leadership

Persone prima dei social

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Ho avuto recentemente l’occasione di rileggere una ricerca della Georgetown University pubblicata qualche tempo fa dalla Harvard Business Review. Scoprire in tempi di turbo capitalismo che c’è ancora chi si pone la domanda se i dipendenti si sentano rispettati mi ha riportato in qualche modo alle teorie socio-organizzative di Elton Mayo e agli studi condotti presso la Western Electric Co. negli stabilimenti Hawthorne di Chicago.

La dettagliata disamina della prestigiosa università americana, condotta su un campione di oltre 20mila lavoratori in tutto il mondo, ha portato a conclusioni che nella loro lapalissiana evidenza ribadiscono un principio di fondo che lo scorrere del tempo non ha minimamente scalfito: il rispetto verso i propri collaboratori è la principale caratteristica richiesta a un leader!

L’analisi, in poche parole, declina il concetto di rispetto in ‘dovuto’, inteso come esigenza di far parte di un gruppo, e ‘guadagnato’, visto come premio e riconoscimento per chi è andato al di là di ciò che gli si chiedeva. Il giusto bilanciamento tra queste due forme, se mantenuto e monitorato correttamente, riesce a creare spirito di squadra favorendo il diffondersi di meritocrazia e rafforzamento di autostima e produttività.

In caso contrario ci si deve aspettare un ambiente ostile e rancoroso, e per di più votato a trasmettere al di fuori un’immagine quanto mai negativa dell’organizzazionee di chi all’interno vi lavora. Stupisce, e non poco, la giustificazione addotta dai leader sollecitati a spiegare il perché di comportamenti irrispettosi: mancanza di tempo ed eccessivo carico di lavoro! Una scusa a dir poco infantile.

Mi chiedo se non sarebbe utile condividere i contenuti di questo studio con coloro che in qualche modo manovrano le leve che agiscono sulle nostre vite quotidiane per verificare se c’è o meno in essi consapevolezza che la realtà dei fatti, se mal governata, porterebbe a discostarsi sempre più dai princìpi di base della civile convivenza.

Le forti incertezze e le turbolenze degli ultimi anni hanno prodotto il più delle volte fratture profonde nel mondo dei rapporti umani, tanto da far emergere un quadro piuttosto desolante di una società diventata molto più aggressiva e irrispettosa di prima, in cui l’arroganza la fa troppo spesso da padrona.

Ma se da un lato simili atteggiamenti, per quanto discutibili, possono essere accettati all’interno delle fasce più deboli e di conseguenza più arrabbiate, c’è di che preoccuparsi quando si scorre l’elenco sempre più numeroso facente capo a persone che, forti del proprio carisma e della propria posizione sociale, preferiscono cercare comode scorciatoie per non perdere tempo con antipatiche incombenze che richiedano capacità di ascolto, coraggio e perseveranza.

Ho sempre creduto convintamente che i social network rappresentino uno strumento formidabile di fluidificazione dei rapporti e di accorciamento delle distanze tra persone di diversa appartenenza. A una sola condizione: che un semplice clic non si trasformi nel paravento dietro cui nascondersi a seconda delle necessità del momento…

In quanto figlio di una generazione ispirata da valori per lo più umanistici ho sempre anteposto il ruolo della persona a tutto il resto. Ed è per questo motivo che l’istinto mi porta ad ammirare coloro che ancora cercano una controparte per arrivare alla soluzione di un problema.

Al contrario, in epoca di social e di rapporti virtuali è diventata una prassi affidare a un semplice tweet o a un messaggino sullo smartphone la triste incombenza di annunciare le cattive notizie. Avvertimenti minacciosi, pizzini e frasi sui social sono diventate purtroppo la regola e la causa di un tangibile imbarbarimento dei rapporti interpersonali.

Oggi il leader non ha tempo per cose che non aumentano consenso e visibilità. È il modello del ‘maschio alfa’, stereotipo predeterminato e vincente per definizione. Se per caso tira una brutta aria molto meglio dare carta bianca a qualche galoppino fedele pronto a sporcarsi le mani nella speranza di allungare la propria lista di benemerenze verso il capo. E lo stesso mondo del lavoro, più attento normalmente a certe regole, parrebbe non sfuggire a questa tendenza.

La gestione a distanza del proprio team, il focus esasperato sugli obiettivi, orari talvolta incontrollabili allentano progressivamente quel bisogno di ‘fisicità’ che un leader attento e carismatico, ma soprattutto rispettoso, sarebbe in grado di trasmettere alla sua gente con quella forza e autorevolezza nemmeno lontanamente compensabili da una emoticon o da un like.

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