Internazionalizzazione del lavoro

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di Tatiana Arini

Lavorare lontano dalla propria terra è difficile. Lasciare il proprio paese rimette in discussione l’identità dell’individuo, scatenando quello shock culturale che talvolta genera sentimenti di perdita e sradicamento: la ‘crisi’ che ne deriva (dal greco ‘krísis’: separazione, decisione, giudizio) è anche un’opportunità per apprendere e integrare le nuove conoscenze con le proprie radici, traducendosi in un processo di evoluzione e crescita della persona. La mobilità infatti permette quello scambio tra culture diverse, sempre arricchente, che dovrebbe essere ormai all’ordine del giorno nel mondo globalizzato. Tuttavia, non si può dire che l’internazionalizzazione sia un fatto sperimentato in ogni ambito lavorativo e da ogni fascia della popolazione italiana: molti contesti, infatti, non sono interessati dal contatto con l’altro –altri paesi, altre culture– rimanendo sostanzialmente isolati dalla dimensione globale. Ma l’Italia ha bisogno di assumere una connotazione più internazionale che possa renderla competitiva nello scenario attuale: quel che manca nel nostro Paese è dunque una condivisione delle best practice adottate a livello sopranazionale e apprese dai nostri emigrati all’estero, che potrebbe apportare idee inedite in settori strategici e dare una sferzata vitale al nostro sistema economico, per uscire così da un’impasse che ha messo in ginocchio numerose imprese e generato frustrazione e sfiducia da parte di molti lavoratori.

Internazionalizzazione del lavoroGli italiani sparsi per il mondo costituiscono una preziosa risorsa per lo sviluppo dell’economia nostrana, che può sperare in un nuovo decollo anche grazie al loro coinvolgimento: è fondamentale valorizzarne il contributo e facilitare la collaborazione internazionale per agevolare quel supporto che può garantire la competitività italiana sul mercato globale. La lunga storia dell’emigrazione italiana attesta che questo fenomeno di vasta rilevanza sociale, economica e politica è connaturato al popolo italiano, da secoli coinvolto in rapporti proficui –commerciali e culturali– con altre genti e altri luoghi.

L’esperienza migratoria italiana
Da sempre l’emigrazione italiana ha interessato l’intero globo ed è caratterizzata dalla varietà delle attività svolte nel paese d’adozione. All’inizio del 2011 gli iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) erano più di 4 milioni e annualmente circa 40 mila italiani emigrano. A differenza di quanto accadeva in passato, negli ultimi anni i migranti fuoriusciti dal nostro Paese sono sempre più tecnici e professionisti qualificati, assunti da centri di ricerca, università e imprese multinazionali oppure dipendenti di aziende italiane in trasferta nelle sedi estere. Questa categoria di nuovi migranti è costituita spesso da giovani che mirano a far fruttare il proprio titolo di studio –spesso elevato– e in generale il proprio percorso formativo e professionale in paesi in grado di offrire loro opportunità migliori. Nell’ultimo decennio infatti, l’Aire ha registrato un consistente incremento dei laureati iscritti: ogni anno emigrano più di 3 mila laureati italiani, in maggioranza uomini, anche se la presenza femminile continua a crescere. I nuovi migranti hanno aspettative ben diverse rispetto ai migranti tradizionali: per loro l’emigrazione rappresenta un’opportunità professionale che il mercato del lavoro italiano non è in grado di offrire. A spingere gli italiani all’emigrazione sarebbero, oltre alle maggiori opportunità lavorative, la curiosità e la vivacità culturale.

L’attuale presenza italiana nel mondo
La comunità degli italiani all’estero è in crescita continua. Più della metà degli italiani nel mondo risiede in Europa. L’America raggiunge quasi il 40% delle presenze, seguita a lunga distanza dall’Oceania (che raccoglie quasi tutti i nostri connazionali in Australia), l’Africa e, infine, l’Asia. Tra i paesi di insediamento eletti dagli italiani, in testa i due europei che, dal Dopoguerra, sono stati maggiormente coinvolti nei flussi migratori: la Germania (un italiano su sei all’estero risiede in Germania!) e la Svizzera. Per cominciare, vi proponiamo due racconti di italiani che hanno scelto la Germania, e in particolare Berlino, città vitale e produttiva che sta attraversando un mutamento senza precedenti.

