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Tra libertà e fedeltà

Published on 10 settembre 2013

di Mauro De Martini

Recentemente ho avuto uno scambio d’idee con un responsabile del personale sul tema dell’interpretazione del ruolo. Mi raccontava che nella sua azienda i compiti non sono ben chiari. Ognuno li interpreta a modo suo. Così si sprecano risorse, le attività vengono svolte due o tre volte, da persone diverse. La gente non si parla e non c’è un vero obiettivo comune. Così le cose non possono che funzionare male. Mi diceva che tutto sarebbe molto più semplice se le aziende funzionassero come orchestre, in cui ogni ruolo è ben chiaro e definito, e in cui c’è una partitura certa, un obiettivo uguale per tutti. Nei giorni successivi, ho continuato a pensare alle sue parole, ragionando su quali siano le problematiche legate all’interpretazione musicale. Un modo piuttosto semplice di affrontare il tema è considerare l’interpretazione una ‘riproduzione sonora’ di quanto è scritto sullo spartito. Fino a qui, tutto sembra comprensibile. Tuttavia, se approfondiamo la nozione di ‘spartito’, le cose si complicano un po’. Nel corso della storia, il modo usato per rendere ‘riproducibile’ la musica è cambiato molto. Interpretare uno spartito del Seicento piuttosto che del Novecento presuppone competenze di contesto non banali, anche molto diverse tra loro. I musicisti si sono trovati sempre –e si trovano anche oggi– nella condizione di dover conoscere cose che non sono ‘scritte’ sulla carta.

Facciamo un esempio. Per parecchio tempo i compositori hanno utilizzato il basso figurato. Immaginiamo un concerto per flauto e clavicembalo. Il clavicembalista si trovava davanti una serie di note nel basso accompagnate da piccoli numeri. Il compositore forniva indicazioni allo strumentista su come ‘realizzare’ gli accordi, ma non riportava sulla carta quali note dovessero essere precisamente eseguite. Quindi potevano esserci accompagnamenti diversi, non radicalmente, ma quanto basta per poter dire che le note suonate da un musicista non erano esattamente le stesse suonate da un altro. Allo stesso tempo, l’esecutore conoscendo gli stilemi della propria epoca, le convenzioni e il gusto degli ascoltatori, ‘componeva’ l’accompagnamento in quel momento. E non pensiamo che questo valga solo per la musica antica. Ci sono spartiti contemporanei che presentano caratteristiche simili. Un esempio emblematico è Volumina di Ligeti, di cui consiglio vivamente l’ascolto, con ‘l’aiuto’ dello spartito. Pensiamo agli abbellimenti. Facciamo ancora un esempio concreto: il trillo. Un trillo è il rapido alternarsi di una nota con un’altra, a distanza di seconda superiore o inferiore, maggiore o minore. Il compositore indicava come farlo, scrivendo sopra la nota due lettere: ‘tr’. Come eseguire un trillo? Basta suonare due note in rapida successione e il gioco è fatto? Al contrario, ci sono infiniti modi di interpretare un trillo: partire dalla nota più alta, da quella più bassa, iniziare lentamente e accelerare, oppure iniziare subito rapidamente, e così via.

Anche qui l’esecutore ha un certo margine di libertà, e allo stesso tempo, rispetta dei vincoli. Qualcosa di analogo può essere riferito a proposito delle indicazioni di tempo. Se all’inizio di un brano di Mozart troviamo scritto adagio, ma non troppo, a che ‘velocità’ dovremo suonare? Chi suona fa riferimento a ciò che è scritto, ma c’è un margine di aleatorietà. Da cosa è aiutato? Dalla convenzione. La stessa cosa accade persino se non c’è scritto nulla, perché l’interprete sa che in un certo periodo storico le forme avevano alcune ‘ricorrenze’.

Un primo tempo più veloce (allegro), un secondo tempo più lento (adagio), un terzo tempo ancora veloce (allegro, presto, ecc.). Indubbiamente nel corso della storia lo spartito è diventato più preciso. Le indicazioni si sono fatte sempre più sofisticate, il tempo è spesso indicato col metronomo e, all’apparenza, può sembrare che il margine di libertà dell’esecutore sia diminuito. In molti casi sappiamo anche come il compositore stesso abbia suonato o diretto una propria musica. Mi domando quindi: interpretare è suonare solo lo spartito o, addirittura, riprodurre quello che il compositore ha eseguito? Credo di no. In ogni interpretazione il musicista si trova nel bel mezzo di una tensione tra varie forze che lo ‘strattonano’ da una parte e dall’altra: la fedeltà a quanto il compositore ha scritto, a quanto lui immagina che il compositore abbia voluto esprimere, a quello che il maestro o la sua scuola di appartenenza gli ha insegnato, a quello che gli ascoltatori si attendono, a ciò che lui vuole esprimere di sé in quell’esecuzione. ‘Interpretare’, probabilmente, è trovare un equilibrio tra tutte queste forze, ogni volta in modo nuovo, facendone qualcosa di bello.

 
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