Il coaching a ritmo di valzer

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Svolgo la professione di coach da molti anni e, sin dall’inizio, ho sentito parlare del coaching come “arte del danzare”. Mi sono spesso chiesta come mai questa attività venisse associata alla danza. Quando ci pensavo mi appariva l’immagine di due persone che ballavano il walzer. Ho compreso, quindi, come il coaching sia per me una relazione danzante e ho cominciato a chiedermi: quali sono le connessioni tra il coaching, la relazione e la danza? Cosa hanno in comune queste tre cose? Ciò che ho scritto è la risposta a queste domande

Il coaching è l’arte del conversare, un dialogo in cui il coach e il coachee procedono verso la meta desiderata dal coachee; meta che chiariscono e costruiscono insieme, attraverso alcune scoperte e modifiche di prospettive che emergono dall’interazione, dall’ascolto reciproco e dal vivere entrambi  il presente.

La relazione è l’arte di interagire con l’altro attraverso un movimento continuo che si basa anch’esso sullo scambio, sull’ascolto e sulla concentrazione del presente. La relazione, dal latino re-latum, portato indietro, si basa su una comunicazione circolare, inter influenzante e generativa che aiuta a vedere le cose in modo nuovo, stando nel “qui e ora”, così come avviene in una conversazione di coaching.

La danza è l’arte di muoversi in sincronia con l’altro nel farsi condurre dall’ascolto delle note musicali e del movimento dei corpi, rimanendo concentrati in un eterno e continuo presente. Due persone che ballano muovendosi in modo sincronico, sono due persone che interagiscono in perfetta sintonia grazie all’intercettazione delle emozioni, dei pensieri e dei movimenti generati dall’ascolto del presente, proprio come accade nel coaching e nella relazione.

L’essenza del coaching si realizza, secondo me, quando tra coach e coachee si stabilisce una partnership, un’alleanza e un’armonia tali da dimenticare chi conduce l’altro, proprio come avviene in una relazione danzante.

Accompagnare il coachee come in una danza

Per quel che riguarda la mia esperienza, l’alleanza nasce in una sessione se creo una forte complicità tra me e il mio partner, perché gli faccio sentire che sono dalla sua parte e che sto andando nella direzione che lui desidera. È, infatti, importante che percepisca di non essere guidato, ma di essere accompagnato da una persona che gli sta accanto e che è al suo servizio per aiutarlo a scoprire e raggiungere il suo obiettivo.

L’armonia si manifesta, invece, quando io e il coachee viviamo insieme il presente, come momento traboccante di possibilità; nell’istante in cui si crea un’atmosfera di libertà in cui lasciamo emergere e condividiamo le intuizioni, i timori, le certezze o i dubbi che ci abitano. Queste circostanze si realizzano nell’istante in cui entrambi assecondiamo il fluire della vita: ascoltiamo le emozioni e i pensieri che ci attraversano e li condividiamo; in particolare, accettiamo ed esprimiamo sia le sintonie, sia le contrapposizioni e le voci differenti che sono in noi, per ricomporli in un assetto più armonico.

Sono queste le situazioni in cui nasce una comunicazione fluida e circolare: una comunicazione connessa con le emozioni, le sensazioni e le intuizioni mie e del partner; una comunicazione generativa di nuove percezioni, idee, possibilità e visioni; una comunicazione che può nascere soltanto da una relazione che, fuori dai ruoli, diventi flessibile e aperta alla danza.

I momenti più belli e più trasformativi li vivo, infatti, se sono totalmente immersa nel “qui ed ora”, se sono contemporaneamente in ascolto di quello che sta accadendo dentro ciascuno di noi e tra di noi. Questo mi succede soprattutto se dimentico di essere un coach e metto da parte gli attrezzi del mestiere. Infatti, quando esco dal mio ruolo spesso anche il coachee esce dal suo, diventando protagonista della situazione e conducendomi nella danza: è questa la circostanza in cui, con grande soddisfazione, sperimento come l’allievo possa superare il maestro.

Secondo me è proprio il distacco dal mio ruolo che porta il mio cliente a imitarmi e a staccarsi dal suo, per diventare e porgersi come persona, nella sua totalità. Ciò non vuol dire che durante una sessione non mi metta il cappello di coach! Se percepisco e sento che il mio alleato vada sfidato o stimolato o celebrato o confermato o messo in discussione utilizzo con consapevolezza alcune tecniche che ho a disposizione.

Come instaurare una relazione di fiducia nel coaching

Ma di quali tecniche mi avvalgo? Quali abilità e competenze metto in atto per generare un’atmosfera di complicità tale da creare queste circostanze? Quali sono gli accadimenti che mi aiutano a concretizzare queste condizioni durante una sessione di coaching?

Ecco i primi che mi vengono in mente: cambio la cornice di riferimento o riformulo il messaggio del coachee secondo una nuova prospettiva; oso e ho il coraggio di dire verità scomode, perché ho ascoltato la mia voce interiore; lavoro insieme al coachee sui suoi valori e sulle sue credenze; utilizzo l’umorismo, la provocazione o il gioco, usando il corpo come mezzo di comunicazione;  uno dei due mette in atto l’osservatore interno e vede cose nuove; il silenzio tra di noi diventa uno spazio di riflessione ed elaborazione emotiva condivisa; chiedo il permesso di poter approfondire alcune aree delicate; vedo differenti modi di lavorare e scelgo quello più adatto al momento; ridefiniamo il patto durante il percorso; uso il “noi” e mi accorgo che la posizione del mio corpo è analoga a quella del coachee; entrambi riconosciamo e condividiamo i nostri pregi o difetti; pongo e ricevo domande stimolanti; formulo feedback e li ricevo; ci esprimiamo attraverso metafore e racconti; avverto una risonanza e la condivido per stimolare una reazione.

Tali condizioni si determinano se, oltre l’alleanza e l’armonia, ho costruito una relazione di fiducia sulle tre dimensioni di cui parla Carl Rogers, psicoterapeuta americano: accettazione incondizionata, autenticità ed empatia. In ogni caso, queste piste non le intraprendo soltanto io, ma anche il coachee, in seguito alla reciprocità che si è creata tra di noi.

Grazie alla circolarità della relazione danzante, entrambi ci sentiamo protagonisti e responsabili del cammino fatto ed entrambi veniamo modificati dall’esperienza di coaching che abbiamo vissuto, crescendo in consapevolezza e responsabilità.

Fuori dalla metafora della relazione danzante, secondo me, ogni incontro di coaching è un laboratorio relazionale in cui spesso esprimiamo le stesse modalità che utilizziamo nella nostra vita di tutti i giorni. Se di questo il coach è consapevole e rende tale anche il coachee, questa pratica diventa una fonte di apprendimento continuo e reciproco; diventa un luogo di incontro, di reciprocità, di identità, di generatività e, quindi, di trasformazione; uno spazio che il coach usa per sviluppare consapevolezza e responsabilità.

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