L’esperienza all’estero come arricchimento culturale

Giuseppe Langfelder
Giuseppe Langfelder
Sales Manager
Clipkit GmbH

Giuseppe Langfelder lavora come Sales Manager presso Clipkit GmbH, una società berlinese in forte crescita che opera come concessionario pubblicitario nel settore dell’online video advertising. “Lavorando nel settore pubblicitario, Milano (la sua città d’origine, ndr) sarebbe stata la città ideale. Io, però, volevo fare un’esperienza all’estero, un po’ per noia, un po’ per curiosità e un po’ per rimettermi in gioco. La scelta di lavorare all’estero è stata assolutamente mia. Non vorrei essere banale, ma tra le competenze utili per lavorare all’estero quelle linguistiche sono alla base di tutto. Nonostante il cognome lo possa far sembrare, non sono tedesco e ho dovuto imparare la lingua con fatica e dedizione. In molti uffici tedeschi è sufficiente conoscere bene l’inglese, ma poter comprendere la lingua locale ti permette di poterti integrare più facilmente. Anche se attualmente si sentono strani discorsi in merito al suo futuro, sono un convinto sostenitore dell’Europa Unita. Fare un’esperienza all’estero di questo genere ti arricchisce culturalmente e migliora la tua capacità di interfacciarti con culture, usi e costumi differenti. Si impara a essere tolleranti e si ‘diventa’ europei… anche sul mercato del lavoro. Su social network professionali come LinkedIn o Xing, per esempio, ricevo settimanalmente offerte di lavoro con base in Germania, Austria, Svizzera, Uk e, ovviamente, Italia”.

Germania vs Italia
“In nessun altro contesto come in quello lavorativo, le differenze culturali si fanno sentire. Passare dai chiassosi uffici milanesi, a quelli silenziosissimi sulle sponde del Reno (prima) e della Sprea (ora) non è stata cosa facile. Le principali difficoltà, quindi, sono il proprio inserimento e il proprio ambientamento in azienda. Se il fatto che le aziende tedesche siano meglio strutturate presenta enormi vantaggi per lo svolgimento delle procedure aziendali, dall’altro ‘costringe’ i lavoratori ad avere ruoli e mansioni molto limitati. Un altro grosso limite, a mio personalissimo modo di vedere, è quello di prediligere, per le posizioni manageriali, tedeschi occidentali rispetto a quelli nati oltre Cortina. Analizzando dall’interno le diverse aziende per le quali ho operato, trovo quelle tedesche assai meglio strutturate. I dipendenti sviluppano un maggior senso di appartenenza all’azienda, evitando o quantomeno celando invidie e gelosie reciproche. Vi è maggiore apertura mentale, meno anzianità e più meritocrazia. La sostanziale differenza è da ricercare banalmente nell’eterna retorica. Da un lato la precisione e la rigidità teutoniche; dall’altro l’approssimativismo e la maggiore flessibilità mediterranei. Detto ciò, si dice che il maggior produttore di carte burocratiche in Europa sia lo stato tedesco. Verissimo, anche se le procedure burocratiche vengono svolte più celermente. Il grosso vantaggio per i dipendenti in Germania (pubblici e privati) è costituito dai costi assai ridotti della Sanità”.

Gli intoppi burocratici

Luca Benazzi
Luca Benazzi
User experience designer
Luca Benazzi Ltd

I problemi incontrati durante l’espatrio sono dunque di vario genere: dall’imparare la lingua a trovare casa, alla necessità di sbrigare pratiche assicurative, fiscali e previdenziali nel paese d’arrivo. Ce ne dà testimonianza un altro berlinese d’adozione, Luca Benazzi, che è user experience designer –progettista d’interfacce– presso la sua limited company, un’azienda individuale di cui è presidente e unico dipendente. “Le comnel settore informatico è necessaria una buona conoscenza della lingua inglese, la capacità di comunicare in modo efficace e collaborativo, più i vari skill tecnici richiesti a seconda della professione. Tra le difficoltà che ho incontrato, ovviamente la lingua, che bisogna saper padroneggiare, l’instabilità iniziale e il dover gestire oculatamente le proprie finanze mentre si sta cercando lavoro, ma soprattutto, la difficoltà maggiore è data dalla burocrazia. Anche se un po’ meno che in Italia, in qualsiasi paese si vada e ogni volta che ci si sposta si è costretti, per inserirsi e anche dopo essersi inseriti, a sottostare a una serie di crudeli vessazioni burocratiche che tolgono il tempo per vivere e tengono le persone occupate in procedure inutili che, nell’era dell’informatica, dovrebbero essere svolte dallo Stato senza che il cittadino nemmeno se ne accorga. Parlo di cambiamenti di residenza, allacciamenti alla rete elettrica, ottenimento della connessione a internet, apertura di una società, visti e permessi, assicurazioni sanitarie, e via dicendo”.

