francesco varanini

Nuove politiche per il lavoro

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Il lavoro non si crea per legge. La povertà non la si abolisce con una singola misura. Viviamo, si sa, in un momento in cui gli equilibri geopolitici globali sono particolarmente delicati;

viviamo in un’epoca in cui le tecnologie offrono sempre più opportunità di sostituire con macchine il lavoro umano; viviamo in un momento di rallentamento del tasso di crescita, che tocca in special modo il nostro Paese, gravato dal debito pubblico, da divisioni e anche da una generale carenza di fiducia.

Agire efficacemente sul difficile terreno dell’occupazione significa andare oltre le singole azioni dedicate a un unico scopo, frutto di un solo disegno, dedicate a una specifica fascia di popolazione.

Serve ritrovare coesione sociale; servono strategie condivise al di là degli steccati e delle specifiche appartenenze; servono azioni articolate dotate di una necessaria continuità. Azioni dunque proiettate oltre la durata di un Governo. Azioni che coinvolgano la pluralità degli attori sociali interessati, pubblici e privati.

Certo non ci sarà politica efficace se non sarà tenuto in considerazione il punto di vista gli organismi che rappresentano imprenditori e lavoratori. Ma appare anche opportuno coinvolgere gli operatori del settore.

Sono molto importanti i compiti attribuiti ora ai Centri per l’impiego. Ma Centri per l’impiego siffatti esistono già: sono le Agenzie per il lavoro. Altro indispensabile requisito di efficaci politiche per il lavoro sta in un uso oculato di strumenti di Data mining.

È impraticabile la prospettiva di creare ex novo e in tempi brevi nuove grandi banche dati. Ma non per questo le fonti non esistono. Si tratta di incrociare i dati che ci sono e di diffondere le competenze necessarie per interpretarli.

Al complesso argomento delle politiche per il lavoro è dedicata la Storia di copertina, dove raccogliamo il parere di Stefano Scarpetta, Direttore per l’Occupazione, il Lavoro e gli Affari Sociali dell’Ocse, e di Dino Pedreschi, Professore di Informatica ed esperto di Data mining.

Spunti di riflessione sono come sempre offerti dalle rubriche. Un aspetto centrale delle azioni orientate all’occupazione è costituito dalle politiche formative. Ci ricorda Mauro De Martini che “la formazione è lo spazio di speranza per il futuro”.

Ma, nota Antonio Rinetti, “la formazione come investimento rimane nel nostro Paese una pia illusione”. Rinetti cita i risultati di due ricerche internazionali: l’Index of Ignorance e il Global Teacher Status Index. Con questi indici, si sa, c’è da andare cauti. Si prendono in considerazione alcuni parametri e se ne trascurano altri.

Ma rifiutare questi risultati è mettere la testa sotto la sabbia. Dobbiamo pure accettare un confronto con gli altri Paesi, se vogliamo competere, e quindi, anche, incrementare l’occupazione. Rinetti nota sconfortato: “Ormai l’Italia naviga da tempo nelle ultime posizioni”.

Il nostro Paese combatte difficili battaglie economiche e politiche, forse anche indebolito dall’allontanamento dai partner europei. Ma combatte anche, ci dice Rinetti, con un nemico interno: “La nostra colossale ignoranza”.

La formazione si conferma così tema essenziale, strategico. Tema trasversale, che abbraccia, senza soluzione di continuità, la scuola dell’obbligo, la formazione universitaria, l’avviamento al lavoro, l’alternanza scuola-lavoro, la formazione aziendale… Lifelong learning, formazione che attraversa l’intera vita.

Non a caso si tratta di uno degli argomenti ai quali dedichiamo più attenzione sulla nostra rivista: trovate in questo numero un servizio speciale sui prodotti formativi innovativi; la narrazione di ricche esperienze di formazione aziendale di Matteo Villa; oltre all’intervista con Yu-kai Chou, giovane maestro californiano della Gamification.

Possiamo anche ricordare il tema del ciclo di incontri Formare e Formarsi: coltivare il piacere di apprendere. Ricordare il piacere che proviamo nell’apprendere qualcosa che ci interessa personalmente è ricordare che lavoreremo bene solo se riusciremo a vivere il lavoro tenendo sempre presenti i nostri valori, il nostro personale senso della dignità.

Francesco Perillo nella sua rubrica ci racconta di come, in un duro momento della sua vita professionale, fu convocato dall’Amministratore Delegato dell’azienda nella quale era chiamato a trasferirsi. “Lui, l’Amministratore Delegato mi accolse subito con il ‘tu’ che si dà per sovranità. Mi guardò negli occhi e a bruciapelo mi disse: ‘Senti, ma tu lo stipendio lo prendi?’. ‘Sì’, risposi con una punta di stupore. ‘E allora caro, qual è il problema?’. La dignità è il problema”. La dignità, commenta Perillo, è “un valore che si coltiva solo nell’educazione alla responsabilità, scavando dentro di sé”.


Francesco Varanini

Francesco Varanini ha lavorato per quattro anni in America Latina come antropologo. Quindi per quasi quindici anni presso una grande azienda, dove ha ricoperto posizioni di responsabilità nell’area del personale, dell’organizzazione, dell’Information Technology e del marketing. Successivamente è stato co-fondatore e amministratore delegato del settimanale Internazionale. Da oltre 20 anni è consulente e formatore, si occupa in particolar modo di cambiamento culturale e tecnologico. Ha insegnato per dodici anni presso il corso di laurea in Informatica Umanistica dell’Università di Pisa. Attualmente tiene cicli di seminari presso l’Università di Udine. Nel 2004, presso la casa editrice Este, ha fondato la rivista Persone & Conoscenze, che tuttora dirige. Tra i suoi libri, ricordiamo Romanzi per i manager, Il Principe di Condé (edizione Este), Macchine per pensare.

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