Persone felici nell’organizzazione. Come sviluppare ogni potenziale

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di Simonetta Lavorati


Tutti cerchiamo un lavoro: quando lo troviamo, ci sentiamo un po’ come dopo aver vinto un terno al lotto. Poi, però, le cose cambiano. Sembra quasi la storia di certi matrimoni: dopo alcune settimane, mesi o anni, quella felicità iniziale sbiadisce e talvolta, per alcuni di noi, la relazione idilliaca si trasforma in una sorta di routine noiosa. Solo per pochissimi eletti resta una gioia nutrita e coltivata di giorno in giorno, a suon di idee, passione, progetti portati a termine con successo, ostacoli superati in team e tanto altro. Trasformare il posto di lavoro nel luogo in cui le risorse possono esprimere il loro talento è la sfida delle organizzazioni.

Se l’essere umano singolarmente preso non è felice, l’azienda, anch’essa organismo pulsante e vitale in quanto composta a sua volta da persone, ne risente. La leva per risolvere il problema non può essere che la solita: quella economica. Come è giusto che sia.
Ma non è forse riduttivo continuare a ribadire che un dipendente felice si ammala di meno o è meno assenteista; è affidabile e collaborativo e non ci lascia per andare a lavorare dalla concorrenza, obbligandoci a puntare su un nuovo investimento?
Dal nostro punto di vista sì. Stiamo affrontando la questione dalla prospettiva del ‘riccio’ focalizzandoci sulla scampata perdita piuttosto che sull’enorme potenziale sperperato (il mancato guadagno o la ‘volpe’). Se una perdita è facilmente quantificabile perché è ripetibile e prevedibile nella sua eventualità, il mancato guadagno derivante dal non uso del pieno potenziale degli individui è praticamente un concetto infinito, inesplorato per definizione e assolutamente privo di limiti.
Ma cosa significa ‘sviluppare il potenziale’? In primis significa lo sviluppo dell’essere umano. Se la parola più usata di questi tempi è “competenza”, si potrebbe parlare di una “competenza a essere”, come unica modalità in cui poter essere creativi, liberi da schemi ripetitivi e reattivi che ci tengono imprigionati in una sorta di gabbia invisibile. Un concetto molto fumoso e quasi abusato in certi ambiti in cui ‘essere’ viene contrapposto al vituperato ‘fare’. Ma ‘essere’ è la madre di tutte quelle competenze che consentono agli individui di affrontare le sfide come tali, in un ‘andare verso’ una conquista piuttosto che un ‘difendersi da qualcosa’ percepito perennemente come un ostacolo o un problema da cui fuggire. L’atteggiamento di un individuo nei confronti del- la vita ha poco a che vedere con le sue abilità tecniche poiché lo sviluppo del potenziale è in ultima analisi un lavoro di consapevolezza e di integrazione del sé.

La conquista di un equilibrio mentale
Essere mentalmente equilibrati significa ampliare la nostra visione della realtà, superando la rigidità e i limiti legati al giudizio implacabile su noi stessi e sul prossimo, all’interpretazione semplicistica degli eventi e alla classificazione intesa come anticamera del pregiudizio: a quell’atteggiamento di chiusura che non ci consente di relazionarci costruttivamente con la diversità.
L’altro ci fa da specchio e quello che non tolleriamo in lui è spesso qualcosa che non accettiamo in noi stessi. Non parliamo di praticare la ‘tolleranza’, intesa come sopportazione di chi appare più limitato ai nostri occhi, ma come comprensione profonda di uno stato o stadio ‘evolutivo’ diverso per ogni essere umano, ma pur sempre impegnato come noi in uno stesso cammino di consapevolezza chiamato vita.
Finché avremo bisogno di attaccare o di difenderci dal prossimo, senza mai stare in una relazione in cui “io sono ok e tu sei ok”, per dirla alla Eric Berne (ideatore dell’analisi transazionale degli stati dell’Io), non potrà esserci felicità o quanto meno serenità. Quindi non si potrà mai tendere verso nuove conquiste, idee, progetti, soluzioni da affrontare in team in un’atmosfera di gioco: là dove il ‘fare’ non viene dalla razionalità, ma dalla stimolazione reciproca di neuroni in connessione a formare un ‘uno’ in cui il gruppo è molto di più dei singoli individui che lo compongono (Gestalt). Come un grosso calderone di esperienze e intuizioni che si stimolano vicendevolmente a ruota libera fino ad arrivare all’effetto domino o, se volete, alla potenza di una fissione nucleare.