Il lavoro all’estero: più meritocratico e politically correct
“Le opportunità che un’esperienza lavorativa all’estero offre –continua Luca– sono quelle di entrare in un circuito meritocratico per cui la qualità del lavoro svolto viene premiata, certamente più all’estero che in Italia. Per chi volesse tornare in Italia, aver lavorato all’estero è certamente un vantaggio, ma personalmente trovo improponibile l’idea di tornare a lavorare e vivere in Italia. All’estero premia la qualità effettiva del lavoro svolto più che in Italia, dove spesso avere un circuito di conoscenze conta più dell’essere persone che lavorano bene. Il clima è meno dimesso, in Italia sembra sempre di stare in un paesotto di provincia, anche se si lavora a Milano. Per esempio vengono usate parole legate al mio lavoro, come usability, interaction design, seguendo le mode del momento e senza nemmeno sapere di che cosa parlano, perché usare vocaboli inglesi garantirebbe una maggiore professionalità e rispettabilità… trovo tutto ciò patetico! Un vantaggio del lavorare in Italia è che si tende a essere più diretti e dirsi le cose in faccia senza troppi fronzoli, mentre all’estero molti italiani si trovano in difficoltà con un collega che per essere ‘politically correct’ non dice nulla se ci sono problemi, ma poi va a riferire al capo. Su questo è meglio l’Italia, però c’è da dire che all’estero sono più rispettosi e corretti, non ho mai sentito parlare di mobbing e non ho mai avuto problemi relazionali. All’estero pagano subito, a lavoro svolto, in Italia se ti va bene dopo un mese, se ti va male dopo sei o per avvocati”.

La ricerca in universita’

Laura Spinsanti
Laura Spinsanti
European Commission
Joint Research Center

Come anticipato, la Svizzera –dove insegnano ben più di duecento professori universitari italiani– è il secondo paese europeo che accoglie lavoratori italiani. Laura Spinsanti ha svolto attività di ricerca all’EPFL (École polytechnique fédérale de Lausanne) nella Svizzera Francese, un istituto che si contende con l’Università di Cambridge il primo posto in Europa nel campo dell’Ingegneria/Tecnologia e Informatica. “Dal momento che la mia posizione come ricercatrice presso il CNR di Pisa era temporanea e non vi era la certezza di un rinnovo del contratto per mancanza di fondi –afferma Laura– ho risposto a un annuncio pubblico per una posizione ‘equivalente’ presso una università all’estero. L’opportunità più grande è quella di entrare in contatto con altri ‘stili’ di ricerca. Modi di lavorare differenti. Ambienti in cui le persone arrivano da esperienze di lavoro diverse e portano il proprio contributo. L’ambito italiano è fatto soprattutto di ricercatori/professori italiani, con sporadiche possibilità di ambienti in cui incontrare ricercatori/ studenti provenienti da altri paesi. La preparazione e la formazione dell’università italiana sono sufficienti, ma servirebbe una maggiore attenzione alla professionalità fin dal corso di studi. Già per il lavoro delle tesi specialistiche si preparano gli studenti a scrivere per una pubblicazione scientifica, cosa che in Italia avviene generalmente durante il dottorato (a volte anche in scarsa misura)”.

Rientro dei cervelli?
Se l’opportunità economica è un fattore molto forte nella spinta a partire, bisogna tenere in considerazione quali sono le principali competenze utili: “direi che sono quelle di adattamento a differenti ‘usi e costumi’ –sostiene Laura–. Sicuramente la difficoltà maggiore riguarda i legami sociali. Non è semplice costruire amicizie e ricostruire il tessuto sociale ‘scontato’ nel proprio paese. Anche la difficoltà linguistica è importante: la scuola italiana non prepara a sufficienza. È necessario uno sforzo personale che potrebbe essere mitigato da una migliore preparazione scolastica. Il limite maggiore che vedo attualmente sta nell’impossibilità di intraprendere un percorso di rientro. Al momento, anche con la legge sui ‘rientri dei cervelli’, le opportunità in Italia sembrano talmente esigue (anche economicamente) che non è possibile prendere in considerazione un rientro (se non per motivi non professionali). Nel contesto estero ho sperimentato l’indipendenza del lavoro di ricerca. Attualmente mi occupo di un progetto pilota di ricerca sull’uso di social network in caso di disastri ambientali presso il JRC (Joint Research Center) della Comunità Europea. Forse sono stata solo fortunata, ma in due posti su due ho avuto la possibilità di proporre e vedere accettate le mie idee di lavoro. Fiducia da parte dei superiori e autonomia in cambio di risultati”.

