Lavoro, robot e nuove tecnologie: il futuro dipende da noi

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La rivoluzione tecnologica non è alle porte: è cominciata già da un pezzo. I robot adesso sono in grado di svolgere mansioni finora impensabili e, in realtà, sono già operativi. E quasi sempre svolgono lavori che nessuno vuole più fare. Temere che i robot ci toglieranno il lavoro? È inutile, per la semplice ragione che esistono già e svolgono diverse attività: alcune pericolose, alcune necessarie e lunghe (i droni che monitorano le coltivazioni, per esempio), alcune anche più divertenti.

Senza dover pensare al robot che celebra funerali buddisti –esiste veramente– le macchine sono già al lavoro in aree un tempo incredibili. Ci sono quelli che si occupano del desk negli alberghi, quelli che riempiono le prescrizioni per le medicine, altri ancora che controllano la situazione degli squali in mare. Ma fanno anche altro. Dal punto di vista economico c’è chi paragona Internet al passaggio dal mondo della caccia e della pesca a quello dell’agricoltura e dell’industria.

Con il passaggio all’agricoltura certamente cambia il mondo: la natura non è più la stessa, la terra diventa un enorme strumento di produzione, la quantità di persone che si possono sfamare è enormemente superiore, il viaggio non è più la strada che conduce da una fonte di cibo all’altra senza una meta precisa.

Ma quali sono i timori veri? Quali le aree sconosciute e gli ambiti che non sappiamo esplorare? Ne esistono ancora? O ve ne sono tanti nascosti e non si sa quanto pericolosi? Hic sunt leones. Possiamo andare a esplorare queste aree della nostra vita sociale, le nostre percezioni, la nostra mente, o resteranno terra di nessuno. Dei leoni, appunto.

Intelligenza Artificiale e intelligenza umana

È stata una consuetudine consolidata attribuire al successo della forza muscolare in generale uno status inferiore rispetto alla creatività e al pensiero alto dell’uomo. Su questa semplice considerazione abbiamo negli anni immaginato di conseguenza una linea di separazione tra quello che un computer, un software o un sistema esperto in generale può fare e quello che invece sono compiti direttamente legati all’intelligenza umana.

Compiti che un computer mai e poi mai avrebbe potuto fare o permettersi di fare. Un pensiero comune e consolidato che però sta modificandosi con grande rapidità a seguito delle enormi evoluzioni tecnologiche. Anche la relazione tra il tempo della conoscenza, in molti casi nell’operato dell’uomo periodi importanti, e la conseguente automatizzazione dell’attività sta perdendo peso e valore assoluto.

I lunghi tempi del percorso formativo che interessa un radiologo, un avvocato, un chimico o un giocatore di scacchi non eliminano e neppure abbassano il rischio, o l’opportunità, che questo lavoro possa essere automatizzato e quindi sostituito da una macchina evoluta. In quali compiti possiamo ragionevolmente prevedere l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale (AI) e della robotica? Che poi, intelligenza non è, ma diciamo un’incredibile evoluzione della capacità di progettare e realizzare ‘algoritmi intelligenti’.

Cose già conosciute da decine di anni, ma ora realizzabili per la potenza di calcolo delle macchine, aumentata in modo esponenziale. La già citata radiologia si sa essere uno dei campi ideali per queste applicazioni. Nelle diagnosi in medicina, l’AI sembra vincente nel confronto con le performance umane. Ma non è solamente una gara. Se oggi il computer può aiutare non più solo nella produzione delle immagini, ma anche nella valutazione diagnostica, l’AI sarà un alleato del medico radiologo, e non solo un fagocitatore di persone e di idee.

Le cattive notizie però –vedremo che non lo sono in realtà– non sono finite qui: non solo questi lavori possono potenzialmente essere automatizzati, ma i Governi nella loro lungimiranza offrono incentivi statali per l’automazione e l’innovazione in questi e altri settori. “Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti”, diceva Albert Einstein. Una paura concreta, quella del grande scienziato.

Il modo per esorcizzare il tutto consiste di certo nel mettere la tecnologia al servizio dell’uomo. Non è stato sempre così: l’essere umano ha dovuto adattarsi alle macchine mettendo in un certo senso i propri bisogni in secondo piano rispetto alla ‘rigidità’ dei sistemi, immaginati per realizzare soluzioni sicuramente efficienti, ma non sempre adattabili ai diversi scenari.

Oggi l’approccio è radicalmente diverso; il controllo della tecnologia passa nelle mani delle persone, ribaltando la prospettiva. Con il risultato che la tecnologia stessa si adatta da subito alle esigenze di chi la utilizza, secondo una naturale ‘umanizzazione’. Touch screen, realtà virtuale e aumentata, mixed reality, Machine learning, elaborazioni basate sul linguaggio naturale hanno reso le macchine sempre più simili all’uomo. Oggi ci sono sensori di riconoscimento delle immagini e metodologie di deep learning che permettono ai device di comportarsi (quasi) come l’uomo.

L’articolo integrale è pubblicato sul numero di marzo 2019 di Persone&Conoscenze.
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