Il ruolo del Direttore del Personale
Per questo le Risorse Umane impongono una cautela superiore e una saggezza estrema da parte di chi ne ha la responsabilità. E ciò in ogni fase del processo: dalla selezione e recruiting fino a tutti gli altri aspetti di gestione, motivazione e sviluppo.
Chi gestisce persone non è più, o almeno non solo, colui che si occupa di relazioni sindacali, ma è una persona di formazione preferibilmente umanista (come avviene maggiormente in Europa) che ha un coinvolgimento a pieno titolo nella pianificazione strategica dell’azienda. Inoltre ha una visione a 360 gradi che gli consenta un’azione mirata sulle Risorse Umane intese come la ‘pancia’ dell’organizzazione, in contrapposizione all’azione sui talenti: punte di diamante su cui focalizzare l’attenzione in maniera esclusiva e talvolta controproducente per l’impresa.
Si parla giustamente di una di una ‘competenza organizzativa diffusa’ che deve pervadere non solo i responsabili delle Risorse Umane, ma deve necessariamente essere dispiegata a cascata su tutti i componenti dell’organizzazione. Perché niente è più prevedibile –o affrontabile– con il nozionismo e i tecnicismi trasferiti dall’alto. Tutto cambia e l’unica chance che le organizzazioni hanno è quella di agire a monte, sviluppando le potenzialità insite in ogni essere umano di affrontare in modo efficace e originale nuove sfide.
Allora ben venga tutto ciò che può essere considerato ‘sviluppo del potenziale’: dalla formazione classica sulla comunicazione ai giochi di ruolo, dalle attività di team building al counselling e il coaching… Ma anche attività più di rottura rispetto alla tradizione aziendale: Yoga, Tai Chi Chuan, teatro, trattamenti shiatsu, arte terapia, tango, tecniche di rilassamento e quant’altro, ancora considerate un tabù per le aziende italiane. Qualunque attività che metta in comunicazione ‘simbolica’ un individuo con se stesso o con un suo collega non è altro che una rivelazione su di sé che apre nuove prospettive di atteggiamenti, contrapposte alla reattività degli automatismi di giudizio, rifiuto, rabbia o qualsiasi altra emozione che imprigioni la nostra naturale tendenza a ‘creare’, nel senso di ‘andare verso’. La cosa veramente importante è che sia una formazione ‘esperienziale’, in cui ognuno si possa mettere in gioco, e non un indottrinamento accademico calato dall’alto. Perché, come diceva Confucio, se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco.

 

Il valore della meditazione
È poi risaputo che sono sempre di più le organizzazioni al top che hanno introdotto la meditazione in azienda, sulla scia dell’exploit di Apple il cui fondatore era un buddista zen: Nike, Procter&Gamble, Aol, Time Warner, Google, Deutsche Bank e tante altre. I benefici? Li conosciamo ormai tutti: migliore gestione dello stress, delle relazioni personali, maggiore chiarezza mentale, capacità mnemoniche e di concentrazione, ampliamento delle capacità di problem solving e sviluppo del pensiero laterale, creatività e propositività, benessere psico-fisico in senso lato con una percezione positiva del mondo e delle sfide-opportunità sul nostro cammino…
Insomma, l’elenco potrebbe andare avanti a oltranza. Ma ciò che è importante far sapere alle aziende è il tornaconto economico di questo tempo investito nel ‘non fare’ che equivale a ‘essere’.
I risultati sono immediatamente visibili a tutti senza complicate analisi economiche. Basta vedere le quote di mercato delle aziende sopracitate.
Ma andando più nel cuore di questo effetto macroscopico, si intuisce che l’allineamento degli obiettivi economici dell’azienda con quelli di motivazione del dipendente è praticamente automatico. Sono in realtà due facce della stessa medaglia che iniziano a viaggiare all’unisono smussando tutti gli attriti, discrasie e rallentamenti a una crescita etica e ‘biosostenibile’ a cui tutte le aziende e i gruppi organizzati dovrebbero tendere. Effetti prorompenti in termini di gradevolezza degli ambienti di lavoro, creatività e tasso di innovazione e, in ultima analisi, di prosperità dell’azienda con effetti a cascata sui suoi componenti, sul territorio di riferimento e sulla società in genere. E prosperità è solo l’effetto collaterale della felicità.
Senza neanche rendersene conto, l’azienda ha così dato un contributo importante alla costruzione di un mondo migliore, ricavandone in cambio un tornaconto economico di gran lunga superiore all’investimento richiesto. Pensiamo a quante ore un dipendente può stare in un ufficio senza produrre niente, in preda alla demotivazione e alla confusione. Capita spesso. Per dirla in termini matematici, investendo mezz’ora del tempo lavorativo di un dipendente per dedicarsi alla ‘riconnessione’ con il suo ‘essere’ attraverso una meditazione, l’organizzazione nel suo complesso ne ricava in breve tempo un Roi (Return on investment), in termini percentuali, tendente all’infinito. Vale la pena provare? 

 

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