L’atteggiamento giusto per riuscirci
Proseguendo nella nostra panoramica che vede l’Europa al primo posto come continente d’elezione degli emigrati italiani, incontriamo, dopo Germania e Svizzera, la Francia con oltre 300 mila presenze. Marcello Reina, Practice Manager di Oracle, ci racconta come è diventato cittadino della Ville Lumière: “La scelta di lavorare all’estero è stata mia: dopo un Mba in Italia alla Bocconi ho cercato lavoro a Parigi (dove avevo già lavorato per diversi anni in precedenza) e a Milano. L’opportunità è arrivata da Parigi. Et voilà! Per lavorare all’estero serve una conoscenza delle lingue in primis. E poi estrema flessibilità, duttilità, curiosità, passione per il nuovo, apertura mentale, capacità d’integrazione, sapere accantonare i pregiudizi, sapersi mettere in discussione, pazienza e forza d’animo! Le opportunità che un’esperienza estera può offrire sono trovare lavoro in realtà multinazionali e in contesti internazionali e arricchire il proprio bagaglio di best practice con metodologie differenti da quelle italiane. Non ho avuto quasi nessuna esperienza in Italia ma quello che avverto è che vi si lavora come artigiani, cioè in realtà poco strutturate dove il lavoro è qualitativo ma senza procedure (con perdite estreme di tempo/denaro), mentre qui si lavora in industrie, che perlomeno sembrano più strutturate e efficienti”.

Identità in bilico

Marcello Reina
Marcello Reina
Practice Manager
Oracle

“Più che dal punto di vista lavorativo –continua Marcello– le mie difficoltà sono state di inserimento nel contesto sociale: trovare un appartamento senza avere un garante francese, aprire un conto corrente… Parecchie difficoltà di forma (i modi, le abitudini e costumi locali all’origine di frequenti fraintendimenti), che in parte ricadono anche nel contesto lavorativo, ma qui le vere difficoltà iniziali sono di carattere linguistico. Il limite è che ci si sente cittadini del mondo, ma senza più patria. Avverto una certa destabilizzazione e difficoltà nel mantenere le mie radici e la mia identità. Inoltre anche se in minima parte si soffre di una certa discriminazione: auto-discriminazione nel sentirsi limitati nell’esprimersi come si vorrebbe e raramente anche discriminazione in quanto italiani con tutti i bei e brutti preconcetti che ci portiamo dietro nel mondo”.

Un percorso internazionale

Roberto Cardi
Roberto Cardi
Cfo di Prysmian Câbles
et Systèmes France

Roberto Cardi, anch’egli attualmente residente a Parigi, ci parla del suo articolato percorso professionale. “Ho lavorato per 10 anni in Pirelli in vari ruoli nell’amministrazione e controllo. A 35 anni era giunto il momento di fare il direttore di funzione in una società. Avevo vissuto per un breve periodo di sei mesi negli Usa in South Carolina inviato per una missione. Ho proposto la mia candidatura per fare il direttore in un’affiliata estera, ma in quel momento la Pirelli non aveva posizioni da offrirmi. Ho cercato un lavoro che mi desse la possibilità di fare il passo di carriera che cercavo e contemporaneamente di lavorare all’estero. L’esperienza in Usa mi era piaciuta e volevo farne un’altra in un paese anglosassone. Sia mia moglie che io avevamo un livello d’inglese che ci avrebbe permesso di lavorare. Così ho cercato in Uk d’accordo con mia moglie che voleva restare in Europa. Nel 1997 ho avuto un’offerta a Londra che mi dava la posizione aziendale che cercavo e ci siamo trasferiti. Nel 2002 la Pirelli mi ha cercato per darmi un incarico di direttore amministrazione e controllo in Ungheria, la stessa azienda mi ha trasferito a Parigi nel 2004. Nel 2005 la società è stata ceduta dalla Pirelli e si è trasformata nell’attuale Prysmian. Oggi sono il direttore delle affiliate francesi, circa 900 miloni di euro di fatturato, 15 fabbriche, circa 2500 persone”.

