Conservare le tracce – Per una filosofia dei Big Data

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di Francesco Varanini

Abbiamo sotto gli occhi una Information & Communication Technology che non impone più vincoli alle persone al lavoro, ma che registra, in vista di utilizzi futuri, le tracce del lavoro svolto. Qualsiasi dato, qualsiasi informazione, qualsiasi conoscenza viene di fatto conservata, e potrà essere utile domani, in modi e in contesti che oggi è inutile tentare di prefigurare.

Luoghi segreti
Big DataCi è comodo guardare alle informazioni. Vogliamo pensarle ben assemblate. Curate da operosi e diligenti specialisti, quasi sacerdoti. Per miopia o timore guardiamo (vogliamo vedere) solo agli strati superiori. Ordinati e ben visibili. Libri schierati su scaffali. Informazioni chiuse in procedure e solo in questa forma deployed, distribuite a passivi utenti. La consolatoria metafora del libro e della biblioteca ci illudono, mostrandoci l’immagine di una informazione immodificabile. Se guardo alle informazioni in base alle quali è governata un’impresa, vedo dati accuratamente collocati in tabelle: come si dice, informazioni strutturate. Vedo informazioni chiuse in procedure, pensate in funzione di uno scopo preciso e programmato (‘scritto prima’). Ma le cose non stanno così. La conoscenza che emana dai processi è un continuo divenire. La ricchezza è il dato grezzo, conservato nella grana più fina possibile. Più l’unità (potremmo dire l’atomo?) è piccolo, più sarà possibile costruire e ricostruire conoscenza. Infinite connessioni tra i dati sono possibili. Infinite procedure possono essere implementate a partire da quei dati. Se vogliamo restare legati alla vecchia e consolante metafora-forma, infiniti libri possono essere tratti da cui potranno emergere forme diverse da una massa informe. Il libro stampato è solo uno dei libri possibili. Se brucia una biblioteca, scompare un mondo di informazione organizzata, un mondo di informazioni che non avrebbero potuto essere organizzate altrimenti. Se brucia una server farm, brucia la fonte di infiniti ‘libri’ possibili. Lì, in questa massa grezza di dati, non importa come organizzati, sta il valore. E perciò, al contempo, è strategicamente e eticamente rilevante sapere come, dove, a cura di chi sono conservati i dati. Per la persona, è rilevante sapere se i dati attraverso i quali lei può momento dopo momento manifestare se stessa sono conservati su una memoria fisica affidata alla sua personale cura, se i dati risiedono su un personal computer domestico, o una macchina connessa alla rete locale dell’impresa per la quale lavora, oppure sono ospitati nei server di qualche remoto fornitore di servizi. Ad esempio Google. Per l’impresa, sia o non sia orientata al profitto, è rilevante sapere se il Data Center che ospita i dati appartiene all’organizzazione o è un servizio fornito da terzi.

 

