Il capitale umano: il prezzo di tutto, il valore di niente

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“A man who knows the price of everything and the value of nothing”, un uomo che conosce il prezzo di tutto e il valore di niente. La celebre battuta del Ventaglio di Lady Windermere di Oscar Wilde spiega i tratti dell’uomo cinico ‘moderno’ e trova spazio nel film Il Capitale Umano di Paolo Virzì da cui desidero prendere spunto e di cui consiglio la visione.

In una cittadina brianzola si intrecciano le vicende della famiglia Bernaschi, facoltosa e potente, con quelle della famiglia Ossola, rappresentante della ‘middle class’ italiana: Virzì fotografa il nostro tempo con assenza di sarcastica ironia, questa volta.

Ecco i quattro protagonisti sui quali si snoda l’intreccio. L’immobiliarista Ossola progetta grossolanamente la sua ‘ascesa’ nell’alta società. La ricca, e infelice, signora Bernaschi sogna un’altra vita. Il signor Bernaschi è un ricco arrogante dedito a pratiche illecite per generare esponenzialmente profitti. La giovane figlia degli Ossola, imprigionata dalle ambizioni malate del padre, inscena una vita non sua. Molto altro nella pellicola di Virzì: un misterioso incidente in un gelido periodo natalizio complica la trama-mosaico. La sceneggiatura proposta in capitoli a se stanti racconta il medesimo avvicendamento dal singolare punto di vista dei quattro protagonisti, includendo man mano le piccole vicende dei non protagonisti. Buoni e cattivi si schierano, si incontrano e si scontrano. Lo scenario è certamente stereotipato: poveri bonaccioni e poveri arrivisti, ricchi brillanti, corrotti e infelici. In entrambe le ‘categorie’ vivono contemporaneamente emozioni, sentimenti e azioni contrastanti tra loro. Gentilezza e violenza. Generosità e avidità. Amore e odio. Giustizia e ingiustizia. Prigione e libertà. Sullo sfondo la vicenda di un teatro in rovina, destinato a diventare supermercato o condominio esplicita una fotografia nitida e corrosa di ossessioni, nevrosi e paradossi del nostro tempo. Apparenza e realtà si confondono: le stesse scene nei singoli capitoli assumono un senso profondamente diverso al variare del punto di vista. Effusioni amorose tra due giovani sono ora reali momenti tra innamorati, ora reali segni di rottura e fastidio tra gli stessi. Ossola appare un genuino immobiliarista che sceglie di investire dei soldi per aumentare il capitale familiare, mentre a sorpresa si rivela al pari del magnate Bernaschi. Se non peggio… Il film centra appieno l’immaginario collettivo portando in luce una società malata, profondamente.

Cosa c’entra con il mondo delle organizzazioni? Se –e ribadisco ‘se’− è vera la premessa −spesso sulla bocca dei non plus ultra tra imprenditori e manager− che ogni azienda è un micro-cosmo familiare ha ancora senso parlare di ‘capitale umano’? Quale capitale? Quanti soldi ‘a scontrino’ porta una persona? È questo il senso?

Cosa resta del singolo individuo, della sua dignità e irripetibile unicità, in un mondo in cui il profitto economico rappresenta l’unico indomato parametro di valutazione di persone e cose? La nostra società determina il prezzo di ogni cosa, persino vite umane, in modo anche maniacal-scientifico: il valore intimo di cose e persone esiste ancora? Deliberatamente desidero non ‘spoilerare’ la pellicola. Solo qualche battuta ‘rubata’. “Cosa abbiamo fatto ai nostri figli? Abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo e il mondo sta andando verso il baratro. Forse abbiamo sbagliato qualcosa, ma cosa?”

La battuta che scrive la parola ‘fine’ del film è: “le compagnie di assicurazione lo chiamano capitale umano”…

(Daniela Rimicci)

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