Imparare dall’alterita’
Per lavorare all’estero occorre essere tecnicamente competenti, avere l’umiltà di accettare una cultura lavorativa diversa e fare leva sulle caratteristiche forti degli italiani: flessibilità, inventiva, capacità di lavorare sotto pressione. Serve anche la competenza di assimilare i punti forti di culture diverse così da integrarsi nel nuovo ambiente. Per integrarsi in un ambiene anglosassone occorre essere efficienti, cortesi senza essere verbosi e mantenere gli impegni. In Ungheria bisogna dare indicazioni precise e guidare le persone. Per lavorare con i francesi occorre saper interpretare una doppia comunicazione, formale e sostanziale e dare l’esempio nei propri comportamenti. Ogni ambiente diverso obbliga a imparare una nuova lingua manageriale. Questo offre l’opportunità di sapere gestire complessità maggiori e diverse tra loro avendo fini di redditività molto simili. Queste competenze sono importanti nello sviluppo della carriera. Non si impara una cultura lavorativa sui libri, ma si deve essere degli attenti ascoltatori del detto e del non detto. Occorre essere capaci di leggere una cultura e contemporaneamente essere efficaci sul lavoro. In sintesi, è estremamente faticoso superare il primo anno in cui si lavora il doppio degli altri per ottenere i risultati, visto che si deve imparare e portare risultati concreti. Dall’estero, guardando lavorare gli italiani si impara che i luoghi comuni sono una banalizzazione, ma in sostanza sono tutti veri. È vero che gli italiani sono disorganizzati, incapaci di gestire il tempo lavorativo, molto politici nella gestione aziendale. Al contempo creativi, capaci di trovare soluzioni e alla fine portare risultati. Negli altri paesi l’azienda è meno un luogo sociale e ci si passa meno tempo”.

Una realtà all’avanguardia

Paolo Castagna
Paolo Castagna
Software engineer
Kasabi

Dopo la Francia troviamo il Belgio e la Gran Bretagna, che non conta nemmeno la metà dei nostri connazionali presenti in territorio francese. Paolo Castagna ci racconta la sua esperienza anglosassone: “Inizialmente sono venuto a Bristol per lavorare agli HP Labs con l’idea di fermarmi sei mesi. Successivamente ho fatto i colloqui per una posizione fissa e sono rimasto per quattro anni. Ora, da due anni, lavoro per Talis e Kasabi, sempre in Uk. Ho fatto ricerca applicata su semantic web e le relative tecnologie. La società per cui lavoro è, per competenze nel settore, tra le società leader in Europa. Prima di trasferirmi all’estero ho lavorato in un centro di ricerca del Politecnico di Milano. La principale differenza che ho riscontrato, oltre agli stipendi mediamente più alti all’estero, è che per crescere in Italia occorre aspettare che qualcuno se ne vada lasciando un posto libero. Nel mio settore, all’estero ci sono più opportunità. Chi ha le necessarie competenze e voglia di lavorare può crescere, anche economicamente, fino a un certo punto; oltre, occorre un Mba”.

L’impasse italiana
“Nel corso di questa esperienza lavorativa estera –continua Paolo– ho incontrato alcune difficoltà ma non limiti. Le competenze che servono all’estero non sono differenti dalle competenze che servono in Italia. All’estero, ovviamente, occorre una buona conoscenza della lingua inglese parlata e scritta ed è buona cosa continuare a studiare e perfezionare la propria capacità di comunicazione. Trasferirsi all’estero vuol dire ricominciare da capo con amicizie e conoscenze. Abbiamo due figlie e i nonni sono in Italia. Sul lavoro vi sono possono essere difficoltà di comunicazione dovute in parte alla lingua, in parte a culture diverse. Al momento, i limiti principali sono causati da fattori esterni e dalla situazione economica internazionale. Purtroppo l’esperienza che ho acquisito all’estero credo serva poco per una carriera in Italia dove, per quanto ho potuto vedere, conta più chi conosci invece di quello che sai. Inoltre, la classe manageriale è ‘vecchia’ e nel mio settore –Computer Science– l’Italia viaggia tra i due e i cinque anni in ritardo rispetto a Usa o Uk, nonostante sia un paese che potrebbe innovare in questo settore, se solo desse spazio e risorse ai talenti e alla creatività. Purtroppo, a causa della classe politica degli ultimi anni, l’Italia all’estero non gode di una buona reputazione. I luoghi comuni su corruzione, mafia, clientelismo, raccomandazioni sono difficili da sfatare (anche perché in parte sono veri). Italiani brillanti e creativi, grandi studiosi e lavoratori, capaci di cambiare il mondo non mancano. Ne conosco due o tre: hanno studiato in Italia, ma sono riusciti a mettere a frutto le loro idee solo all’estero”.

