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Il gender gap in alcuni settori è ancora evidente

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Di inclusione delle diversità in azienda se ne è iniziato a parlare già 30 anni fa negli Stati Uniti. Negli ultimi tempi il tema è molto sentito anche in Italia, tant’è che, secondo gli esperti, è in aumento nel nostro Paese il numero di persone che ricopre il ruolo di Diversity Manager. Ma quali sono le peculiarità di questa figura professionale?

donne al verticeSecondo Valentina Dolciotti, autrice del libro Diversità e inclusione, intervenuta alla Discussione organizzata da ESTE sull’impatto delle diversità sulle organizzazioni, in genere, chi si occupa di diversità in azienda è una persona delle Risorse Umane cui viene delegata anche questa responsabilità. Non esiste quindi un riferimento e sono ancora le grandi aziende a essere leader sul tema.

Ma il motivo per cui anche le PMI, a piccoli passi, si stanno muovendo è che la percezione della diversity in Italia sta cambiando grazie all’aumento del numero di donne nei Consigli d’Amministrazione (secondo il Ministero per le Pari Opportunità, siamo al 29% nel 2017); la presenza di più immigrati nella popolazione aziendale (secondo l’Istat, nel 2017 ci sono stati 326mila stranieri residenti in Italia occupati in più rispetto al 2016); l’internazionalizzazione, ‘figlia’ della digitalizzazione e, infine, per effetto dell’invecchiamento della popolazione (secondo l’Istat, l’Italia è tra i Paesi più ‘vecchi’ al mondo).

gender gapSecondo l’ultimo rapporto sulla disparità di genere, Global Gender Gap Index 2017, elaborato dal World Economic Forum, l’Italia è in 82esima posizione su 144 totali. Le donne hanno più opportunità persino in Paesi poveri come il Belize e il Madagascar. A essere prese in considerazione sono state le disparità sul lavoro, sia in termini di partecipazione sia di salari, la rappresentanza politica e la salute.

Ricoprire il ruolo di Amministratore Delegato di un’azienda per una donna resta, quindi, ancora un problema. Fare carriera è indubbiamente più semplice se la proprietà è familiare. Lo dice con rammarico Alessandra Sangoi, a capo del Gruppo omonimo, che produce in Friuli Venezia Giulia e in Lombardia nastri e lamiere da coil, a cui si affiancano i laboratori di consulenza tecnica per la progettazione di componenti in acciaio e la divisione dedicata ai profili e agli accessori per il settore agricolo.

Alessandra Sangoi
Alessandra Sangoi, imprenditrice – Gruppo Sangoi

Un’azienda siderurgica, quindi, che per tradizione è un settore ‘al maschile’: “Mi rendo conto che se non fossi appartenuta alla famiglia che, 40 anni fa, ha fondato questo Gruppo, probabilmente avrei avuto più difficoltà ad arrivare all’apice, perché gli uomini sono molto competitivi e soprattutto se l’avversario è una donna tendono a ostacolarla”, afferma Sangoi.

Se nella sua azienda il cambio della guardia è stato vissuto serenamente, racconta di aver dovuto affrontare le diffidenze dei partner: “Il ‘potere’ del ruolo che ricopro supera le riserve, ma c’è un evidente problema culturale”. Ecco perché nella sua organizzazione, con 80 dipendenti, in prevalenza uomini, Sangoi porta avanti politiche in favore delle donne: “Per esempio in questo momento stiamo gestendo tre maternità. Certo, dobbiamo affrontare qualche difficoltà, ma sono felice di assecondare il desiderio di maternità, come di paternità, delle mie persone”.

Appianare le diversity passa anche dalla selezione del personale: “Durante il recruiting non guardo al genere, né a qualsiasi altro fattore che non siano le competenze”.

Il contributo di Alessandra Sangoi è tratto dall’articolo pubblicato sul numero di Dicembre 2017 di Sviluppo&Organizzazione.
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