pompa di benzina che a Roma impedisce la vista dell’intera facciata di Villa Ximenes.

La nostra bellezza non è un capitale da mettere a reddito snaturandola, come la pavimentazione del Colosseo per allestirci finte lotte di gladiatori. Bastano i figuranti pretoriani di fuori con calzari e calzini.

Occorre una cultura diffusa sul bello, oggi assai carente a causa della carente cultura dei colti: il dominante approccio debolista all’estetica e all’interpretazione del bello.

I francesi ne sono stati gli antesignani.

Van-Gogh, I mangiatori di patate
Van-Gogh, I mangiatori di patate

Roland Barthes vuole che nel racconto non si ricerchi l’arte, il talento o il genio dell’autore. La struttura esclude l’arte. La conseguenza di un tale approccio è però che un romanzetto rosa è indistinguibile dai Promessi Sposi.

Umberto Eco ha lanciato la dottrina della semiosi illimitata: ogni segno (parola, frase, colore) è definibile con altri segni ed è impossibile uscire dal codice linguistico per sapere cosa l’opera ci vuol dire sul mondo. Sarebbe metafisica. Da qui il relativismo e il debolisimo della critica e dell’ermeneutica dell’arte. Nelle parole di Philippe Daverio “Non esiste la bellezza assoluta”. Essa è legata al momento storico-sociale. Ascoltandolo, pensavo alle metope dei templi di Selinunte del VI secolo a. C. e alle incisioni rupestri del 30.000, vertici di bellezza.

L’ideologia scientista e debolista, figlia dei maestri del sospetto −Marx, Nietzshe, Freud– restringe l’orizzonte cognitivo e induce a trascurare altri possibili orientamenti culturali e, più che mai, alcune dottrine medievali.

A onor del vero Eco è ferrato in materia, a partire dalla sua tesi di laurea sull’estetica di Tommaso D’Aquino. E proprio di Tommaso voglio parlare, della sua definizione di Bellezza e di un paio di sue fondamentali messe a punto.

Si trovano, come per caso, nella Summa Theologiae.

Vorrei però prima segnalare un equivoco che la dottrina di Tommaso ha subito per la sciatteria di chi per primo l’ha citato e di quegli altri che hanno citato il citante senza riscontrare il testo. Si è così attribuita a Tommaso la tesi che bello è ciò che piace. Questa la citazione. “Belle sono le cose che piacciono alla vista”. Il testo però dice “Si dice, che belle sono…”.

Un’altra tesi tommasiana, poco ricordata, afferma che alcune cose sono belle anche se appaiono brutte da un punto di vista puramente estetico.

Tali sono spesso le scene della Passione, ad esempio in Grünewald, e, nella modernità, le scarpe da contadino di Van Gogh e i suoi Mangiatori di patate. Ma in queste opere rifulge una verità: la redenzione o la fatica eroica del contadino olandese per procurarsi quelle patate.

La verità dell’arte è espressa nella tesi di Tommaso sulla bellezza. “Alla Bellezza sono necessarie tre cose: completezza, armonia, claritas”. Chiarezza non rende il senso di claritas. Ce l’ha dato Joyce. È la verità nel suo splendore, assoluta. La bellezza dunque è radicata nel vero. L’artista la depura dalle incrostazioni accidentali e ce la presenta nella sua purezza. Ed essendo il vero l’essere delle cose, esso è anche buono, una dottrina argomentata nel Fedro di Platone. Nel made in Italy la bellezza è la funzionalità nella sua purezza; nel sistema produttivo è l’impresa conviviale: tutti cooperatori, nessun dipendente. La bellezza salverà l’Italia, se coltiveremo questa esclusiva nicchia. Anche la meccanica può essere bella, oltre che fine.

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