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Idem sentire

Published on 21 dicembre 2012

La radice della relazione alla base dell’intervento formativo - di Duilio Cau

Credo nella medicina allopatica, credo anche in quella orientale. Ho poca fiducia nella medicina omeopatica. Eppure il suo principio di cura, fondato sulla similarità, ha sempre esercitato su di me una influenza, di più un fascino, particolare. Lo stesso potrei dire di Jung e del suo inconscio collettivo, suprema forma di similarità tra gli esseri umani. Per non parlare della Scuola delle Annales o dell’etnometodologia, insomma tutto mi è sempre sembrato convergere verso una sostanziale identità tra le persone. Eppure l’esperienza direbbe il contrario, le più recenti teorie relazionali inneggiano alla ‘diversità’. Ma il motore della relazione, la sua radice è davvero la ricerca di una complementarietà? O invece è ciò che ci accomuna, che ci avvicina e ci mette insieme? È l’idem sentire il vero motore di ogni relazione e funziona per la semplice ragione che dentro di noi, se scaviamo molto, troviamo le stesse cose. Così comincia la relazione, così nasce la buona formazione.

Da Hahnemann alle Annales

idem sentire 1Similia similibus curentur, così Samuel Hahnemann sintetizzava il principio fondante dell’omeopatia.
Cose simili si curano con cose simili. Non so se è un principio che funziona sempre e davvero per il nostro corpo ma è abbastanza intuitivo come questo possa funzionare nelle relazioni umane.
Ben prima che la teoria junghiana dell’inconscio collettivo apparisse sulla scena della psicologia, chiunque aveva più volte sperimentato su di sé quanto l’essere somiglianti per cultura, lingua, modo di essere e di fare favorisse l’incontro e la relazione. L’osservazione pare lapalissiana eppure non è così frequentata in tempi come questi dove sull’altare del ‘politicamente corretto’ si sacrifica anche l’ovvietà. Si parla molto di bellezza della differenza, di ‘contaminazione’ e qui non se ne vuole negare il valore ma parimenti si vuole sottolineare come questo atteggiamento sia più ‘di testa che di pancia’, obbedisca a lodevoli spinte etiche e a consapevolezze interiorizzate piuttosto che al profondo dell’istintualità.
In molta sociologia (e in particolare in quella nordamericana) si pone l’accento sul cosiddetto ‘sistema di valori condiviso’ quale autentico collante di una società.
Non sono le leggi a tenere insieme una comunità di individui ma la loro mentalità, il loro modo di comportarsi e il loro modo di pensare. Il modo, appunto, cioè non cosa si pensa o si fa ma come si pensa e si fa. Tra Malcom X e George Bush ci sono enormi distanze sui contenuti ma entrambi esprimono un certo tratto americano, quello spirito ‘di frontiera’ che pervadeva lo stesso leader nero che pure già nel suo nome si professava come non americano. La modalità di un’azione, in altri termini, ha più a  che fare con gli strati profondi della personalità mentre il suo contenuto riguarda la mente verbale.
La Scuola delle Annales che ha radicalmente innovato il modo di fare storia, e che ebbe tra i suoi esponenti il meglio della storiografia del ’900 da Marc Bloch a Lucien Febvre a Fernand Braudel, elaborò una teoria secondo la quale nello stesso individuo convivono tre elementi espressivi: le idee (che durano la vita di un uomo), le ideologie (che durano qualche generazione) e le mentalità (che durano decine di generazioni e più).
Ciascun individuo concreto è il prodotto di questi tre elementi combinati a vario titolo e il discorso qui ci porterebbe lontano. Mi limito a sottolineare come gli studi delle Annales abbiano evidenziato che in fenomeni storici come ad esempio le rivoluzioni si assiste a una sorta di sovraccarico di mentalità che si spalma su una ideologia e si accende attraverso una idea.
Ad esempio la rivoluzione francese fu il risultato della mentalità francese ribellistica collettiva (diversa in questo senso dalla ribellistica individuale tutta italiana) spalmata sulla ideologia illuminista e accesa dall’idea degli Stati Generali. In quella stagione convergevano verso il medesimo obiettivo generazioni diverse, censi diversi, culture diverse ma medesima mentalità. Nel microcosmo familiare sono noti e studiati episodi di conflitto generazionale basati su idee diverse e mentalità simili.

