La formazione attraverso il racconto

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Mi sono trovato di recente a fare formazione in una Business School, 60 giovani laureati di talento provenienti da diversissimi Paesi: tra gli altri nigeriani, australiani, angolani, russi, kazaki, italiani.
Tutti venivano da lontano. L’Italia era per la maggior parte di loro un luogo esotico. Molti avevano appena appreso l’italiano e forse, per quanto ne sapevo, lo capivano a malapena.

Avrei potuto ‘prendermi cura’: preoccuparmi delle difficoltà, cercare di semplificare il discorso, spezzettare il pane nell’intento di non costringere a buttar giù un boccone troppo grosso. È così che si fa di solito. A cosa servono sennò programmi, scalette, supporti didattici, presentazioni Power Point?

Ma perché? Perché, non conoscendo i giovani che avevo di fronte, avrei dovuto rischiare di sottovalutarli? Così ho esordito con quella frase di José Lezama Lima, scrittore cubano a me caro, quella frase che mi ronza sempre in testa: Sólo lo difícil es estimulante. Ho condiviso con loro la consapevolezza di come sia faticoso, ma bello, iniziare un percorso camminando su un terreno scarsamente noto; ho condiviso con loro l’incertezza speranzosa di chi guarda un mondo che non conosce.

Eravamo in una di quelle tipiche aule da Business School, a gradoni, modesto tentativo di anfiteatro, stavo parlando di come le difficoltà siano stimolanti, di come valga la pena di affrontarle come un bel gioco -di solito passeggio per l’aula, non mi piace stare seduto in cattedra- quando mi cade l’occhio su una monetina dorata, lì per terra. La raccolgo senza nemmeno guardarla, e mi trovo a chiedermi, e a chiedere a voce alta, come si dice ‘moneta’ nelle diverse lingue parlate dai presenti, e a interrogarmi attorno alla possibile storia di questa monetina: da dove verrà, da quale luogo, attraverso quale percorso.

Mentre mi chiedo, e chiedo, cosa c’è scritto sopra, e in quale lingua, la monetina passa di mano in mano. Così nasce un discorso collettivo, caldo. Come la monetina passa di mano in mano, passano di bocca in bocca le parole. Un discorso sulla narrazione e sul raccontare: quale testo avrebbero saputo raccontare, a partire da quella monetina, un poeta, un romanziere? Un discorso sull’interpretazione: un processo inferenziale che si fonda sulla capacità di dar valore a tracce, indizi, e si manifesta come costruzione di una rete di conoscenze via via più fitta, eppure sempre ipotetica, soggetta al dubbio.

Non ho ancora detto dell’argomento del corso. Ne accenno ora: team building attraverso la narrazione autobiografica. E però aggiungo subito che il tema è irrilevante. Non solo perché -al di là di come il programma era stato scritto prima, per motivi di controllo formale e certificazione mi era stata lasciata ampia libertà. Ma soprattutto perché credo stia a me, come formatore, non solo la scelta di come cominciare, ma anche, più complessivamente, la scelta di dove, e come condurre.

Il formatore è un narratore orale sempre libero di occupare lo spazio e il tempo che gli è dato. Libero in misura ben maggiore di quanto noi stessi vogliamo credere. Dobbiamo infatti ricordare sempre che in ogni situazione formativa esistono spazi di libertà che, più o meno giustificati da vincoli esterni, abbiamo rinunciato a occupare. Vorrei ricordassimo che ben più dei vincoli esterni influisce su di noi, in senso negativo e limitante, l’autocensura.

Eccomi dunque lì, a occupare il mio spazio di formatore, assieme a queste persone. Siamo uniti da un discorso collettivo che cresce, da una narrazione che ci rende sempre meno ignoti e stranieri l’uno all’altro.

Ed eccomi qui ora a ricordare quei momenti. Sto ancora narrando. Ogni narrazione si fonda su narrazioni precedenti e si connette ad altre narrazioni messe in atto in questo istante da altre persone, altrove. Ogni narrazione prepara, attende, anticipa narrazioni future. Sto narrando di quel momento a voi che mi state leggendo e vi dico quello che sto pensando. Sto pensando al direttore della scuola, che mi aveva gentilmente invitato a tenere quelle lezioni. So che mi stima molto. Ma non sono mai riuscito a convincerlo che tutto era nato dal caso, dal vivere la situazione. Resta convinto che avevo ad arte lasciato furtivamente cadere a terra quella monetina. Resta convinto che il buon risultato deve essere per forza l’esecuzione di un preciso programma. Il frutto di qualcosa di consapevolmente pensato prima.

Per approfondire il tema del coinvolgimento legato ai percorsi di formazione, leggi lo Speciale Formazione sul numero di Maggio 2018 di Persone&Conoscenze.
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Francesco Varanini

Francesco Varanini ha lavorato per quattro anni in America Latina come antropologo. Quindi per quasi quindici anni presso una grande azienda, dove ha ricoperto posizioni di responsabilità nell’area del personale, dell’organizzazione, dell’Information Technology e del marketing. Successivamente è stato co-fondatore e amministratore delegato del settimanale Internazionale. Da oltre 20 anni è consulente e formatore, si occupa in particolar modo di cambiamento culturale e tecnologico. Ha insegnato per dodici anni presso il corso di laurea in Informatica Umanistica dell’Università di Pisa. Attualmente tiene cicli di seminari presso l’Università di Udine. Nel 2004, presso la casa editrice Este, ha fondato la rivista Persone & Conoscenze, che tuttora dirige. Tra i suoi libri, ricordiamo Romanzi per i manager, Il Principe di Condé (edizione Este), Macchine per pensare.

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