Competere nello scenario globale si può, se si hanno le conoscenze adeguate

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di Michela Vitale

Internazionalizzare significa confrontarsi con uno scenario complesso, con lingue ma soprattutto culture diverse. L’organizzazione che si affaccia a un Paese diverso dal proprio troppo spesso vive l’esperienza come un ‘appuntamento al buio’. È necessario analizzare il mercato di destinazione e, soprattutto, verificare le capacità delle proprie persone per affrontare al meglio il percorso e competere con successo. Capacità e competenze, però, hanno bisogno di strumenti adeguati per essere valorizzate ed efficaci. A partire dalla lingua che, si sa, unisce Paesi e persone: l’inglese. Quanto siamo internazionalizzati? Siamo pronti a partire…? Quali percorsi di formazione preparano le persone ad affrontare il mercato globale?

Per le aziende che si affacciano a nuovi mercati è importante conoscere e comunicare efficacemente per poter competere ‘ovunque’. Si deve partire, innanzitutto, dalle persone e dal loro solido bagaglio di conoscenze linguistiche. Ma non è tutto. Ogni Paese ha il suo codice culturale che è importante conoscere per porsi nel rispetto dell’altro… Ci siamo confrontati su questi temi con chi si occupa di formare le persone affinché sappiano esprimersi perfettamente in lingua inglese e acquisiscano anche le competenze per un incontro efficace con persone di culture diverse, spesso distanti dalla nostra. Leggeremo in questo articolo diverse esperienze a confronto ascoltate durante la tavola rotonda di Persone&Conoscenze, tenutasi a Milano lo scorso 19 aprile, Le sfide dell’internazionalizzazione: gli strumenti culturali che servono per competere in uno scenario globale.

I capi non sanno l’inglese…
Andy Bailey, chief marketing officer di EF, commenta i risultati di una ricerca −condotta da EF Corporate Language Learning Solutions sul triennio 2009-2011− relativa al livello di conoscenza della lingua inglese nel mondo, secondo indici geografici, di settore industriale, di funzione aziendale. Più di 114 mila gli intervistati, dipendenti di 1207 tra enti governativi e imprese nel mondo. Il 56% dei partecipanti al sondaggio proviene dal nord Europa, il 30% dall’Asia, il 12% dalle Americhe, e infine il 2% dal Medio Oriente. La conoscenza delle lingue incide in modo evidente sulla predisposizione all’apertura culturale delle persone. A livello professionale questo può fare la differenza. Il 50% degli intervistati tra i manager d’azienda denuncia una perdita di profitto a causa della mancanza di conoscenze linguistiche delle proprie persone. Di cui, la maggior parte, sono tra i capi…

Tavola rotonda internazionalizzazione
Tavola rotonda internazionalizzazione

 