Le Guin, Always Coming Home

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Ursula Le Guin

La narrazione dei romanzieri di ‘fantascienza’, si può sostenere, è la più vera, ‘meritevole di essere creduta’. A ben guardare, la narrativa mainstream è in realtà la narrativa più censurata, subordinata a canoni, codici e controlli. Rispetto ad un narratore che ambisce al successo ‘di critica e di pubblico’, e che quando raggiunge il successo ne diviene schiavo, il narratore apparentemente chiuso nell’alveo marginale della Science Fiction è invece sovranamente libero. Libero di dire, e di guardare il mondo. Ora, due narratori di Science Fiction raccontano in modo per me esemplare, molto meglio di come saprei fare io, quello che sto tentando di dire. Invitando a leggere senza mediazioni i due romanzi, cerco di lasciarne qui traccia. E mi sforzo di ascoltare quello che hanno da dirmi a proposito della costruzione dell’informazione. Ursula Le Guin, in Always Coming Home1, ci propone un mondo –nella finzione letteraria, un mondo post catastrofe nucleare– fondato su un sottile equilibrio. Due sottomondi, tra di loro geneticamente e strutturalmente correlati, contribuiscono ad un complessivo equilibrio ecologico, ma restano allo stesso tempo del tutto indipendenti ed autonomi l’uno all’altro. La Città dell’Uomo: il mondo caldo e quotidiano delle relazioni interpersonali, fondato sull’oralità e sulla tradizione. La Città della Mente: la Rete di computer interconnessi. Gli uomini possono permettersi di dimenticare, perché possono accedere, in ogni istante, ai terminali della Città della Mente, e possono da lì attingere le informazioni immediatamente necessarie. In cambio la Città della Mente chiede agli uomini un flusso continuo di nuovi dati. Ciò che per l’uomo è informazione irrilevante, o scarto, è ricco di valore per la Città della Mente. Che di questa massa di dati si alimenta. Due mondi totalmente separati l’uno dall’altro, ma viventi in simbiosi. Due ‘sistemi viventi’ che condividono il continuum spazio-temporale, ma che restano diversi ed autonomi. In questo immaginario quadro di un mondo rinato dopo la catastrofe, da un lato la Città dell’Uomo, “rete assai rilassata, leggera e cedevole” delle culture umane, “con la loro piccola scala”, “con il loro grande numero e le loro interminabili differenziazioni”. Dall’altra la Città della Mente, sistema tecnologico integrato, ‘esperto’, rete neurale dotata di capacità di autoapprendimento. Per questa via Le Guin ci toglie ogni illusione rispetto alla macchina amichevole, espansione delle potenzialità del soggetto, totalmente controllabile dal soggetto. Ma allo stesso tempo pone alla nostra attenzione l’indispensabile ruolo coperto, in un complessivo ambiente ecologico, dai sistemi informativi. Quando la conservazione delle informazioni non è più un obbligo e una schiavitù, si riscoprono i vantaggi: le informazioni sono fonte di conoscenza, contribuiscono a migliorare la qualità della vita e del lavoro. – (Chiede Pandora, l’antropologa, ndr) Dunque le biblioteche diventerebbero enormi, se non gettaste via gran parte dei libri e di tutto il resto. Ma come decidete che cosa va conservato e cosa va distrutto? – (Risponde l’archivista, ndr). È difficile. È una cosa arbitraria, ingiusta ed eccitante. Noi ripuliamo le biblioteche (…) ogni tanti anni. Qui nel Madrone di Wakwaha la Loggia ha ogni anno una cerimonia di distruzione, tra l’Erba e il Sole. È segreta. Soltanto i membri. Una sorta di orgia. Un accesso di desiderio di pulizia; l’istinto di accumulare, la spinta a collezionare, viene rovesciata su se stessa, è invertita. Liberarsi. – Distruggete i libri preziosi? – Certo; non vogliamo finire seppelliti sotto quelli. – Ma i documenti importanti e le opere letterarie di pregio potreste conservarle in qualche archivio elettronico, alla Exchange, dove non occuperebbero spazio. – La Città della Mente lo fa già. Vuole una copia di ogni cosa. E noi gliene diamo una certa quantità. E poi lo ‘spazio’ di cui parli è solo una questione di volume più o meno grande: c’è dell’altro. – Ma gli intangibili… le informazioni… – Tangibile o intangibile, o ti tieni una cosa o la dai via. Noi riteniamo più sicuro darla via. – Ma i sistemi di archiviazione e di recupero dei dati servono proprio a questo! Il materiale è conservato perché sia a disposizione di chi ne ha desiderio o ne ha bisogno. L’informazione viene fatta circolare… l’azione centrale della cultura umana. – “A tenere, cresce; a donare scorre”. Donare richiede una notevole dose di discriminazione; come attività, forse richiede un’intelligenza più disciplinata che non conservare. (pp. 318–319) Uno scambio di battute che ci parla, in apparenza, di quel tema che ci siamo abituati a chiamare Knowledge Management. Ma a meglio guardare, siamo messi di fronte a temi originari, di cui il Knowledge Management non è che una misera conseguenza. Generazioni di antropologi si sono interrogati sul senso del Potlach: i membri di interi gruppi sociali, in occasioni rituali, distruggono, donandola, la ricchezza precedentemente accumulata. Il fenomeno fu osservato presso gli indios Kwakiutl, sulla costa nord-occidentale americana, nei pressi di Vancouver, a cavallo tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 da Franz Boas. Il resoconto del Potlach lasciatoci da Boas, probabilmente la descrizione etnografica più influente che sia mai stata pubblicata, è stato oggetto di diversissime interpretazioni. Qui Le Guin ci propone una lettura interessante: possiamo, appunto, liberarci delle informazioni, liberare la nostra mente, lasciare correre il pensiero in sempre nuovi percorsi creativi. Possiamo farlo perché le macchine ci hanno liberato dalla necessità di conservare. Le macchine, i computer, ‘godono’ stoccando e tesaurizzando. L’uomo, liberato, ‘gode’ lasciando fluire il pensiero. Proprio perché disponiamo di una ‘scrittura’, una scrittura automatica, enormemente più evoluta della scrittura su carta, possiamo tornare a quella libertà creativa che Platone auspica nel Fedro. La ‘scrittura’ conservata dalla Città della Mente va bene oltre il permettere nuovo accesso a informazioni accumulate nel passato. Non si tratta solo di sostituire la memoria personale, ridando a chi ne fa richiesta conoscenze già possedute. Quelle tracce accumulate nel tempo, tracce di persone, tempi e luoghi diversi –tracce che oggi ci stiamo abituando a chiamare Big Data– sono la materia prima con la quale ognuno può hic et nunc creare nuova conoscenza. La conservazione ‘automatica’ di ogni traccia ci permette di andare oltre la conservazione, oltre la conoscenza già data. Conservare apparentemente senza scopo significa andare oltre: non trattenere, non limitarsi all’‘aver già dato’; e invece agire con l’atteggiamento di chi dona. Solo donando senza aspettarsi nulla si potrà avere in cambio qualcosa di inatteso, ricco, veramente nuovo.