Ricerca e collaborazione scientifica

Michele Coscia
Michele Coscia
Research Fellow
Center for International
Development

Tra le destinazioni intercontinentali, la meta più importante è costituita sicuramente dagli Stati Uniti, dove lavora Michele Coscia. “La dinamica di come mi sono ritrovato a lavorare all’estero è piuttosto complicata. È cominciata con il mio periodo all’estero per gli studi di dottorato, che al Dipartimento di Informatica di Pisa è obbligatorio per un minimo di sei mesi. L’ho svolto a Boston, presso la Northeastern University. Durante questo periodo, ho portato avanti altri progetti di ricerca con un professore presso la Harvard Kennedy School. È stato naturale, per entrambi, cercare di continuare la collaborazione scientifica e questo lo ha portato a farmi un’offerta. Direi che è stata, quindi, metà la mia volontà a spostarmi e metà un’offerta esterna. Fino ad ora ho svolto attività di ricerca come research fellow, che durante il 2012 verrà trasformato in un vero e proprio periodo di ricerca da post-doc. Svolgo questa attività al Center for International Development, che è un gruppo di ricerca a metà tra la Harvard Kennedy School of Government e la vera e propria Harvard University. Sono piuttosto frequenti anche le collaborazioni con il Mit”.

Difficoltà gestibili e opportunità enormi
“Non sono dell’idea –prosegue Michele– che servano competenze particolari per lavorare all’estero, ad eccezione di meta-competenze come l’ovvio parlare inglese e/o un’altra lingua straniera e sapersi organizzare in mezzo a burocrazie ignote e ambienti sociali meno consueti. Per il resto, immagino che dipenda dal settore in cui si vuole trovare impiego. Per quanto riguarda il mio (informatica e ricerca) credo che l’università italiana mi abbia tranquillamente dato ciò di cui avevo bisogno. Le opportunità offerte da un’esperienza all’estero, viceversa, sono straordinarie. L’andare all’estero mi ha permesso di entrare in contatto con un mondo in cui il mio lavoro, la ricerca, è più a contatto con le esigenze reali del mondo. È messa all’opera meglio, direttamente sul campo. La difficoltà principale è quella di inserirsi in un macchinario che non si conosce bene, per il quale non si è mai stati allenati. Il cambio di mentalità c’è ed è evidente, inutile negarlo. Tuttavia, non è qualcosa di difficile con cui convivere, si fa presto il callo a capire cosa si può e non si può fare, comprensione che in precedenza si dava un po’ scontata. Non riesco a pensare in che cosa questa esperienza possa essere limitante, anche se credo di far parte di un caso molto fortunato. Il posto dove lavoro non ha mai avuto particolari limitazioni per quanto riguarda la ricerca, essendo fondamentalmente autosufficiente. Tuttavia immagino che la diversa mentalità e lo stare a contatto più da vicino con poteri e interessi reali in altri casi sia molto limitante”.