Lingue: porta di ingresso per conoscere mondi diversi
Dall’esperienza londinese di Luca Stefano Vanni, Vice Presidente Hr e membro del management esecutivo dell’azienda multiculturale NEC Europa, emerge che: “La lingua è l’alfabeto, poi è necessario capire quali sono i meccanismi culturali del Paese di destinazione e gestire le proprie attese durante il percorso di approccio all’estero. Misurarsi con culture diverse è faticoso, non tutti sono predisposti…” Per Claudio Dozio, Hr director Italy, Turkey & Middle East di AON, la conoscenza linguistica è un prerequisito per conoscere diverse culture. Anche secondo Loretta Chiusoli, Hr director di CRIF, la padronanza della lingua è un punto di partenza in ragione del fatto che l’organizzazione delle attività aziendali all’estero comprendono una serie di difficoltà. Spesso, in primis, la comprensione della lingua e la capacità di esprimersi in modo adeguato: “È necessario trovare dei fattori comuni per gestire i processi, cosa già complessa da sé. Quindi la conoscenza di una lingua che sia più che comprensibile per i soggetti a confronto è un must”. L’esperienza internazionale come base di business è una scelta sfidante, come ci spiega Alessandro Battistini, corporate Hr manager di Buongiorno, azienda leader nel digital mobile entertainment, presente in 25 Paesi nel mondo: “Occorre avere linee guida corporate alle quali è necessario allinearsi. La comunicazione deve essere efficace e immediata, processi snelli e i piani formativi mirati che consentano ai dipendenti di migliorare le proprie competenze linguistiche. L’obiettivo è quello che gli employee siano sempre più predisposti ad abbracciare una mentalità internazionale e aperta all’innovazione”. Nadia Bertaggia, Hr&Organization director per Sodexo Italia la differenza maggiore nei processi di internazionalizzazione risiede soprattutto dal settore di appartenenza: “Nel settore dei servizi è in atto la stessa rivoluzione organizzativa avvenuta nel settore IT molti anni prima. I settori evolvono nel tempo e hanno quindi esigenze sempre diverse. La conoscenza linguistica è uno strumento di base per lavorare ma non sufficiente per capire la cultura con la quale dobbiamo interagire”. Di contro Corrado Biumi, Hr director di Feralpi, offre invece l’esperienza di un’azienda in fase di internazionalizzazione ed è proprio in corso un progetto di integrazione tra la realtà italiana e quelle estere. Lucia Bucci, Hr director di ADP Italia, aggiunge al tema dell’importanza iniziale della conoscenza linguistica e culturale il fatto che è il business a fare la differenza: “La complessità è legata al modello di business, le culture sono diverse ma l’identità è data dall’azienda secondo le sue necessità”. Per il training and developement manager di AXA Assicurazioni, Barbara Squarci, è la linea manageriale di condivisione di cultura, oltre che di progetti a fare la differenza: “L’azienda investe molto sulla formazione culturale e linguistica, e questo è molto importante. Certo, l’italiano in generale ha molte resistenze nell’apprendimento delle lingue. È necessario che le organizzazioni si attrezzino per superare i limiti che spesso i dipendenti hanno”.

Da sinistra: Andy Bailey, Cecilia Calvi, Luca Stefano Vanni, Claudio Dozio e Loretta Chiusoli
Da sinistra: Andy Bailey, Cecilia Calvi, Luca Stefano Vanni, Claudio Dozio e Loretta Chiusoli

Più inglese, a partire dai luoghi della cultura: le università
Il direttore generale del Politecnico di Milano, Graziano Dragoni, ci spiega il progetto dell’Ateneo che, recentemente , è stato al centro delle polemiche dell’opinione pubblica e di dibattiti parlamentari: “A partire dall’anno accademico 2014/15, erogheremo in lingua inglese l’intera offerta formativa magistrale e i corsi di Dottorato di Ricerca. Il grande progetto di internazionalizzazione del Politecnico vuole dare una preparazione agli studenti per affrontare culture diverse dalla nostra e imparare a loro volta ad accoglierle. Era ed è necessario cominciare dall’università, un’istituzione generatrice di cultura e conoscenza, prima di affrontare il mondo del lavoro”.

Coesione culturale, prima di tutto
Caterina Tavani, country manager di EF CLLS, sottolinea l’importanza di cogliere la sfida della formazione linguistica come strategia aziendale, se gestita nel miglior modo cucito su misura di ogni organizzazione: “La competitività nel mercato globale oggi si gioca su fondamenta strumentali, come la lingua inglese, che da soft skills sono diventate hard”. Ma, prima di tutto, si tratta di apertura culturale –come ci ricorda Andy Bailey−. “Dobbiamo entrare nella cultura del Paese verso cui abbiamo deciso di andare. Dobbiamo conoscere, capire, rispettare, condividere e trovare un DNA comune. Sono tre i pilastri dello scambio tra culture diverse: comunicazione, collaborazione, coesione culturale”. Il cuore dell’incontro tra culture è quindi capire e rispettare l’individuo nella sua sfera culturale del Paese di riferimento e nella sua sfera aziendale. Questo porta con sé la creazione della coesione culturale che è la base di scambio reciproco e arricchimento personale e professionale.

