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Alla ricerca della felicità. La spiritualità per i manager

Published on 8 settembre 2016

di Selene Zorzi

Non sembra difficile nel contesto attuale far accettare l’idea che la spiritualità sia un perno costitutivo della formazione e dello sviluppo di ogni persona, del benessere di ogni gruppo umano. Poiché oggi l’azienda è il nodo di una vasta rete sociale, relazionale ed educativa, è necessario farvi entrare anche la spiritualità. Ma che cosa significa portare lo spirituale in azienda? È possibile proporre un percorso destinato ai manager, abituati ad abitare luoghi di efficientismo, velocità e competizione, così apparentemente lontani dai concetti di spiritualità, calma, silenzio e solitudine?

Ci sono valori intangibili, i quali, benché difficilmente misurabili in termini di numeri, determinano la felicità e il benessere delle persone.
È noto che il Paradosso di Easterlin abbia studiato come la felicità delle persone non segua un andamento uniforme con la ricchezza e che, a un certo punto, mentre la curva di quest’ultima continua a salire l’andamento della curva della felicità inizia a diminuire. Secondo molti studiosi, che fanno riferimento in particolare all’economia civile, il motivo di ciò sarebbe determinato dal fatto che la felicità è costituita soprattutto dai beni relazionali. Il Paradosso di Earlstein ci dice che il reddito non è sufficiente a spiegare il benessere soggettivo e che la felicità è veramente tale solo nella reciprocità. Questa, come si sa, non è frutto della ricchezza e non si acquista con i soldi. Tuttavia si tratta di un vero e proprio capitale che va a costituire il benessere di una persona e delle società. Non è un caso che nel 2006 l’Oms abbia aggiunto alle condizioni del benessere anche quello spirituale.
Si rende quindi necessario studiare, approfondire e offrire a quante più persone –a maggior ragione se lontane da ambienti e legami spirituali e, per questo, forse ancora di più ai manager– la possibilità di investire su questo capitale spirituale.
Non ci si deve aspettare un elenco di prescrizioni o rituali per risultare devoti manager, ma un lavoro di consapevolezza su alcune convinzioni fondamentali che possano diventare comportamenti. Esiste, infatti, un modo spirituale di affrontare ogni ambito della vita, compreso quello aziendale ed economico. Sta emergendo una consapevolezza nuova del fatto che la causa della odierna crisi mondiale dipende anche da un fattore spirituale dal quale può derivare pure la sua soluzione. Dice Papa Francesco: “La crisi attuale non è solo economica e finanziaria, ma affonda le radici in una crisi etica e antropologica. Seguire gli idoli del potere, del profitto, del denaro, al di sopra del valore della persona umana, è di- ventata norma fondamentale di funzionamento e criterio decisivo di organizzazione. Ci si è dimenticati, e ci si dimentica tuttora, che al di sopra degli affari, della logica e dei parametri di mercato, c’è l’essere umano e c’è qualcosa che è dovuto all’uomo in quanto uomo, in virtù della sua dignità profonda: offrirgli la possibilità di vivere dignitosamente e di partecipare attivamente al bene comune”.