 

Philip K. Dick, A Scanner Darkly

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Philip Kindred Dick (1928-1982)

Un amico di recente mi diceva che di Dick ha letto tutto, anni fa, e che conserva il ricordo di un autore superato, non più attuale. Cito questo giudizio perché raramente mi sono trovato così in disaccordo. La vasta produzione di Dick mi riserva sempre sorprese, e se anche avessimo letto tutto, Dick è un autore da ri-leggere. La sua scrittura veloce, delirante, cela misteri, e ci svela ogni volta qualcosa di nuovo. Dick se ne frega dell’attualità, ma è meta-attuale, ci aiuta a guardare con uno sguardo sghembo, irriducibilmente diverso. Già per questo Dick ha a che fare con il discorso che porto avanti qui: la scrittura è un magma sempre suscettibile di nuove interpretazioni. Un autore così, poco arrogante e generoso, merita un lettore disposto allo scavo e alla sorpresa. L’immagine di chi chiede informazioni alla persona pre morta. In ogni caso, Dick ci offre sintesi illuminanti: penso a quando in Ubik si richiama alla vita per qualche istante la persona conservata in stato di premorte, pur sapendo di consumare così parte della residua, ormai limitatissima carica vitale. La si richiama in vita per porgli una domanda, ‘come si fa?’, perché solo quella persona dispone di informazioni necessarie per la vita quotidiana dell’impresa, per il funzionamento organizzativo. Non conosco una immagine più adatta a darci il senso di ciò che chiamiamo Knowledge Management. Molte delle informazioni che servono non le troviamo scritte in nessuna procedura, in nessun manuale, in nessun ordine di servizio, in nessuna disposizione organizzativa, in nessun programma applicativo. Il ‘saper fare’ è patrimonio della persona al lavoro. Ma c’è un testo di Dick ancora più pertinente al discorso che sto svolgendo. In A Scanner Darkly2 ci parla dell’impossibilità e della vanità della privacy. Entità che ci appaiono sinistre –la NSA statunitense, la rete Echelon– incarnano oggi la minaccia: siamo costantemente, inevitabilmente spiati. Siamo tutti scrutati, controllati, osservati da occhi elettronici. Ogni informazione che ci riguarda è probabilmente conservata in qualche remota e segreta server farm. L’incubo immaginato da Dick negli anni ’70 del secolo scorso è la nostra realtà quotidiana. Qualcuno si preoccupa di connettere queste informazioni per costruire un discorso che ci riguarda. Per dire, e anche per dire a noi stessi, chi siamo. Difendersi è impossibile. Piuttosto che cercare una inattingibile privacy è saggio utilizzare strumenti, che sono alla nostra portata, per conservare noi le tracce della nostra vita e raccontare la nostra storia e scrivere la nostra autobiografia. Ricordo ancora che quello che vale per le persone vale anche per le imprese, per le organizzazioni in genere. E lascio la parola a Dick: questa sua frase contiene un mistero, e allo stesso tempo –come accade con ogni mistero–, qualche traccia di un suo possibile disvelamento. Il discorso che qui sto svolgendo parte da questa frase, che mi appare come nucleo generatore. Annotare, e se possibile, permanentemente registrare, affinché tutte queste vite possano essere ricordate. Per l’avvento di quei giorni migliori, quando, più in là, vi sarà chi sia in grado di capire.