Da sinistra: Corrado Biumi, Lucia Bucci, Barbara Squarci, Graziano Dragoni e Caterina Tavani
Da sinistra: Corrado Biumi, Lucia Bucci, Barbara Squarci, Graziano Dragoni e Caterina Tavani

Resistenze e motivation
I partecipanti alla tavola rotonda si interrogano sui motivi per cui, soprattutto in Italia, c’è molta resistenza ad aprirsi a lingue e culture diverse. È un dato di fatto, gli italiani conoscono poco l’inglese. Dichiarano, come emerge dalla ricerca presentata da EF, di volerlo imparare… ma non vogliono fare lo sforzo. Ovvio, imparare una lingua e avvicinarsi a una cultura è una fatica. I dipendenti italiani hanno la tendenza a cogliere la formazione linguistica quando è gratuita e quando il livello di conoscenza e il risultato ottenuto non pregiudicano la propria posizione lavorativa o il proprio compenso. È un impegno, sia azienda sia dipendente devono investire. Alcune aziende, ci raccontano i partecipanti, si è adottata la strategia del ‘se superi il corso lo paga l’azienda, in caso contrario lo paghi tu’. Quale pensate sia stato il risultato? Sì, immaginate bene: tutti promossi. Nel sondaggio presentato emerge però che c’è una grande predilezione a voler imparare le lingue e dare il massimo soprattutto nei casi di soggiorni per periodi medio-lunghi all’estero. È verificato che l’apprendimento è molto più elevato. Mentre nelle forme di formazione online si tende a imparare e superare i test, ma quanto acquisito viene dimenticato in fretta. L’entusiasmo di ‘fare bene’ è dovuto soprattutto a ottenere un punteggio minimo affinché il proprio compenso non venga ‘rivisto’…ma non per reale interesse. Mentre si registrano esiti degli esami molto elevati nei soggiorni all’estero. Entrare nella vita di tutti i giorni, confrontarsi e condividere porta evidentemente grandi risultati. Ma è altrettanto vero che non tutte le organizzazioni possono permettersi questo investimento, almeno non per tutti i dipendenti… Per Alessandro Battistini è forte la necessità di legare i risultati agli obiettivi di valutazione delle performance. “Solo in questo aumenta la motivazione e l’effettivo miglioramento delle competenze anche se dai piani di relocation a breve o lungo termine si ottengono i maggiori ritorni sugli investimenti. Ciò, consente sia di incentivare le risorse più talentuose, sia di garantire continui scambi culturali”. Secondo Claudio Dozio è importante sottolineare il tema della motivazione: è quella che manca. “Bisogna preparare le persone che sono in grado di spendere le proprie competenze anche in altri contesti. Le cose, però, vanno fatte bene: ci vogliono dei valori condivisi. A partire anche dall’istruzione in Italia, piena di sprechi sociale, che nella formazione linguistica possiede carenze ‘importanti’.

Questione di metodologie…
Il country manager di EF CLLS, Caterina Tavani, spiega che le resistenze sono spesso legate alle metodologie di formazione. Il tema di base, come accennato in precedenza, è che tutto dovrebbe partire dal sistema scolastico. “Le persone si annoiano, studiare è un peso. Ogni persona è diversa e dovrebbe essere agevolata con un percorso formativo adeguato al suo modo di apprendere”. Ci si chiede quindi quali metodi usare anche in base alle tecnologie? Se la parola chiave per ogni azienda in questo momento storico complesse è innovazione: cosa significa ‘innovare’? Qual è la direzione da intraprendere? Sulla linea del dibattito anche Nadia Bertaggia conferma che l’inglese, e le lingue in generale, sono lo strumento per accelerare l’innovazione: “L’internazionalizzazione, quella vera, parte in primis da un assetto mentale della persona che rispetta una cultura diversa”. È necessario guardare le cose in modo diverso, per innovare: rispettare la diversità, filtrarla e farla propria. Solo così si può ‘partire’… “Non è solo la conoscenza della lingua di per sé mirata al raggiungimento dei risultati di business in un certo luogo, ma è entrare nella mentalità dell’altro”. Sulla scia di Andy Bailey anche Bertaggia evidenzia l’importanza di creare una coesione culturale a partire da piani di sviluppo e investimento sui talenti e di inclusione delle diversità. “È importante realizzare in azienda la cultura del diversity&inclusion come pilastro strategico, a partire dalla produzione fino al top management. La formazione culturale dovrebbe essere obbligatoria: un business driver per innovare. Ad esempio, è utile effettuare scambi di persone e competenze tra i Paesi europei, Americhe, Asia e stati emergenti…se si vuole aprire l’azienda al mercato globale”.

