Il rapporto tra formazione ed etnografia

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Il diffondersi dell’approccio etnografico oltre i confini dell’antropologia tocca, con crescente interesse, una varietà di campi di studio ed è ormai parte integrante del bagaglio metodologico tanto degli antropologi quanto dei sociologi, degli analisti di organizzazione e dei formatori.

Un simile orientamento è favorito da due tendenze tra loro intrecciate. La prima è costituita dalla rivalutazione degli approcci qualitativi nella ricerca sociale che trova un punto di riferimento cruciale nel processo di cambiamento che, con la ‘svolta narrativa’, ha investito, a partire dagli Anni 80, le epistemologie contemporanee. La svolta narrativa, riconducibile ai contributi di Jean François Lyotard e di Jerome Bruner, mette in dubbio il primato della scienza sulla narrazione rivalutando il sapere narrativo (che secondo Lyotard è a fondamento dello stesso sapere scientifico in quanto quest’ultimo, per essere espresso, deve necessariamente far ricorso al racconto).

La seconda tendenza è rappresentata dalla cosiddetta “svolta pratica” che suggerisce una nuova prospettiva di riflessione che assume come focus dell’analisi il modo in cui pratiche specifiche si esprimono in contesti determinati, rivendicando così il primato dell’agire localizzato (situato) che può essere compreso solo attraverso osservazioni e descrizioni puntuali.

Perché l’etnografia può essere utile alla formazione

L’approccio qualitativo, che trova legittimazione negli orientamenti della cultura contemporanea ai quali ho qui accennato, esibisce una potenza evocativa e una capacità di comprensione del tutto particolari in virtù della sua sintonia con i mondi che intende esplorare (utilizzando a tale scopo metodi context sensitive che mettono al centro il punto di vista degli attori sociali) e, soprattutto, in virtù della rilevanza attribuita alla scrittura.

Tra gli approcci euristici centrati sulla comprensione dei contesti locali e dei soggetti che ne sono i protagonisti, assumendo prioritariamente il loro punto di vista, l’etnografia – in quanto metodo di ricerca e al tempo stesso scrittura dei risultati delle indagini – ha un rilievo assolutamente privilegiato.

Facendo riferimento alla definizione programmaticamente “minima” (nelle intenzioni di chi l’ha enunciata) contenuta nell’Editoriale del primo numero della rivista Etnografia e ricerca qualitativa (1, 2008), l’etnografia “è uno stile di ricerca qualitativa fondato su un’osservazione diretta e prolungata, che ha come scopo la descrizione e la spiegazione del significato delle pratiche degli attori sociali”. Questa formulazione consente, nella sua semplicità, di cogliere i tratti essenziali e di maggior rilievo del lavoro etnografico.

Innanzitutto considera i propri ‘oggetti’ d’interesse (cioè determinati fenomeni legati all’interazione sociale nella vita quotidiana) come caratterizzati da unicità non replicabile dell’esperienza e che possono essere colti, compresi e descritti solo nella loro espressione concreta osservata nel suo manifestarsi e svolgersi, o ricostruita attraverso la testimonianza o il ricordo di chi ne è o ne è stato protagonista.

In secondo luogo, il ricercatore è chiamato a immergersi nella realtà alla quale è interessato e a convivere – talvolta a lungo – con i processi e le dinamiche rilevanti di quella realtà allo scopo di comprenderne il significato.

In terzo luogo, l’osservazione – che è il tratto caratterizzante della ricerca etnografica – consente l’acquisizione sul campo dei dati necessari per delineare e interpretare i fenomeni oggetto d’interesse.

Infine la descrizione è cruciale poiché rende possibile il racconto della realtà osservata dando voce agli attori sociali che ne sono i protagonisti, e fa emergere un punto di vista e un’interpretazione su quella realtà.

Data questa schematica premessa, provo a tematizzare il rapporto tra etnografia e pratiche di formazione: trattandosi di un approccio aperto, flessibile e soprattutto attento ai punti di vista degli attori e ai significati emergenti dalle loro azioni, l’etnografia consente di accostarsi ai processi e alle dinamiche della formazione, dando la parola ai soggetti che ne sono i protagonisti.

 

L’articolo completo è stato pubblicato sul numero di maggio-giugno di Persone&Conoscenze.
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