 

Decostruzione
Big Data 4Al di là del motivo immediato per il quale l’informazione è stata pensata, elaborata, gestita; al di là del buon fine della transazione che la riguarda, ovvero della sua ‘certezza’, l’informazione potrà risultare utile in futuro, quando meno ce lo aspetteremo, là dove meno ce lo aspetteremo. Perciò –visto anche il costo tendenzialmente decrescente della memoria di massa– possiamo e dobbiamo conservare tutto. Indiscriminatamente, e senza porci problema di ridondanza. La ridondanza non pone problemi: o la macchina riconosce le informazioni replicate come identiche, e le tratta come tali. O coglie lievi differenze, e queste differenze costituiscono di per sé informazione utile. L’alibi della ridondanza –che giustifica il controllo, l’inaridimento, l’attaccamento alla struttura– mostra tutta la sua debolezza se si pensa che l’informazione, intesa come insieme di dati costruito in risposta a un bisogno di conoscenza di un preciso istante, di oggi o di ieri, è in sé irrilevante. Attraverso le informazioni strutturate potremo rispondere pienamente solo alle domande che ci siamo posti ieri, e in base alle quali abbiamo creato la struttura, definito il modello, connesso tra di loro i dati. Il bisogno futuro sarà prevedibilmente diverso. Dunque non ci interessa in realtà l’informazione, ma i dati che sono serviti a costruirla. Qualunque cosa si conservi, stiamo conservando dati, la struttura attuale è sempre irrilevante. La ricchezza del patrimonio conoscitivo –non solo lascito per i posteri, diciamo per archeologi o storici di un lontano domani, ma base per costruire informazioni utilizzabili in un immediato futuro, per business, per gioco, o per un qualsiasi motivo– non sta dunque nelle informazioni in sé, non sta nelle strutture, non sta nella totalità, nell’ordine o nel controllo. Sta nei meri dati. Nei dati quali che siano: non si sa a priori quali dati serviranno: ogni e qualsiasi dato potrà risultare, connesso con altri dati di altre fonti, significativo. I dati, però, chiusi in strutture, in modelli, forme, rischiano di risultarci invisibili e inutilizzabili. Avendo a disposizione dati strutturati in funzione della risposta a una domanda formulata nel passato, e volendo rendere invece i dati passibili di utilizzi futuri, oggi imprevedibili, dovremo quindi svolgere un lavoro di ‘decostruzione’: o privare da subito i dati dei legami con la struttura d’origine, immediatamente a valle del loro utilizzo all’interno della attuale procedura, o rinviare il lavoro di ‘decostruzione’ al momento futuro in cui l’informazione si rivelerà utile. In ogni caso si tratta di accoppiare al dato metadati relativi alla sua origine, alla sua storia. In modo da renderlo utilizzabile a prescindere dalla struttura. Se, in origine, il dato ‘parlava’ perché era inserito in una struttura, in futuro dovrà parlare da solo. La ‘decostruzione’, dunque, consiste nel trasferire la conoscenza relativa alla genesi e alla storia del dato dalla struttura complessiva a un tag che accompagna il singolo dato. Non si tratta di cercare una completezza descrittiva. Altrimenti ricadiamo vittime del preconcetto che vuole l’informazione utile solo se ordinata e completamente descritta. Non credo si debba pensare perciò a organizzare i metadati in una struttura, in una ordinata gerarchia. Si tratta, semplicemente, di conservare le informazioni disponibili sull’origine e sulla storia del singolo dato. In modo da rendere più efficace la sua interpretazione. Questo è, in fondo, il senso dei tag Xml. E questa è, in fondo, la pratica che facciamo quotidianamente usando il motore di ricerca. La struttura sarà ogni volta diversa, una narrazione-lettura del mondo differente (è il nuovo modo di leggere), l’informazione grezza è data ma non parla, parla solo se si connette.

