lavoro da casa mamma

Obiettivi oltre confine

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Due sono gli elementi costitutivi dello Smart working: le tecnologie abilitanti e il lavoro per obiettivi.
Sulle tecnologie si è detto tanto. Sul lavoro per obiettivi forse un po’ meno, ma non si può non riconoscere che al lavoratore smart stiano stretti i classici orari di ufficio, 9-13/14-18. Per lui il lavoro inizia con il gettare le basi di un progetto e termina con la consegna e il feedback del cliente (interno o esterno all’azienda) per cui è stato confezionato.

I tempi quindi si dilatano oltre le canoniche otto ore: si costituiscono nuove unità di misura che si chiamano obiettivi e l’obiettivo raggiunto segna la campanella delle 18 che idealmente strillava la fine della giornata di lavoro negli uffici di 10 anni fa.

tempo donneLe tecnologie che ci connettono e permettono ai dati e alle informazioni di scorrere in maniera incessante, a ciclo continuo, dilatano anche gli spazi. Posso lavorare dall’auto, chiamando un cliente dopo aver lanciato un comando vocale al mio computer di bordo (si chiama ancora così?). Posso mandare mail dal cellulare con il dito di una mano mentre con l’altra tengo quella di mio figlio mentre lo accompagno a scuola. Potrei anche scrivere questa rubrica dal letto, alle 23.37, dopo che mia figlia si è addormentata e la mia giornata di mamma si è conclusa (si spera!).

Poco fa, mentre ero sdraiata nel letto di fianco a lei e aspettavo che si addormentasse, pensavo che avrei potuto inaugurare una nuova modalità di ‘lavoro’ e portarmelo a letto! Oggi potrebbe essere il giorno giusto perché devo solo scrivere una cartella in word: non ho bisogno di un piano d’appoggio per fogli e penne e nemmeno di una grande stabilità per manovrare il mouse. Magari la posizione rilassata, seduta con la schiena appoggiata al cuscino e le gambe già mezze sotto le coperte potrebbe anche rendermi più produttiva e far scattare quel ‘flow’ di pensieri che, quando capita, mi fa scrivere la rubrica tutta d’un fiato, come in trance, al limite dello stato di veglia.

Interrompo il mio sogno di smart worker, molto smart e forse poco worker stasera, perché penso che la verità è che oggi sono stanca e mi abbandonerei volentieri al sonno insieme a mia figlia, anziché alzarmi pesantemente dal letto e arrancare verso la cucina per riprendere il lavoro interrotto questo pomeriggio.

mano madre piede bimboFaccio appello alla forza di volontà per l’ultimo sprint della giornata e per rispedire al mittente l’idea di lavorare a letto. Perché decido che c’è un limite, o meglio, ci sono dei confini che non voglio superare. E il letto non si tocca, perché dopo quello non c’è più nulla. L’ultimo e l’unico tassello della giornata in cui posso ascoltare in silenzio i miei pensieri deve rimanere un luogo sacro, chiuso a chiave e protetto dalla schizofrenia del fare, dell’arrabattarsi, del provare a coordinare tutto.

Il confine tra il lavoro e questa dimensione di inattività, di silenzio, di riposo, fino a poco più di un anno fa era rappresentato dalla porta del mio ufficio. Chiusa quella dietro le spalle tiravo un sospiro (di stanchezza più che di sollievo) e le spalle si rilassavano. Le mail erano sempre con me, il telefono mi legava a doppio filo con la mia scrivania ma il grosso era fatto, e l’extra, fatto a casa o su un treno, era considerato tale e per questo più ‘leggero’. La sicurezza di essere sempre connessa e non perdermi una risposta importante inviata alle 20.30 o alle 8.15 di mattina mi dava sicurezza e anche una certa gradevole sensazione di tensione costante in sottofondo (la chiamano ‘sindrome del milanese’).

Oggi, che sto sperimentando realmente il lavoro ‘per progetto’, posso anche esprimermi meglio sullo stato di permanente connessione in cui abbiamo il privilegio di lavorare. Quello che mi consente di dedicare tempo alla mia bambina innanzitutto e di mettermi al pc, mandare mail o fare chiamate senza limiti di tempo e luogo, semplicemente quando si può. Nel mio caso, quando l’altro lavoro, quello di mamma, me lo permette. E così il fantomatico ‘tempo libero’ (dal primo lavoro) diventa tempo di lavoro (il secondo) e viceversa: è tutta una questione di priorità, ma tutto il tempo è diventato ‘lavoro’.

mamma di corsaI confini, temporali o fisici, che prima ci stavano stretti e scomodi oggi non esistono più. Ora tutto è libertà e la libertà esige autogestione, lucidità e responsabilità. La ‘giornata’ lavorativa si costruisce in base alla propria capacità di organizzarsi e di assumersi l’impegno di portare a termine un compito, rispondendo in primis a se stessi e alla propria disciplina.

Per questo lo Smart working non è per tutti. Certamente non è la scappatoia che aspettavano i lavativi, perché il tempo passato in ufficio può anche diminuire, la mail puoi scriverla adagiato sul tuo bel tappeto del salotto sorseggiando l’ultima tisana di tendenza, ma al varco ti aspetta sempre lui, l’implacabile ‘obiettivo’ da raggiungere. Che si tratti di ore o giorni a tenervi lontani, lui aspetta sempre lì, immobile e imperturbabile, che ti avvicini un passo alla volta, non perché il tempo scorre ma perché il tuo tempo produce.

La rubrica di Martina Galbiati è stato pubblicata sul numero di Gennaio/Febbraio 2018 di Persone&Conoscenze.
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