La dimensione dello spirituale
Il termine spirituale assume diversi significati anche in relazione alla visione antropologica di riferimento.
Recentemente, un filone americano di studi ha lanciato l’idea di valorizzare il ‘capitale spirituale’ come variabile fondamentale per la produttività delle organizzazioni aziendali e nei luoghi di lavoro. Si capisce come sia in agguato il rischio di confondere il fine con il mezzo, che per la spiritualità implicherebbe la semplice perdita di senso. All’interno di questi studi si rileva però una definizione poco chiara del concetto di ‘spirituale’: si intende per spirituale la semplice adesione a una determinata cultura religiosa o a una serie di credenze e comportamenti religiosi, come il pregare o il partecipare a certi riti. Altri ancora interpretano lo spirituale come il potere di influenzare una società per il fatto di appartenere a una determinata tradizione religiosa. Non è certo questo che si intende qui, proprio perché se lo spirituale diventa una delle modalità per ottenere suo maggiore profitto o tornaconto, si svuoterebbe di senso.
Per definire il senso del concetto di spirituale è bene anzitutto escludere ciò che spirituale non è. Esso non coincide con ‘interiore’, che pur essendo un modo d’essere necessario della persona non è già una vita spirituale. L’interiorità è il punto da cui guardiamo il mondo, noi stessi, gli altri, la loro esteriorità, ma anche il punto dal quale abbiamo accesso all’interiorità dell’altro. Quando vedo un altro ridere capisco cosa sta provando, perché so cosa questo significa in me quando mi accade. Che ciò avvenga per mezzo dei neuroni specchio o per l’empatia, non toglie che non si tratti ancora di una vita spirituale.
Spirituale non può essere ridotto a ‘psichico’. Le attuali tendenze culturali fraintendono lo spirituale con una guarigione psichica o con una tranquillità interiore, ma lo spirituale è molto di più.
Spirituale viene poi spesso confuso con ‘morale’ o ‘etico’, come se vivere una vita spirituale significasse seguire un elenco di regole pratiche determinate da eseguire in modo corretto.
Ma c’è anche chi contrappone spirituale a ‘intellettuale’. Un esito ascrivibile al progressivo divorzio iniziato nel secondo millennio dell’epoca cristiana tra esperienza spirituale (teologia monastica) e attività accademica (teologia scolastica). Solo di recente anche la filosofia sta riscoprendo il collegamento intrinseco della ragione alle emozioni, come già l’antica ratio includeva la capacità intuitiva e creativa non riducibile alla sola facoltà razionale di fare calcoli matematici.
Occorre fugare anche l’idea che spirituale si opponga a ‘materiale’. Un dualismo che ha talvolta contrapposto la realtà sensibile a quella spirituale: un pegno pagato a un pensiero platonizzante e a una inculturazione cristiana scriteriata. Definiamo quindi con spirituale la potenza che coinvolge la persona umana nella sua interezza.
“L’uomo è una strana creatura a cui non basta nascere una sola volta: ha bisogno di venir riconcepito (reegendrado). Quello che si chiama ‘spirito’ ben può essere questa necessità e potenza di riconcepimento che l’uomo ha, mentre alle altre creature basta nascere una sola volta” (Mara Zambrano). È ciò che nel Vangelo viene espresso tramite la metafora del “rinascere dall’alto”. Spirituale è dunque un processo che investe e impegna tutta la persona, porta l’essere umano a una trasformazione di sé, della propria visione del mondo e delle sue relazioni. Lo spirituale diventa così una dimensione nuova con cui guardare la realtà come avviene negli stereogrammi.

L’alleanza tra spiritualità e management
L’invito ai manager di innescare un processo a livello spirituale nella loro vita muove dalla constatazione che gli attuali gangli preposti alla dirigenza istituzionale, sociale, politica, economica del nostro Paese sono normalmente persone con conoscenze tecniche, ma con ridotta formazione umanistica. Questa permette di riflettere e costruire quell’orizzonte di senso in cui ciascuno colloca, anche involontariamente, la propria visione del mondo, la quale non è mai senza impatto sulla propria identità e missione, e sui valori sui quali decide di impostare la propria vita e le proprie relazioni.
Il potere è sempre strettamente collegato alla relazionalità: esso non solo nasce come servizio a gruppi umani, come ricorda la stessa etimologia della parola ‘politica’, ma è sempre presente in ogni relazione umana.
Il modo in cui ci relazioniamo è sistemico: il modo in cui eserciterò il mio potere, ovvero mi relazionerò anche con le ‘carte’, i bilanci, le operazioni finanziarie ecc. non sarà diverso dal modo in cui costruisco e gestisco le mie relazioni con gli altri, le quali, a loro volta, saranno il riflesso di come mi relaziono a me stesso e alle tante parti che costituiscono la mia persona e il mio ‘io’ interiore. La gestione di bilanci riflette quella del nostro sistema di relazioni.
Quando si parla di leadership, non si intendono però solo i ruoli di vertice. Il concetto è più ampio e riguarda il potenziale di influsso che una persona è capace di mettere in atto in una comunità, che ha a che fare con le decisioni e i comportamenti da assumere. Il potere è la capacità di far accadere le cose, di mettere in moto il reale. Una ‘persona di successo’ sarebbe colei che fa ‘succedere’ cose. La leadership è definita, quindi, come capacità di influenzare un gruppo in ordine al raggiungimento di un obiettivo comune, ma senza che vi sia manipolazione. La leadership, in questo senso, può assumere un connotato tale da differenziarsi addirittura dal concetto di ‘essere a capo’ o di ‘ricoprire un ruolo’ (headship). 

Per leggere l’articolo completo (totale battute: 22000 circa – acquista la versione .pdf scrivendo a daniela.bobbiese@este.it (tel. 02.91434419)

 
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