Emozioni Con giudizio (morale)

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di Piero Trupia

Non sono i filosofi a formare le masse e a determinarne orientamenti sensati nel comportamento individuale e collettivo. È un bene, considerato il clima di rissa e di gelosia che regna nel campo. Non sono gli scienziati, a causa della difficoltà del loro linguaggio. Non sono i pastori di anime, sempre in ritardo rispetto al progresso civile. Sono i media e il loro autore collettivo anonimo. In alcuni casi sono araldi di civiltà, rendendo visibile il male. In Italia il neorealismo cinematografico, la Commedia all’Italiana di costume e non dei telefoni bianchi, i film di denuncia come Divorzio all’italiana, Le mani sulla città, I cento passi. Anche la tv, quando non si limita a distrarre, addita storture sociali e politiche.
I media, però –solitamente per fare audience– sono sulla scia di ogni pseudocultura compiacente l’opinione pubblica, e gli uomini di scienza desiderosi di visibilità si prestano ad accreditare ogni storytelling. Mi riferiscono a Inside out che ha incontrato grande successo di pubblico e di critica, pur trattando un tema scientifico tra i più ardui, la psiche umana. Nessuno ha mosso obiezioni sul messaggio del film: quando sono in gioco opinioni di massa, il supporto dell’intellighenzia non manca.
Il messaggio ‘scientifico’ del cartone animato è che la nostra vita è dominata e guidata dalle emozioni primarie: gioia, tristezza, paura, rabbia e disgusto. Paul Ekman, che le ha individuate nel 1971, aveva aggiunto anche sorpresa, classificata in seguito secondaria: gioia più paura.
In Inside out una 11enne, in crisi esistenziale per il trasferimento della famiglia dalla cittadina in cui è vissuta in una grande città, protesta scappando di casa. È il disgusto che l’ha spinta e sono le altre emozioni che si mobilitano per il salvataggio.
Va da sé che, per esigenza di drammaturgia narrativa, c’è conflitto tra di esse, sia per la valutazione del fatto sia per l’intervento. Seguono quindi, sempre per esigenza di copione, una serie di peripezie di tipo mentale e di tipo fattuale per la ragazzina.
Le emozioni vivono all’interno di una sfera di cristallo che dovrebbe essere il cervello della protagonista e operano azionando leve e pulsanti. Ekman accredita in questo modo il carattere meccanicistico della psiche umana.
Il contrasto è aspro tra Gioia e Rabbia, ma alla fine, per ovvia esigenza di lieto fine, vince la prima e l’adolescente decide, pardon!, viene determinata a ritornare a casa dai genitori angosciati e regolarmente tonti, per non aver approfondito il tema della vita emozionale della figlia, applicandosi invece al suo disgusto per le verdure.
Il film destituisce anche il cervello, essendo inaccettabile, all’insegna dell’ideologia sentimentalista vigente, anche quel poco di razionalità computazionale che esso esprime. La soggettualità umana è ignorata in quanto entità metafisica, vale a dire immaginaria e inoltre, come riportato dal Principe di Salina nel Gattopardo, “in odore di sacrestia”. Nessuno tra i commentatori del film che ricordi, se non altro per pura documentazione, la versione opposta, quella veneranda de Il Fedro di Platone che raffigura la vita umana come una biga trainata da un cavallo nero impetuoso e indisciplinato- indisciplinabile che vuole soltanto galoppare incurante della meta e del pericolo, e uno bianco, ragionevole e obbediente ai comandi dell’auriga, figura del soggetto.
In un’intervista a commento del film, Ekman, a parte un lamento per non essere ascoltato in toto, condanna il dominio della Ragione nella tradizione occidentale. Sono le emozioni che ci consentono di conoscere il mondo, rapportarci nella vita sociale e pronunciare giudizi, compresi quelli morali. La rabbia che spinge a muovere contro l’ingiustizia. Isis docet.
Una precisazione. La sorpresa non è un’emozione, bensì un atto cognitivo. Fu indicata dai Greci come stupore di fronte al mondo, alla sua domanda di comprensione e alla nostra pulsione di cercare una risposta, attivando la ragione per decidere il vero e il falso, il bello e il brutto, il giusto e l’ingiusto. Altrimenti c’è il bovarismo: sopravvalutazione del sé insieme a un capriccioso rincorrere i propri sogni. Non uno stato emozionale, ma un’avventata scelta del soggetto ad andare là dove porta il cuore.

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