Qualche differenza di contesto

Alessandra Zini
Alessandra Zini
Portland store manager
Ikea

“Una differenza che ho riscontrato tra il contesto estero e quello italiano riguarda il ritmo, direi. In Italia non è che si lavora meno, anzi, ma ho trovato più difficile prendere il ritmo giusto. Se in Italia dominava l’irregolarità, all’estero sono riuscito a trovare un regime giusto per ottimizzare la produttività. E, forse, anche l’ambiente. In questo l’estero l’ho trovato peggiore dell’Italia, e forse sta qui il merito del nostro Paese nell’essere egualmente produttivo pur con meno ritmo: vivendo in rapporti più formali e amichevoli, più rilassati, si riesce a massimizzare la propria efficienza in quanto mediamente più rilassati”. Anche Alessandra Zini lavora attualmente negli Stati Uniti, a Portland, in Oregon, come dirigente per Ikea: “mi sono candidata per un job posting internazionale e sono stata selezionata –afferma Alessandra–. Per lavorare in un contesto estero sono necessari il massimo livello delle stesse competenze richieste in Italia per fare lo stesso lavoro e l’essere valutato come un high potential per l’azienda. Nella mia azienda per passare da un ruolo di manager a uno di top management è generalmente richiesta un’esperienza all’estero: fa parte del career path. Sono ancora all’inizio della mia esperienza lavorativa estera e la mia azienda garantisce una transfer employee policy molto supportiva. La difficoltà è imparare a lavorare in un’altra cultura. In generale il contesto estero è più aperto alla diversity –di tutti i tipi– e contano più i risultati che il network”.

La libertà di provarci

Diego Centanni
Diego Centanni
Project manager
Supreme Group

Anche la comunità italiana residente in Canada è consistente. Ne fa parte Diego Centanni, che ci spiega come è arrivato in questo paese: “lavorare all’estero è stata una mia scelta, per il piacere della scoperta credo, insieme con il desiderio di darmi del tempo per scoprire il mondo prima di decidere dove vivere in maniera permanente. Al momento lavoro come Project manager per Supreme Group, società di costruzioni canadese leader in Canada nella produzione e assemblaggio di acciaio strutturale. La principale competenza per lavorare all’estero credo sia l’empatia. Credo che un’esperienza all’estero offra l’opportunità di diventare qualcun altro, o almeno provarci. In termini di carriera, una simile esperienza offre la possibilità di scegliere dove e per chi lavorare. La difficoltà in un contesto estero è farsi comprendere a pieno, esprimersi e pensare in un’altra lingua. La mancanza di una comune base culturale rende il processo di comunicazione molto più faticoso. Il limite di tale esperienza è che talvolta ci si sente un po’ persi, tra il mondo lasciato alle spalle in Italia e il sogno del nuovo mondo verso il quale si sta andando, ma dove non si è ancora arrivati. È comunque un’esperienza di vita che suggerirei a chiunque. L’ambiente di lavoro è molto diverso. Qui in Canada si lavora tranquilli, poca politica, tutti sono determinati e molto motivati a ottenere quello che vogliono. Si avverte che ogni singolo individuo può ancora fare la differenza. Chi fa male viene licenziato, chi fa bene viene premiato. Ognuno ha la possibilità di provarci, almeno una volta”.

Apertura e adattamento

Francesca Ligabo
Francesca Ligabo
Independent writing
and editing professional

Tra i paesi di elezione dei nostri connazionali, anche l’Australia. Francesca Ligabo ci racconta la sua esperienza: “Sono inizialmente andata all’estero per lavoro nel 2002, in un’azienda di importazione e distribuzione di accessori moda a Melbourne, subito dopo la laurea. Sono rimasta all’estero per lo stile di vita e la mentalità più aperta. Al momento lavoro in proprio come consulente Seo (Search engine optimisation) e redattrice web, quasi esclusivamente in inglese. Sicuramente è importante sapersi adattare a una cultura del lavoro diversa, con più flessibilità ma anche con una struttura più meritocratica rispetto a quella italiana. In generale, penso che più delle competenze tecniche (simili a quelle richieste in Italia) siano importanti un’attitudine aperta e una grande curiosità. Nel mio caso ho trovato anche di aiuto l’aver studiato la lingua inglese e la cultura anglosassone sin da piccola (non solo a scuola ma con soggiorni studio ecc.). Una conoscenza perfetta della lingua non è però essenziale… lavorando (oltre che sbagliando) si impara… Inizialmente ho fatto fatica a comprendere alcuni aspetti legali e fiscali che in Australia sono completamente diversi da quelli italiani ma nel complesso ritengo che l’aver lavorato all’estero sia un’esperienza che possa aprire molte strade e non ponga limiti particolari. Io sono ancora all’estero e non ho progetti nel breve termine di tornare in Italia: posso immaginare che reinserirsi in Italia non sia semplice”.