idem sentire 2

Mentalità e formazione

E si potrebbe proseguire ma qui ci fermiamo perché la questione è: cosa ha che fare questa cosa che chiamiamo mentalità con la formazione?
E ancora cosa è una mentalità?
Partiamo dall’ultima domanda per liquidarla brevemente.
Non lo so cosa sia, o meglio, potrebbe essere diverse cose: dagli archetipi junghiani alla mentalità delle Annales piuttosto che un idem sentire che ci accomuna a tratti con i nostri simili e che si manifesta rispetto alle percezioni più profonde o altro ancora. Quel che è certo è che esiste.
Se immagino un lettore di questo articolo, penso a un Direttore del personale di una azienda, posso ipotizzare tutto quel che ci divide: io da sempre consulente, lui da sempre in azienda; io amo il mare, lui la montagna, lui ha uno smartphone, io un proto-telefonino; lui è vissuto 5 anni all’estero, io sono sempre stato qui; lui ama l’opera, io il punk rock e così via, lui vota in un modo, io nell’altro; lui del Milan, io dell’Inter e così via …. E poi provo a immaginare tutto quello che ci accomuna e ci unisce: entrambi laureati in materie umanistiche, entrambi appassionati delle scienze umane, entrambi maschi, entrambi figli di dipendente statale, entrambi nati e vissuti a Milano, entrambi con il peso dei recenti 50 anni e così via.
Ho scelto volutamente connotazioni leggere ma è evidente che con elementi più profondi è la stessa cosa. Ecco, possiamo chiamare mentalità o , come preferisco ‘idem sentire’ tutto quel che ci accomuna mentre appartengono più alle idee e alle ideologie tutte le cose che ci dividono.
Cosa c’entra l’idem sentire con la formazione?
Sicuramente ci ha sempre avuto a che fare perché l’idem sentire costituisce il più potente legame pregresso tra le comunità di individui. Ogni buon intervento formativo legge le dinamiche di relazione e i legami preesistenti ed anzi spesso li usa, li considera alleati e non concorrenti per conseguire l’obiettivo formativo.
Una caratteristica significativa dell’idem sentire –o mentalità– è che esiste già: nessuno è solo idee o ideologie.
La seconda caratteristica significativa è che l’idem sentire non si può insegnare, non è possibile introiettarlo in un individuo come si potrebbe invece fare, con una idea o una procedura. Esiste già e non se ne può introdurre un altro, dunque si può solo scoprire, far venire alla luce. Tutto questo c’entra molto con la formazione e, negli ultimi anni sempre di più. Se infatti volessimo delineare l’evoluzione della formazione dalle sue origini potremmo utilizzare il parametro della euristicità per dire che da una formazione prevalentemente tesa a ‘introdurre elementi’ in senso didattico si è passati a una formazione che tende anche ad estrarre consapevolezza. Non solo si insegna ma anche si scopre, si svela. Anche prima che l’approccio del coaching fosse noto e diffuso i buoni formatori avevano già cominciato a considerare che molte capacità dell’individuo (tanto funzionali che relazionali) giacciono nella persona proprio come dell’oro in una miniera e che lo sforzo di estrazione (per quanto oneroso) è sempre più che ripagato dal valore trovato.
Ebbene, il tesoro che ciascuno di noi ha dentro non è solo un grande potenziale da sfruttare individualmente, è utile soprattutto in senso strumentale. Proprio perché questo sentire è un ‘idem sentire’, proprio perché più si scava e più si trovano cose simili succede che, a livello di ogni gruppo di apprendimento, le persone si troveranno in una relazione migliore. È la mentalità, è l’idem sentire alla base di ogni relazione umana, farlo venire alla luce è il compito di ogni formatore che lo mette al servizio dell’intervento formativo che sarà tanto più efficace quanto più fondato sulla relazione del gruppo.