 

Il libro come misero output vs. la conoscenza emergente
Big Data 5Ecco dunque il paradosso sul quale rifletto e vi propongo di riflettere. I libri contengono una porzione infinitesimale della conoscenza che l’uomo ha prodotto, nel corso di milioni di anni, e che sta producendo in quest’istante, e che produrrà nei giorni e nei secoli avvenire. I libri, oltretutto, per la loro organizzazione interna, permettono un accesso limitato alla conoscenza che contengono. Fino a pochi anni fa il libro costituiva un mezzo sostanzialmente privo di concorrenti. Le base dati strutturate, in fondo, ripropongono, in modo più articolato e sofisticato, l’organizzazione della conoscenza che già il libro ci proponeva. Ma oggi l’informatica ci offre una valida alternativa: la possibilità di accedere, anziché all’informazione già costruita in libro, alla cucina di ogni possibile libro. Il web ci mostra come sia alla portata di ognuno la complessa, imperfetta e instabile, eppure enormemente ricca, galassia senza forma di conoscenze che l’uomo produce ed è in grado di produrre. Se il libro appare ordinato e rassicurante, l’infinito pluriverso delle menti umane che istanze dopo istanze producono e riproducono sapere, è –all’opposto– caotico. Ma il caos è un vantaggio: possiamo partecipare alla creazione del mondo. Non a caso l’informatica mette a nostra disposizione strumenti –l’esempio più evidente oggi lo conosciamo sotto il nome di ‘motore di ricerca’– che ci permettono di muoverci con significativi gradi di autonomia e di libertà in questa galassia-di-conoscenza- non-ancora-costretta-in-forma. Libertà che invece il libro ci negava. Eppure, anche avendo a portata di mano questa enorme opportunità, ci rintaniamo nel dar valore al libro, nel guardare solo ciò che il libro mostra, nel concedere al libro un primato che non merita. Il libro ha onestamente svolto la sua funzione, continuerà a svolgerla; nessuno vuole buttarlo via. Ma il libro è un alibi. L’autorevole gabbia del libro ci tranquillizza, giustificando il nostro chiuderci nel ruolo di passivi lettori di ciò che è già stato scritto. L’amore per il libro nasconde il timore che nasce dal trovarsi di fronte all’infinito, all’inconcluso. Nasconde il timore di doverci assumere la responsabilità del nostro pensiero e delle nostre parole. Nasconde il timore della novità, dell’incertezza. Il libro ripete, non narra. La narrazione, conoscenza emergente qui ed ora, è appunto la perenne bufera di distruzione creativa, la continua produzione e riproduzione di conoscenza; processo del quale il libro non fotografa che un istante, uno degli infiniti istanti. Guardando al magma della conoscenza in fieri che l’informatica mette a nostra disposizione, vediamo il libro come un misero output, un qualsiasi perituro e limitato tabulato sputato fuori da un computer, in funzione di una specifica domanda. Certo più feconda, anche se perturbante, l’immagine di ognuno di noi, o di gruppi di persone legate da speciali sempre diverse connessioni, noi liberi e soli naviganti nel mare della conoscenza, sull’onda di deboli tracce, di labili connessioni. Noi affacciati su questo mare di informazioni, disposti alla sorpresa. Noi con le menti semideste. Come ci mostrano uomini sensibilissimi. Penso a Baruch Spinoza, penso a Dick, capaci (in modi diversi, ma ognuno di noi è diverso da ogni altro) di cogliere nessi e segnali deboli e di ascoltare voci. Capace di trascurare il già palese per guardare invece all’immanenza. Immanenza: ‘restare dentro’. La conoscenza nasce dalle cose che si fanno. Il Dio dell’informatica sta nei dati grezzi, la forma esterna al dato non ha senso; la struttura già data è di per sé irrilevante. Così può operare oggi ognuno di noi. Il contributo che realmente possiamo dare al mondo a venire è costruire nuova conoscenza, narrazioni, a partire da questi dati grezzi. Organizzando e interpretando i dati alla luce della nostra autobiografia, alla luce della nostra irredimibile unicità.

 

1 Ursula K. Le Guin, Always Coming Home, Harper & Row 1985; trad. it. Sempre la valle, Mondadori, 1986. Vedi in Francesco Varanini, Il principe di Condé, Este, 2010, capitolo: “Etnografia dei sistemi informativi”.

2 Philip K. Dick, A Scanner Darkly, Doubleday, 1977; trad. it. Un oscuro scrutare, Fanucci, 2004.

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