La conoscenza dell’altro comincia dalla curiosità
“Come diceva Aristotele −dice Corrado Biumi− ogni conoscenza comincia dalla curiosità: l’inglese è un veicolo attraverso cui condividere dei contenuti”. Per Lucia Bucci bisogna aumentare la consapevolezza e la motivazione delle persone: “Oggi possiamo ‘salvarci’ grazie alla tecnologia, ma anche le direzioni Hr stesse hanno necessità di internazionalizzarsi per riuscire a trasmettere il messaggio del senso dell’apprendimento nell’ottica di sentirsi parte di un progetto più grande”. Quello che emerge in modo preponderante è che bisogna uscire dal mondo ‘ovattato’, bisogna darsi da fare e andare all’estero. La curiosità è imprescindibile dalla localizzazione e dall’educazione alla diversità, cercando il ‘comune’ con il diverso.

Cambiare mentalità, cominciando dall’istruzione

Alessandro Battistini e Nadia Bertaggia
Alessandro Battistini e Nadia Bertaggia

Il direttore generale del Politecnico, Graziano Dragoni, spiega il progetto intrapreso ormai da qualche tempo e che in futuro sarà implementato ulteriormente, di utilizzare l’inglese come lingua ufficiale dei corsi di laurea magistrale e di Dottorato di Ricerca: “L’obiettivo è creare un ambiente internazionale per iniziare a ‘pensare globale’ anche nel nostro Paese e interfacciarsi con altre culture. La struttura universitaria vuole attrarre i talenti dall’estero e generare talenti nostrani nell’ottica di attivare nuove ‘energie’. Abbiamo incontrato resistenze a tutti i livelli –politico, studentesco, del corpo docenti, ecc.− soprattutto perché focalizzati sul ‘problema’ della lingua che prevede chiaramente un percorso universitario più impegnativo. Ma il passaggio era inevitabile: l’università è un luogo di cultura, da lì si comincia ad aprire la mente per pensare ‘globale’ e far emergere talenti che in futuro creeranno business globale”.

Strategie di comunicazione linguistica
La country manager di EF CLLS, Caterina Tavani, esperte in formazione culturale linguistica, chiude il dibattito confermando l’evidente retaggio culturale italiano che causa resistenze all’apprendimento dell’inglese. “Il business spesso è carente soprattutto a causa di incomprensioni dovute all’incapacità di comunicare e alla mancanza di affinità a livello linguistico-culturale”. Il vantaggio di sviluppare una cultura linguistica all’interno delle organizzazioni è certamente quello di creare relazioni più positive sia tra colleghi sia con i partner o potenziali. Il fatto che i dipendenti a tutti i livelli possano usufruire di una formazione linguistico-culturale comporta una maggior sicurezza e collaborazione tra le proprie risorse. Tutto ciò porta con sé anche un messaggio: l’azienda che crede nei propri talenti è vincente. In conclusione, lo sviluppo di piani strategici di formazione culturale e linguistica devono ormai essere una priorità, anche nell’ottica di dare il massimo per superare questo momento di crisi globale che da troppo tempo si protrae. 

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