Comunicazione e relazione

idem sentire 3Si tratta di una modalità piuttosto nota nel mondo da dove provengo (la comunicazione mass-media) dove gran parte dell’intervento comunicazionale è volto a generare una relazione mentre solo una piccola parte è dedicata alla vera e propria trasmissione dei messaggi.
In altre parole, nella comunicazione la relazione è più importante dell’informazione.
Più importante ma da sola non può vivere.
Nell’ideale equazione di primo grado che definisce la comunicazione relazione e informazione convivono.
Immaginiamola questa equazione come C (Comunicazione) = R (Relazione) + I (Informazione).
Spostando i membri al di qua e al di là del segno uguale, proprio come in una normale equazione, otteniamo: R = C – I (cioè la relazione da sola può anche essere la condizione fondante di una comunicazione ma questa non si realizza in assenza di messaggi definiti) e, collateralmente, I = C – R (i soli messaggi senza una condizione ‘ricettiva’ che solo la relazione può garantire di per sé non generano comunicazione).
L’aridità di questo schema, me ne rendo conto, ha bisogno della linfa vivificatrice del mondo concreto. Allora poniamo le cose in questi termini: l’informazione è costituita dalle “cose che abbiamo dentro” mentre la relazione dalle “persone che sono fuori”. È dall’incontro delle cose con le persone, di questo dentro con questo fuori che nasce la comunicazione.
Quante volte ci capita di non trovare riscontro e neanche corrispondenza nell’interlocutore di fronte alla ricchezza dei nostri pensieri espressi?
Non sempre, speriamo, ma qualche volta succede e ci chiediamo: dipende da me? Dipende da quello che dico? O dipende dall’interlocutore?
E quante altre volte ci troviamo in buona sintonia con una persona senza dire nulla?
Capita e spesso ci chiediamo: ma cosa abbiamo da dirci?
Ora come si realizza una integrazione tra “le cose che sono dentro di noi” con “le persone che sono fuori di noi”?
Beh, da un punto di vista teorico la risposta è già nell’incipit di questo articolo, nel principio secondo il quale le cose simili si attraggono e si integrano naturalmente attraverso la forza di quello che abbiamo chiamato ‘idem sentire’. In altri termini è opportuno che “le cose che sono dentro di me” siano simili a quelle che stanno dentro il mio interlocutore così come la persona- interlocutore sia simile a me-persona. Sembrano due momenti distinti ma in realtà stiamo parlando di una medesima dinamica. Funziona un po’ come nella geologia terrestre: possiamo partire da differenti punti della crosta ma più scaviamo, più ci avviciniamo al centro della terra e più troviamo le stesse cose. Così per gli esseri umani, che si ritrovano in un idem sentire primordiale. Si potrebbe obiettare che “le cose che sono dentro di me”, o se si vuole il contenuto di ciò che desidero comunicare, è una opinione tra infiniti punti di vista e non necessariamente coincide ed è simile a quella del mio interlocutore. In realtà non è l’opinione che conta nel contenuto ma la sua corrispondenza con la mia convinzione, la capacità di armonizzarsi, di creare una relazione dialettica accettabile. E questo è tanto più possibile quanto più esprimo profondamente e autenticamente il mio pensiero.
Se dico a un milanista: “Non mi piace il Milan” è probabile che il mio interlocutore si irrigidisca nella difesa di un suo valore, tutto sommato profondo. Ma la questione è: sto davvero andando in profondità nel mio contenuto? O sto semplicemente rivelando la “punta dell’iceberg” della mia convinzione? Proviamo a immaginare la stessa dichiarazione in termini più rispondenti al mio vero convincimento, più in profondità. In questo caso potrei dire. “Sono interista, sono mosso da una profonda passione sportiva che mi scuote e mi prende, mi emoziona, mi coinvolge. Ed è esclusiva, quasi totalizzante. È solo per questo che non mi piace il Milan”. Si noterà che sono semplicemente andato in profondità, mettendo a parte l’interlocutore dei motivi che sottendono alla mia dichiarazione. In sostanza, ho fatto appello all’idem sentire ‘essere tifoso’ il che renderà sicuramente accettabile la mia affermazione.
Ecco come agendo sul contenuto influenzo la relazione e viceversa.

Il risveglio dell’idem sentire

Nella formazione questo è ancora più vero e più valido e la genesi di uno spazio di relazione adeguato è la causa prima della riuscita di un intervento.
Il risveglio dell’idem sentire, come abbiamo visto, agisce in due modi, sia sotto il profilo dei contenuti che del processo ed è, se vogliamo, sia sostanza che forma.
Consente sia di estrarre elementi coerenti e compatibili con l’obiettivo formativo sia di porre in essere una relazionalità più profonda tra i membri del gruppo
Come risvegliare l’idem sentire?
Come valorizzarlo all’interno di un gruppo?
Come utilizzarlo come alleato per conseguire l’obiettivo formativo attraverso il processo progettato?
A queste domande ho cominciato da qualche tempo a dare una risposta, sviluppando una metodica formativa che include diversi approcci e si focalizza su una ‘euristica introiettiva’, cioè su una modalità in grado di innestare elementi su un sostrato comune.

 
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