Comprendere le differenze e acquisire flessibilita’

Tommaso Cancellara
Tommaso Cancellara
Marketing Manager per la Cina
Technogym

Accanto alla tradizione migratoria che ha portato gli italiani a raggiungere luoghi con cui abbiamo una maggiore familiarità linguistica (Germania, Svizzera, Regno Unito), sono sorte alcune mete innovative come Cina, India, Giappone e Thailandia. Tommaso Cancellara, Marketing Manager per la Cina di Technogym, importante azienda italiana leader mondiale nella fornitura di attrezzature e soluzioni per il wellness, lavora attualmente in Cina, come ci spiega: “Ho chiesto al momento dell’assunzione di poter fare un’esperienza internazionale e dopo un anno e sette mesi mi è stata proposta la Cina, che io stesso avevo indicato tra le possibili destinazioni di interesse. Per inserirsi in un contesto estero serve molta flessibilità, una elevata conoscenza dei valori e delle procedure aziendali, una piena comprensione del mercato di riferimento e competenze ‘soft’ di comunicazione interpersonale e di comprensione della cultura e delle tradizioni. Inoltre credo sia indispensabile in un paese come la Cina ‘accettare’ alcune situazioni che escono dagli schemi di riferimento e cercare di ottenere dalle differenze dei risultati soddisfacenti per la crescita aziendale e personale. L’opportunità di una tale esperienza è senza dubbio quella di accrescere la propria flessibilità, la comprensione della propria azienda e del mercato competitivo di riferimento e quella di fare un’esperienza professionale e di vita che risulta essere unica, specialmente in un territorio profondamente diverso dall’Italia sia come cultura che come modo di vivere”.

Le filiali, realtà diversa dalle sedi centrali
La difficoltà maggiore sta nel capire e farsi capire: non è solo una questione di lingua che per quanto riguarda il cinese risulta essere difficile da imparare, ma è anche legata alla cultura: ciò che per un europeo può essere dato per scontato, per un cinese non lo è e viceversa. Questo porta talvolta a non capirsi su situazioni che potrebbero sembrare assodate. Il limite di una tale esperienza è dunque la barriera linguistica che, con volontà e tempo, può però essere superato. Un altro limite questa volta non superabile è la differenza oraria con l’Italia che lascia solo poche ore per potersi confrontare con i contatti in quartier generale. In Italia ho sempre lavorato nelle sedi centrali delle aziende, compresa la mia attuale azienda. Questo comporta dei vantaggi enormi rispetto a lavorare in una filiale come la possibilità di avere tutti gli strumenti aziendali pronti in poco tempo, le professionalità interne a disposizione quotidianamente e la possibilità di capire l’azienda e i suoi valori dall’interno e in poco tempo, cosa che non avviene in una filiale così distante. Viceversa la pressione che si respira in un quartier generale è talvolta eccessiva in quanto risultante di andamenti globali che sono per definizione altalenanti. In una filiale invece lo stress si tramuta in adrenalina, specialmente in un mercato in crescita e non ancora strutturato come la Cina”.

Internazionalizzazione del lavoro2Abbiamo visto che i nostri emigrati all’estero lamentano spesso l’immobilismo italiano per quel che riguarda il mondo del lavoro, che non offre molte possibilità di valorizzare il patrimonio formativo e professionale dei singoli e non rispetta le dinamiche meritocratiche in vigore altrove. L’Italia ha dimostrato troppo spesso l’incapacità di trattenere i talenti e ora non è ancora in grado di richiamarli, poiché non dà garanzie e non risulta appetibile rispetto a contesti dove il lavoratore è più tutelato, valorizzato e coinvolto in prima persona nelle strategie aziendali o in iniziative imprenditoriali. Per invertire questa rotta è opportuno attivare delle reti di condivisione che coinvolgano coloro che fanno rientro nel nostro Paese. Quando un espatriato fa ritorno nel suo paese d’origine, porta con sé un bagaglio culturale e relazionale che è bene condividere, per non farlo rimanere un arricchimento meramente personale: la circolazione di idee e la condivisione delle esperienze costituisce un patrimonio inestimabile anche per l’Italia e per il suo sistema economico. Le persone sono la chiave del successo nell’attuale scenario competitivo globale e far leva sulle loro esperienze può cambiare le sorti non solo di un’azienda ma di un intero paese. La nostra propensione alla migrazione può trasformarsi, come è successo in passato, in un vantaggio per tutti: basta saper cogliere le opportunità insite nell’avere connazionali all’estero ed espatriati che fanno ritorno in Italia. Anche in questo caso dobbiamo mettere in moto creatività, adattabilità e capacità relazionali, i nostri punti di forza.  

 

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